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 2017  giugno 25 Domenica calendario

• Roma 14 gennaio 1919 – Roma 6 maggio 2013. Politico. Senatore a vita. Sette volte presidente del Consiglio. «È meglio tirare a campare che tirare le cuoia».
Vita Infanzia a Roma, in piazza Firenze. Ultimo di tre figli, una sorella morta di meningite a 18 anni, casalinga la madre (Rosa Falasca, scomparsa nel 1976), maestro elementare il padre, Filippo, morto quando Andreotti aveva due anni: «Era tornato malato dal servizio di guerra e non ce la fece. L’incubo che avevamo io e mio fratello era quello di morire a 33 anni. A quell’età se n’erano andati sia mio padre, sia il padre di mio padre. Fino a che non abbiamo superato quella soglia abbiamo avuto paura». Liceo al Tasso, dove i figli di Benito Mussolini (Bruno e Vittorio) «ci fecero conoscere la libertà: tutto era permesso a tutti, perché tutto era permesso a loro». Rendimento? «Non ero affatto bravo. Ero sempre preparato quanto bastava per non essere bocciato. Niente di più. Non mi piaceva studiare. O almeno non tutto. Studiavo l’italiano, la storia, queste materie. Ma tutta la parte che riguardava la matematica e quella roba lì non mi piaceva affatto». Nel 1937 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, aderì alla Federazione degli universitari cattolici, si mise a lavorare come avventizio dell’ufficio imposte (addetto all’imposta sui celibi).
• Ospite della Biblioteca Vaticana per preparare la tesi di laurea, nel 1941 conobbe Alcide De Gasperi che nel 1942 lo coinvolse nella fondazione della Dc. Nello stesso anno, su indicazione di Giovan Battista Montini (poi papa Paolo VI), sostituì Aldo Moro, partito per il servizio militare, alla presidenza della Fuci (Andreotti era stato riformato alla visita di leva). Eletto alla Costituente nel 1946, deputato dal 1948, lasciò la Camera solo nel 1991, quando Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita. Dal 1947 al 1953 fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio con De Gasperi e Giuseppe Pella, delega allo Sport e allo Spettacolo: ancora nel 2007, il regista Roberto Faenza mostrò rimpianto per la “legge Andreotti” che obbligava il cinema americano a versare nelle casse italiane una quota dei suoi proventi; in quel periodo, nazionalizzò tra l’altro il concorso del Totocalcio, inventato dal giornalista Massimo Della Pergola e nel 1953, essendo stata l’Italia battuta dall’Ungheria per 3 a 0 nel match inaugurale dello stadio Olimpico (17 maggio), varò il cosiddetto “veto Andreotti” che impediva agli stranieri di giocare in Italia a meno che oriundi. Come capo della censura, a parte l’infelice battuta contro il film di Vittorio De Sica Umberto D («I panni sporchi si lavano in casa»), dette prova di notevole finezza intellettuale: difese Ladri di biciclette da certe associazioni americane che ne volevano vietare la distribuzione (disse che era un capolavoro e ammonì maliziosamente che «ogni divieto viene sfruttato dalle opposizioni a scopo propagandistico contro gli Stati Uniti»), passò per troppo aperto davanti a Mario Scelba che attaccava il film Persiane chiuse (del 1951: riguarda le case di tolleranza), corresse il film La tratta delle bianche ammettendo «che può essere educativo», fissò, a margine dei tagli previsti per I pompieri di Viggiù, le regole del bikini («La misura del costume da bagno deve essere di 30 centimetri»). L’8 gennaio 1954, primo governo di Amintore Fanfani, fu nominato ministro degli Interni, il 6 luglio 1955, primo governo di Antonio Segni, passò alle Finanze. Poi, ininterrottamente fino al 19 novembre 1968: Finanze, Tesoro, Difesa e infine Industria e commercio nel terzo gabinetto di Moro e nel secondo di Giovanni Leone. In questo periodo pose le basi del suo potere: un collegio elettorale inespugnabile – la Ciociaria –, una corrente piccola, «legata a lui da vincoli personali, una sorta di caravella senza legami e ancoraggi ideologici, capace di spostarsi dall’uno all’altro capo dello schieramento politico in meno di ventiquattr’ore seguendo le istruzioni del suo capitano» (Eugenio Scalfari), la messa pienamente in funzione di una straordinaria segreteria addetta alle raccomandazioni (Daniele Martini: «C’è tutta una casistica dell’industria andreottiana della raccomandazione: secondo alcuni se in calce alla segnalazione la firma di Andreotti appariva ben spostata sulla destra significava che il soggetto in questione doveva essere oggetto di tutte le attenzioni»). Avversati inizialmente Fanfani e il centrosinistra, a fine anni Sessanta si tenne alla larga dai governi di Mariano Rumor.
• Il 18 febbraio 1972 Leone lo incaricò di formare il suo primo governo, un monocolore dc che i liberali dovevano sostenere dall’esterno. Non avendo ottenuto la fiducia, dopo soli otto giorni ne preparò un secondo, centrodestra con liberali e socialdemocratici, segnando la fine della lunga fase di collaborazione con i socialisti dei governi presieduti da Fanfani e Moro negli anni Sessanta. Restò in carica dal 26 febbraio 1972 al 12 giugno 1973, fu poi ministro della Difesa nel Rumor V (14 marzo-3 ottobre 1974), del Bilancio (col Mezzogiorno) nei Moro IV e V (23 novembre 1974-29 luglio 1976).
• L’inflazione al 17 per cento, il Paese insanguinato da Brigate rosse e altre formazioni terroristiche, il referendum per l’abolizione del divorzio respinto (1974), 12 milioni di voti comunisti alle amministrative del 1975 (33,4%, +5,6% rispetto alle elezioni precedenti) e alle politiche del 1976 (34,4%, +7%), maturarono le condizioni generali che avrebbero portato all’alleanza tra democristiani e comunisti nota come “compromesso storico”. Il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva scritto nel 1973 tre articoli sulla rivista Rinascita in cui teorizzava l’incontro - già preconizzato da Antonio Gramsci - tra le masse cattoliche e quelle comuniste. Aldo Moro, presidente della Dc, spiegò al Consiglio nazionale democristiano del 20 luglio 1975 che il Partito comunista «anima la nuova lotta per i diritti civili e postula una partecipazione veramente nuova alla vita sociale e politica. È un fenomeno che può essere anche, per certi aspetti, allarmante, ma è senza dubbio vitale e ha per sé l’avvenire». Gettate le basi teoriche dell’alleanza, per tener buoni gli americani che non volevano nessuna apertura ai comunisti l’incarico di formare il governo venne affidato a Andreotti (per la Casa Bianca Moro era inaffidabile). Il primo governo dell’alleanza fu un monocolore Dc in vita grazie all’astensione di Pli, Pri, Psi e Psdi e alla “non sfiducia” (equivalente all’astensione) del Pci. Andreotti tenne segreta fino all’ultimo la lista dei ministri, i comunisti la giudicarono “mediocre” ma “non sfiduciarono”. Dopo trattative serratissime, si arrivò a un governo col voto favorevole del Pci: di nuovo Andreotti tenne nascosta fino all’ultimo la lista che, resa nota ventiquattr’ore prima del voto di fiducia, si rivelò identica al 99 per cento a quella precedente. La stessa mattina in cui Andreotti presentava il nuovo esecutivo alla Camera - 16 marzo 1978 - le Br rapirono Moro in via Fani, uccidendo i cinque uomini della sua scorta. Il presidente della Dc fu tenuto in ostaggio per 55 giorni e il 9 maggio il suo cadavere fu fatto trovare, crivellato di colpi, in una Renault rossa parcheggiata in via Caetani, a mezza strada tra la sede democristiana di piazza del Gesù e quella comunista di via delle Botteghe Oscure. Una settimana dopo il Senato varò definitivamente la legge 194, che rendeva legale l’aborto: Andreotti firmò solo per non compromettere una situazione politica delicatissima (se ne rammaricava ancora nel 2000: «Fu uno dei momenti più tormentati della mia vita, la mia giornata più nera»; e nel 2003: «che Dio mi perdoni»). Di quegli anni anche l’infatuazione per Michele Sindona, chiamato «salvatore della lira» e visto come possibile creatore di un polo cattolico della finanza da contrapporre al polo laico (massonico?) della Mediobanca di Enrico Cuccia. È di questo periodo l’attività ricattatoria di Mino (Carmine) Pecorelli, direttore del settimanale OP, a stretto contatto con i servizi, che accusò Andreotti di aver preso soldi da Sindona e, soprattutto, di aver tenuto bordone ai cinquecento che avevano esportato valuta attraverso la Finabank dello stesso Sindona. Pecorelli fu ammazzato a Roma il 20 marzo 1979, in un agguato. Undici giorni dopo, 31 marzo 1979, finì l’esperienza di solidarietà nazionale. Andreotti passò un lungo periodo appartato alla presidenza della commissione Esteri della Camera. Divenne poi ministro degli Esteri il 4 agosto 1983, tenendo la carica fino al 22 luglio 1989 col primo e secondo governo di Bettino Craxi, il sesto di Fanfani, quelli di Giovanni Goria e Ciriaco De Mita. Craxi lo chiamava Belzebù: «Andreotti è una volpe, ma presto o tardi tutte le volpi finiscono in pellicceria». In questo periodo manifestò la sua irremovibile posizione filoaraba: «Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista». Nel 1982 avviò il disgelo occidentale con Arafat invitandolo a Roma, alla Conferenza dell’Unione Interparlamentare («Quella volta, da Montecitorio, Arafat lanciò i primi segnali di pace»). Difese Gheddafi davanti a Reagan e a Shultz al tempo dell’attentato di Lockerbie (volo 103 della Pan Am esploso per un attentato sul cielo di Lockerbie, in Scozia: 270 morti di 21 paesi, il più grave atto terroristico prima dell’11/9/2001), si adoperò poi per il riavvicinamento tra Usa e Libia che portò alla riapertura dell’ambasciata americana di Tripoli.
• Dal 22 luglio 1989 al 24 aprile 1992 fu di nuovo presidente del Consiglio, prima in un governo pentapartito e poi in uno senza repubblicani. In questo periodo firmò il trattato di Maastricht, che impegnò l’Italia a “entrare in Europa”, e indusse il presidente dell’Iri, Romano Prodi, a vendere il Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma: quell’aggregazione, capitanata da Cesare Geronzi, costituì il primo nucleo del polo cattolico della finanza che più tardi avrebbe dato vita a Capitalia (e, politicamente, alla nomina di Antonio Fazio a governatore della Banca d’Italia). Assolutamente contrario all’unificazione tedesca (3 ottobre 1990), ancora nel 2001 ribadì: «Amo la Germania, per questo vorrei averne sempre due». Nominato senatore e vita (1991), nel 1992 l’improvviso voltafaccia di Umberto Bossi gli fece mancare i voti per diventare presidente della Repubblica. Nel 1993 la Procura di Palermo, diretta da Giancarlo Caselli, gli recapitò un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Andreotti rinunciò all’immunità parlamentare e scelse come difensore una giovane donna siciliana, Giulia Bongiorno. Prosciolto in primo grado, condannato in secondo, prosciolto definitivamente dalla Cassazione: fu ritenuto responsabile di associazione a delinquere per il periodo precedente al 1980 (quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa), ma la sentenza stabilì di non doversi procedere essendo il reato prescritto; assolto dall’accusa di associazione mafiosa per il periodo successivo, per insufficienza di prove. Il processo durò 11 anni e 268 udienze, furono ascoltati 362 testimoni e 37 pentiti (costo del dibattimento 87 miliardi di lire). Assolto, dal tribunale di Perugia, anche dall’accusa di essere il mandante del delitto Pecorelli. La rivelazione mediaticamente più clamorosa (anche se non suffragata dai riscontri) fu del pentito Balduccio Di Maggio (17 omicidi, compensato con un miliardo e mezzo di lire per le rivelazioni che portarono all’arresto di Totò Riina): l’intimità tra Andreotti e i capi della mafia era a suo dire dimostrata dal fatto che un certo giorno, nell’attico palermitano di Ignazio Salvo, Andreotti e Totò Riina si erano baciati, come usa tra padrini. Enzo Biagi: «Andreotti, per non compromettersi, non ha mai baciato neppure la moglie».
• Alle politiche del 9-10 aprile 2006 disse di aver votato per An alla Camera (in appoggio a Giulia Bongiorno, eletta) e per Dc-Nuovo Psi al Senato (stima nei confronti del comico del Bagaglino Pippo Franco, non eletto). Avversario di Silvio Berlusconi, che però non ha mai attaccato e di cui anzi ha lodato la fierezza, dopo la vittoria risicata del centrosinistra si disse disponibile a votare il governo Prodi. Candidato dal centrodestra per la presidenza del Senato, fu battuto da Franco Marini.
• Sposato dal 1945 con Livia Danese, soprannominata “la marescialla”: «Sono soddisfatto della mia vita coniugale... la casa è stata tenuta benissimo. Livia è stata anche un correttivo al mio disordine. Se lascio un po’ di confusione sul tavolo di lavoro, lei lo mette in ordine. Potevo sperare di più?». E poi: «Livia non si è impicciata di politica... Quando ero ministro degli Esteri ed era costretta a seguirmi in qualche viaggio non era affatto contenta. In casa il bastone di comando lo tiene lei, anche per mia vigliaccheria. Non ho mai sgridato un figlio perché non potevo permettermi di essere, oltre che assente, anche cattivo». Le dichiarò il suo amore durante una visita al cimitero. [Ceccarelli, Rep 7/5/2013] 
• Ha pubblicato per Rizzoli il volume 1953. Fu legge truffa? (2007). Sellerio ha raccolto le sue conversazioni radiofoniche su De Gasperi (2006).
• Ha donato il suo archivio all’Istituto Sturzo (3.500 faldoni giganti), dove molti altri esponenti della Democrazia cristiana hanno lasciato le loro carte. C’erano già 1.400 buste dello stesso don Sturzo, le 300 di Giovanni Gronchi, le 350 di Mario Scelba e l’intero archivio della Dc. L’archivio di Giulio Andreotti pare essere il più voluminoso, 3.500 faldoni fisicamente conservati in due grandi strutture a scomparti mobili. Già nel 2007 definito archivio di «interesse storico particolarmente importante», il fondo è in corso di catalogazione da parte di Luciana Devoti. [Cds 7/5/2013] 
• A integrare l’archivio cartaceo sono centinaia di videocassette (anche queste catalogate con cura) e le migliaia di libri della biblioteca personale donata da Andreotti agli archivisti, anche in questo caso ordinati con annotazioni meticolose. [Bardazzi, Sta 7/5/2013]  
• Il regista Paolo Sorrentino ha raccontato la sua storia ne Il divo (2008) facendolo interpretare da Toni Servillo, trucco perfetto di Aldo Signoretti e Vittorio Sodano, già candidati all’Oscar per Apocalypto. Andreotti: «Fosse stato per me, avrei preferito che un film me lo facessero da morto».
• Il 22 febbraio 2007, dovendo il Senato votare sulla politica estera del governo, Andreotti s’astenne, il che in quell’assemblea equivale a un voto negativo. Contribuì così alla temporanea caduta di Prodi, secondo l’opinione generale per avvertirlo di non insistere sulla strada dei Dico (vedi POLLASTRINI Barbara e BINDI Rosy), a suo dire perché non gli era piaciuta la pretesa discontinuità tra la politica estera di D’Alema e quella di Berlusconi. In seguito, quando s’è trovato in dissenso con l’esecutivo (non di rado), è uscito dall’aula in modo da non far conteggiare il suo voto.
• «Amicissimo di sacerdoti romani che sarebbero divenuti cardinali, come Angelo Felici, Vincenzo Fagiolo e Fiorenzo Angelini, il Divo Giulio è stato un attento testimone dei conclavi. Nell’ottobre 1958, durante la sede vacante, incontra il patriarca di Venezia Angelo Roncalli, che gli parla senza giri di parole. Andreotti esce dall’udienza con la certezza che il porporato, fiero delle sue origini bergamasche e contadine, sarà il successore di Papa Pacelli. Così manda un’unica fotografia per la copertina della rivista “Concretezza”, chiusa in tipografia prima del conclave, ma pubblicata dopo l’elezione. E con Roncalli, c’azzecca. È sempre ad Andreotti, ricevuto in udienza con la famiglia, che il Papa buono confida l’intenzione di convocare il Concilio, tre giorni prima dell’annuncio ufficiale. Con l’avvento di Paolo VI, nel 1963, diventa Papa colui che aveva formato la generazione di democristiani che governano l’Italia nel dopoguerra. Andreotti cerca di interpretare dagli scranni del governo l’Ostpolitik montiniana verso i Paesi della Cortina di ferro. Riceve sofferti biglietti autografi del Pontefice bresciano che si lamenta per la legge sul divorzio. È sempre lui a tenere i contatti con il Vaticano durante i giorni drammatici del sequestro Moro, ricevendo assiduamente la visita di don Pasquale Macchi, il segretario particolare di Montini. Molti anni dopo Andreotti confiderà che il Papa era pronto a pagare dieci miliardi per salvare la vita del presidente della Dc: “Il tramite con cui cercavano di arrivare ai brigatisti era un cappellano delle carceri. Era Paolo VI che si muoveva, io non frapposi alcuna difficoltà”». [Tornielli, Sta 7/5/2013] 
• «Da bambino, anzi più precisamente da chierichetto, si narra che partecipasse alle processioni tenendo in mano un cero e anche per questo certi ragazzi lo prendevano in giro. Taci un giorno, taci un altro, il piccolo Giulio mostrò una grande pazienza, poi al terzo si “scocciò” – suo tipico verbo – e spense il cero nell’occhio del discolo più a portata di mano». [Ceccarelli, Rep 7/5/2013] 
• «Non si deve dimenticare che nel 2000 Andreotti scrisse un libricino fuori commercio regalato agli amici. Un racconto intitolato 1° gennaio 2015, nel quale indovinava il nome del futuro Papa – Benedetto XVI – e si sbilanciava su alcune caratteristiche del nuovo pontificato con cinque anni d’anticipo: “Il latino tornerà ad essere lingua veicolare della chiesa”». [Tornielli, Sta 7/5/2013]  
• Il 18 aprile 2013 per la prima volta fu assente all’elezione di un presidente della Repubblica. Il senatore disertò i lavori delle Camere riunite in seduta comune per motivi di salute. Il 3 maggio venne ricoverato al Gemelli di Roma per una crisi respiratoria dovuta ad una bronchite. Arrivato in ambulanza con codice rosso «trasportato su una barella con una mascherina d’ossigeno sul volto. In seguito agli accertamenti dovuti, è stato trasferito nel reparto di rianimazione dove è morto il 6 maggio».
• «Vuol sapere cosa vorrei fosse scritto sulla mia epigrafe? Data di nascita, data di morte. Punto. Le parole delle epigrafi sono tutte uguali. A leggerle uno chiede: scusate, ma se son tutti buoni dov’è il cimitero dei cattivi?». [Stella, Cds 7/5/2013]
• «Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico» (Giorgio Napolitano); «Con lui se ne va un attore di primissimo piano di oltre sessant’anni di vita pubblica nazionale» (Enrico Letta); «Un valido servitore delle istituzioni, uomo di fede e figlio devoto della Chiesa» (Tarcisio Bertone); «Non si può negare che abbia mantenuto aperto il dialogo anche con forze politiche lontane dal suo pensiero e che abbia contribuito a consolidare il ruolo e la presenza internazionale del nostro Paese» (Massimo D’Alema); «Contro la sua persona, la sinistra ha sperimentato una forma di lotta indegna di un Paese civile, basata sulla demonizzazione dell’avversario e sulla persecuzione giudiziaria» (Silvio Berlusconi); «È morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia» (la deputata del M5s Giulia Sarti su Twitter); «Andreotti: il più grande criminale di questo Paese, perché l’ha sempre fatta franca, o il più grande perseguitato» (Roberto Saviano su Twitter, citando Indro Montanelli).
• Bagarre in aula al Senato durante il minuto di silenzio per Andreotti, con i senatori del M5S che per contestare alcune regole procedurali hanno rotto il silenzio.
• Massimo Franco del Cds, entrato in casa Andreotti subito dopo la morte del senatore a vita, raccontò: «In questa stanza nella penombra al quarto piano di corso Vittorio Emanuele che si affaccia sul Tevere e sul Vaticano, sorvegliato e protetto da un grande crocifisso di porcellana appeso sopra al letto, è morto poco dopo mezzogiorno, l’uomo-simbolo della Prima Repubblica. In quel momento in casa c’erano soltanto Gloria, la badante filippina che lo assisteva con altri due connazionali, e Giancarlo Buttarelli, il capo della scorta con lui da oltre trentacinque anni. C’era anche la signora Livia, ma per fortuna non si è accorta di nulla. E anche adesso, alle cinque del pomeriggio, mentre un silenzioso viavai di amici e mondi tramontati viene accompagnato a salutarlo per l’ultima volta, la moglie è in cucina in compagnia della cognata Antonella Danese. Forse non capisce quanto è successo. I figli vogliono che non si accorga che suo marito Giulio se n’è andato a novantaquattro anni. Già, ci sono anche gli Andreotti: la tribù più discreta e invisibile del potere romano. Per il momento Stefano e Serena, due dei quattro figli. Gli altri, Lamberto, presidente della multinazionale Meyers Squibb, arriverà da New York in serata, e la figlia maggiore Marilena è partita da Torino, dove vive. In compenso ci sono alcuni dei nipoti, Giulio Andreotti e Giulia Ravaglioli, figlio il primo di Stefano e l’altra di Serena e del giornalista della Rai Marco Ravaglioli. Ci sono anche Marco e Luca Danese, i cugini».  
• Cirino Pomicino lo ricorda così: «Lo conobbi nel ’74, ero un trentenne assessore al Comune di Napoli e lui il ministro del Bilancio. Con un altro giovane democristiano, Pino Amato, poi massacrato dalle bierre, avevamo deciso di entrare nella sua corrente. Gli detti subito del “lei”, e sempre, fino all’ultimo, ho continuato a dargli del “lei”. Ma con un privilegio: ho sempre avuto la possibilità di dirgli se, magari, pensavo stesse facendo una sciocchezza. Una volta, alla vigilia di un congresso, mi guardò serio: “Scusa, Paolo: stai per caso insinuando che sono uno stronzo?”. Era rarissimo sentirgli dire parolacce, la interpretai come una dimostrazione di grande complicità». [Roncone, Cds 7/5/2013] 
• Pio Mastrobuoni, 78 anni, a lungo capo ufficio stampa di Andreotti, ricorda: «In viaggio condividevamo alcuni vizietti, diciamo così. Ci piaceva giocare a carte. Se c’erano altri si giocava a tressette. Se eravamo solo noi, preferiva quel gioco stupido che è il burraco. Me lo insegnò e alla prima mano volle puntare cinquanta lire. Siccome perdeva aumentò la puntata e alla fine del viaggio mi doveva un paio di milioni (ride, ndr). Naturalmente glieli condonai. Quando sbarcavamo, se avevamo un paio d’ore libere, correvamo all’ippodromo più vicino a scommettere sui cavalli. Una volta riuscì a portare all’Arc de Triomphe pure Mitterrand, che odiava le corse. La cosa che di lui mi stupiva di più era la memoria. Ogni tanto capitava che fossimo in visita in una città e qualcuno gli si avvicinava chiedendo il permesso di salutarlo, e lui spesso sapeva come si chiamava, che faceva suo padre. Era strabiliante. (…) Certo aveva anche dei difetti. Il peggiore è che attorno a sé tollerava gente sgradevole, dei mediocri, degli intrallazzatori. Non sto parlando di chissà che. Non pensate subito a Mino Pecorelli o roba del genere. Proprio dei mediocri. Gli erano serviti per allargare la sua corrente e aveva imbarcato un po’ di tutto. L’altro difetto, più simpatico, era la gola. Specie se andavamo nei paesi di gran cucina come la Francia, si faceva delle scorpacciate e poi gli prendeva l’emicrania. Amava il foie gras, le ostriche, i crostacei in genere». [Feltri, Sta 7/5/2013]  
• Quattro figli.
Frasi Gli sono attribuite le battute: «Il potere logora chi non ce l’ha» e «A pensar male si fa peccato ma si indovina».
• «La storia è una cosa seria. Io appartengo alla cronaca».
• Indro Montanelli: «Una volta scrissi di lui che i primi scatti di grado se li guadagnò accompagnando ogni mattina De Gasperi in chiesa, dove sedevano sullo stesso banco, ma non per fare la stessa cosa: mentre De Gasperi parlava con Dio, Andreotti parlava col prete. Mi hanno detto che, leggendo queste malignette parole, Andreotti commentò. “Sì, però a me il prete rispondeva”».
• «A Roma c’è la Bocca della Verità. Io la mano non ce l’ho messa mai».
• «Io sono una specie di mania nazionale». [Merlo, Rep 7/5/2013] 
• «Una volta, durante un viaggio in Egitto, mi feci fotografare in una gara di gibbosità con le dune e un dromedario. Vinse il dromedario». [Stella, Cds  7/5/2013] 
• «Credo di non aver mai baciato i figli, nella mia vita. E raramente mia moglie. Certo, nei confronti di Totò Riina è stato diverso: per lui l’attrazione è stata più forte di tutto». [Stella, Cds  7/5/2013] 
• «Sono Andreotti, non lo nego. Ma non sono andreottiano». [Stella, Cds  7/5/2013] 
• «Che poi, quando uno si volta, quello che c’è a destra diventa di sinistra». [Ceccarelli, Rep  7/5/2013] 
•  «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito di tutto». [Merlo, Rep  7/5/2013] 
• «L’unica cosa di cui non sono stato mai sospettato è la complicità con Bruto nell’uccisione di Cesare». [Stella, Cds  7/5/2013] 
• Alla deputata comunista che a Montecitorio gli urlò «presidente, qui fuori stanno picchiando i parlamentari!», rispose: «Mi pare una buona ragione per restare dentro». I diritti delle coppie non sposate? «Quando sento parlare di coppie mi vengono in mente i piccioni». Moro? «Se fosse successo a me, oggi a piangere sarebbe Livia», sua moglie. [Cazzullo, Cds  7/5/2013] 
• «Se si sparge la voce che davvero non invecchio, rischio seriamente la polpetta avvelenata». [Merlo, Rep  7/5/2013] 
• «Quando feci la visita di leva e fui scartato, il maggiore che mi visitò disse: lei non durerà sei mesi. Quando diventai ministro della Difesa cercai quel maggiore, volevo invitarlo a colazione per dimostrargli che ero vivo. Non fu possibile: era morto lui». [Gentili, Messaggero] 
• «Vorrei esserci alla mia riabilitazione». [Merlo, Rep  7/5/2013] 
Critica «La Dc ha avuto due soli statisti: De Gasperi e Andreotti» (Cossiga, 2005). «Giulio è un grande statista. Ma non dell’Italia. Del Vaticano» (Francesco Cossiga).
• Gli «manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo» (Moro, nel memoriale scritto durante la prigionia).
• «Sembrava avesse una reale avversione per i princìpi, anzi la profonda convinzione che un uomo di princìpi fosse condannato a essere ridicolo. Vedeva la politica come un generale del XVIII secolo vedeva la guerra: un vasto e complesso scenario di manovre di parata per eserciti che non si sarebbero mai veramente impegnati in combattimento, ma avrebbero invece dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che dettava loro la forza apparente. Per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie» (Margaret Thatcher).
Vizi Dice di aver dovuto vendere la collezione di francobolli per pagare gli avvocati. È comunque esperto di filatelia, specializzato in emissioni del Vaticano da Porta Pia in poi.
• È socio onorario dell’Accademia Romana del Mal di testa (gli verrebbe dalla madre e dalla madre della madre). Soffre di mal di schiena, che cura con massaggi shiatzu.
• Antipatia per il mare, per tutta la vita ha passato l’estate a Cortina (abitudine abbandonata solo in vecchiaia).
• Molto mattiniero, sveglio sempre alle 6-6.30 e spesso anche alle 5.
• Ha interpretato se stesso nel film Il tassinaro di Alberto Sordi e in tre spot tv, uno per la Diners, uno per il Consorzio del Gorgonzola (andato in onda durante il processo per mafia: vi si vedeva Andreotti che, con molto gusto, ficcava furtivamente il dito nel formaggio), l’ultimo per la compagnia telefonica 3 (con Valeria Marini).
• Scrittore di successo, specialmente con la serie dei Visti da vicino (tre volumi, 23 edizioni, 300 mila copie). Il giornalista Filippo Ceccarelli lo beccò nel 1996 a proposito del saggio Cosa loro: metà era stata copiata dal precedente Governare con la crisi. Stile di pacata ricercatezza, per molti anni ha tenuto una rubrica sull’Europeo. Apprezzato dai più, stroncato però da Beniamino Placido.
• Di recente autore di interviste ai politici per il settimanale DiPiù.
• Passione per i cavalli, per il gin runny, per il gelato di riso.
• Faceva collezione di campanelli. [Ceccarelli, Rep  7/5/2013]  
• Scriveva con un pennarello a punta sottile, grafia ordinata ma incomprensibile. [Ceccarelli, Rep]  
• Nel suo ufficio di piazza Montecitorio, dietro una tendina, c’era una specie di dispensa con generi alimentari per i più poveri fra i suoi visitatori. [Ceccarelli, Rep  7/5/2013]  
• Riceveva gli amici nella stanza da bagno mentre si faceva fare la barba dal barbiere pensionato della Camera. [Ceccarelli, Rep] 7/5/2013  
Tifo Romanista da quando aveva otto anni e i calciatori giallorossi, dopo aver mangiato al ristorante della sora Emma, davano quattro calci con i ragazzini del quartiere (lui compreso).