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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Torino 6 dicembre 1975. Figlio di Umberto e Allegra Caracciolo. Consigliere di Fiat e Ifil. «Occhi scuri sotto spesse sopracciglia, dita affusolate, voce con l’immancabile erre arrotata» (Salvatore Tropea).
• A maggio 2007 ha lasciato l’area Sviluppo strategico della Ifil, dove lavorava, e si è messo in proprio, anche per l’incoraggiamento di Antonio Giraudo, con un fondo d’investimento, Lamse, di cui è amministratore delegato. Ha preso una casa a Londra.
• Nel 2007 ha dichiarato al fisco redditi per 167mila euro [Panorama 8/10/2009].
Vita Il padre Umberto gli permetteva di arrivare a cena con un quarto d’ora di ritardo (e comunque entro le 20, se no era obbligato a telefonare).
• Marco Ferrante: «Un’esperienza in Ferrari, poi in Svizzera in Philip Morris dove ha conosciuto sua moglie. Dovrà occuparsi di uno dei patrimoni personali più grossi della famiglia. Non solo la quota in accomandita - quasi il 10 per cento (valore 200 milioni di euro) -, ma anche il patrimonio personale di Umberto Agnelli. Si trova a essere il punto di raccordo della fronda interna quando, dopo la morte di suo padre, la situazione della Fiat era a un passo dalla catastrofe e l’effetto Marchionne non si era ancora sentito. La questione fu più o meno la seguente. Nel settembre del 2005, alla vigilia dell’assemblea dell’accomandita dove si sarebbe ratificata la decisione di procedere con l’equity swap per riportare la famiglia sopra il 30 per cento dell’azionariato della Fiat, Andrea Agnelli rilasciò un’intervista in cui espresse contrarietà all’operazione. Riteneva che la condizione di quel momento, con la famiglia al 22 e le banche al 28, era l’occasione per mettere in piedi una public company. Si sarebbe reso esplicito il fatto che l’interesse era la crescita dell’azienda e non il gioco di potere. Sosteneva anche che, in quelle condizioni di debolezza, alla famiglia sarebbe convenuto un accordo con le banche - che stavano convertendo in capitale il loro credito con l’azienda - invece di tirare fuori altri soldi per assicurarsi una parziale posizione difensiva, in una situazione in cui con i titoli vicini al minimo storico sarebbe stato comunque impossibile difendersi da un’eventuale opa ostile. A definire la sua posizione concorrevano probabilmente due questioni distinte. La prima era l’analisi della situazione in un momento drammatico e dalle prospettive tutt’altro che incoraggianti: si aspettava l’uscita della Grande Punto, senza previsioni sull’accoglienza che avrebbe ricevuto dal pubblico. L’estrema ciclicità del mercato dell’auto poneva, in quel momento, una questione che secondo alcuni osservatori potrebbe tornare all’ordine del giorno: sebbene sia stato superato il momento drammatico del 2003-2005, non è detto che la Fiat sia in grado di finanziare completamente lo sviluppo in vista del prossimo decennio. Il ragionamento di Agnelli era che escludere le banche in quel momento avrebbe potuto rivelarsi una cattiva idea, considerato che per gli anni successivi andava messa in preventivo l’ipotesi di un ricorso al finanziamento, magari attraverso un aumento di capitale, che la famiglia da sola non sarebbe stata in grado di reggere. C’era anche una seconda questione: il sangue, il filone ereditario. L’unico maschio delle due ultime generazioni a chiamarsi Agnelli, su oltre 150 discendenti del Senatore, era contrariato di sentirsi minoranza, emarginato dal blocco costituito intorno al procugino John Elkann. Se l’accomandita non fosse risalita, la posizione di Elkann si sarebbe indebolita e lui probabilmente pensava per se stesso a un ruolo di pontiere tra la famiglia e qualcuno dei nuovi soci bancari. Dopotutto, è la vecchia storia della contrapposizione Gianni-Umberto che riaffiora nelle generazioni successive. La tensione ebbe due picchi. Dopo l’intervista, La Stampa, il giornale di famiglia, sottolineò che Andrea Agnelli aveva espresso posizioni personali e che all’Ifil era in carico come stagista: in realtà era anche consigliere d’amministrazione della Fiat e portavoce di una quota del 10 per cento circa dell’accomandita che detiene insieme a sua sorella Anna. Il secondo momento di tensione non è stato ancora assorbito. Si tratta della Juventus»: e cioè, secondo Ferrante, del fatto che Andrea, come tutto il lato umbertino della famiglia, era contrario alla defenestrazione di Moggi e Giraudo («con cui ha rapporti eccellenti») e a tutta l’operazione di cosiddetta “pulizia” portata avanti dai gianniani della famiglia (con in testa Lapo Elkann). Il Foglio ha riferito che, secondo molti, non andava d’accordo con i cugini John e Lapo già quando il padre Umberto era vivo: «Alcuni pensavano che ci fosse rimasto male del fatto che, dopo Giovanni Alberto, l’Avvocato avesse scelto i suoi nipoti e non lui come successore, ma allora Andrea aveva tutt’altro per la testa, soffriva della mancanza di suo fratello, giocava con la nipotina, figlia di Giovanni Alberto, e sperava che pronunciasse come prima parola “Juve”, non voleva essere immischiato troppo negli affari di casa, non sopportava di diventare celebre e di doversi sorbire tutte le costrizioni, a partire dalle guardie del corpo alle quali devi rendere conto di tutto ciò che fai. Voleva ancora essere libero di andare a giocare a golf, di andare e venire dalla Svizzera a sorpresa, di passare le serate a casa con gli amici, birra e partita, donne ammesse ma solo se tolleranti».
• Sposato con Emma Winter (agosto 2005), due figli: Baya nata nel 2005 e Giacomo Dai nato nel 2011 («Giacomo Dai è Davide in gaelico. Mia moglie ha questa origine. Non è una stranezza»).
• Tifosissimo della Juve della quale è presidente dal 28 aprile 2010, in sostituzione di Jean-Claude Blanc. Entra ufficialmente in carica durante il Cda del 19 maggio 2010. Dopo 50 anni di assenza, è il quarto Agnelli, dopo il nonno Edoardo, il padre Umberto e lo zio Gianni, a rivestire questa carica.
• Il 6 maggio 2012 vince per la prima volta il campionato italiano come presidente della Juventus e l’11 agosto la Supercoppa italiana. 

• Dal 2012 è membro per l’Italia dell’Eca, European club association, l’organismo riconosciuto da Uefa e Fifa che riunisce rappresentanti di 214 società europee.
• Frasi: «La misura è colma, la giustizia sportiva somiglia a una caccia alle streghe» (quando antonio Conte venne condannato a 10 mesi di suqalifica per la vicenda Calcioscommesse [Leggi la rassegna stampa del 28 agosto 2012]); «Non sono scaramantico. A Tokyo, prima della finale della Coppa Intercontinentale del 1996 comprai una giacca. Mi sono chiesto: la metto o non la metto? L’ho messa. Se bastasse mettere o non mettere una giacca per vincere o non vincere saremmo campioni tutti gli anni» (il 28 dicembre 2011 al Cds); Un giornalista sportivo che lo tiene in grande stima ha detto di lui: «Non è antipatico per caso, è antipatico per scelta» (su Panorama del 24/1/2013).«Avevo ventidue anni quando mio fratello morì. Entrai nella camera di mio padre, mi guardò negli occhi e disse: questo significa maggiori responsabilità per te»; «Sono nato e cresciuto a Torino, amo questa città per la sua riservatezza e il suo spirito di dedizione al lavoro. Ho avuto un certo tipo di educazione. La famiglia, l’ambiente, le esperienze trovano un posto loro nel carattere degli individui. Rimangono lì per sempre. Le battute le faccio quando vado a mangiare una pizza con gli amici. Anche se il senso dell’ironia dello zio resterà ineguagliabile in famiglia» (a Dario Cresto-Dina) [la Repubblica 11/12/2010].