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 2019  marzo 21 Giovedì calendario

I segreti di nonna Peppa, la donna più longeva d’Europa

«Anche quest’anno è passato», lo dice alzando i suoi occhi azzurri al cielo e con le mani giunte in segno di preghiera. Come si si trattasse di un miracolo. Maria Giuseppa Robucci, alias nonna Peppa, ieri ha spento 116 candeline. È la donna più longeva d’Italia e d’Europa. Seconda nel mondo, distanziata da un’altra centenaria giapponese che vanta un paio di mesi di più. Nonna Peppa ci vede bene, ha un ottimo appetito, non rinuncia alla partitella a scopa e battute divertenti. È riuscita a spegnere tutte le 116 candeline sparse su tre torte che i paesani le hanno dedicato. Lei è anche sindaco ad honorem del suo paese, Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, il primo paesino del Gargano, a 6 chilometri dal lago di Lesina e a 12 dal mare. Un territorio con 2.724 residenti che ha da poco compiuto 200 anni di autonomia come comune, di cui più della metà transitati sotto il suo sguardo attento. Dall’adolescenza in epoca Giolittiana, che ha caratterizzato la vita politica italiana, sino alla vigilia della Prima guerra mondiale. Quando lei nasceva, il governo italiano era guidato da Giuseppe Zanardelli. Solo nell’ottobre del 1903 sarebbe arrivato il secondo mandato di Giovanni Giolitti. E al Vaticano, Papa Pio X. Maria Giuseppa Robucci è venuta alla luce quando le ferrovie italiane non erano ancora di Stato e la Juventus non aveva ancora vinto uno scudetto. Per poi vivere tutto ciò che c’era da vivere: le due guerre Mondiali, la ripresa, l’avvento della Repubblica, il boom economico, gli anni Ottanta e i Novanta, il nuovo millennio. Peppa ha un pronipote di 16 anni che si chiama Nicolò. Un secolo esatto li divide. Oltre a Nicolò, ci sono altri due pronipoti sedicenni, Giada e Lorenzo. Ma anche 5 figli, 9 nipoti e 16 pronipoti. Peppa, è stata festeggiata alla grande, con orchestra e ballerini, dolci e fuochi d’artificio. Circondata dai suoi figli, due femmine e tre maschi, tutti in vita, il più grande dei quali, Angelino, 90 anni, va ancora a preparare i caffè nel suo bar.

CIBO GENUINO
«La mia longevità? Mangio tutte cose sane: pane, olio e pomodoro». Concetti resi al meglio dal proverbio locale: «Tarranòve, pane e pemmedòre e arija bbòne», tradotto: «Poggio Imperiale, pane e pomodoro e aria buona». «Un invito», spiega, «a essere positivi e senza affanni». Il suo elisir è racchiuso nei cibi a chilometro zero, una fede incrollabile e la rinuncia ad alcolici e fumo. «Anche la famiglia», continua la nonna, «ti tiene in vita». Poi dice di essere «preoccupata per i giovani che non trovano lavoro e del mondo che cambia veloce e si ammala per colpa nostra». Una pausa e uno sguardo che spazia a 360 gradi. «Sto diventando vecchia, ma finché le forze non mi abbandoneranno, seguirò sempre la Santa messa nella chiesa di San Placido martire. Certo, fino a qualche anno fa ci andavo da sola tutti i giorni». Ci tiene anche a sottolineare che è molto devota a Padre Pio, che ha incontrato più volte durante la messa e la sera quando salutava i fedeli dalla finestra della sua cella. Fiori e rose con il sindaco, Alfonso D’Aloiso – lo stesso che le aveva conferito due anni fa la fascia di primo cittadino ad honorem – ad accompagnarla al centro sociale polivalente per anziani, in via Vittorio Veneto, che lei stessa ha inaugurato lo scorso anno. Una giornata piena di emozioni e sorprese. «Chi l’avrebbe detto», ha sussurrato Giuseppa, «tutta questa gente per una vecchina. Ma Dio ha voluto che io campassi ancora: non ho voluto deluderlo».

COME UNA SETTANTENNE
Peppa, che veste tassativamente di nero da quando le è morto il marito, Nicola Nargiso, nel 1982, non ha perso le buone abitudini: giocare a carte, cantare e passeggiare in riva al mare «se qualcuno mi porta». «E pensare», ha ricordato Amelia Nargiso, 54 anni, una delle tante nipoti, «che mio nonno Nicola negli anni Sessanta si lamentava della salute cagionevole della moglie. Invece è morto lui a 81 anni. Mentre mia nonna è qui e di salute ne ha da vendere». L’arzilla Giuseppa ama la pizzica e la musica in genere. Cammina bene, nonostante la frattura al femore di quattro anni fa, quando nessuno si voleva prendere la briga di operarla. Ma lei rincuorava gli infermieri dell’ospedale San Timoteo di Termoli e esortava il primario all’intervento compiuto in anestesia spinale. «È andato bene», ricorda Peppa, «ho pregato e sono stata ascoltata». Intervento riuscito. E nonna Peppa ha ripreso a sgambettare. Un’operazione chirurgica che sapeva di miracolo: «Ha una pelle da settantenne, così pure i parametri dell’apparato cardiocircolatorio», disse l’equipe medica. «Non posso camminare come prima», dice Giuseppa, «e ogni tanto ho bisogno di sedermi. Non ho più le ossa di una volta». Alle 21 la festa è finita. Si dice che alcuni giovani attempati del paese le faranno una sorpresa: armati di chitarra e mandolino, le dedicheranno una serenata. Poi alzeranno il calice verso la luna che da queste parti sembra non nascondersi mai, augurando lunga vita a nonna Peppa. Per entrare nella leggenda.