Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  marzo 20 Mercoledì calendario

Briatore e Farinetti dai pastori

Flavio Briatore qui sulle montagne della Barbagia è ormai di casa. Negli ultimi due anni, da quando ha spinto e aiutato un gruppo di pastori a unirsi in società e produrre pecorino di qualità, è salito spesso. Per Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly, è invece la prima volta. Chiede di tutto, ispeziona il caseificio, assaggia con avidità: «Questo è semistagionato? Madonna che buono». 
In questa terra verde scuro macchiata dal bianco delle greggi in libertà, oggi tutti sono venuti ad ascoltare questa coppia di imprenditori insolita ma affiatatissima. Dopo foto di rito e convenevoli, la porta si chiude e restano loro due con i rappresentanti delle 14 aziende che hanno deciso di accettare la scommessa del patron del Billionaire. Farinetti esordisce: «Questo prodotto è straordinario ma dobbiamo saper raccontare la sua storia, farla conoscere a tutti». Briatore va al sodo: «È meglio abbassare il prezzo di un paio di euro e conquistare nuovi mercati». Niente fronzoli, la riunione diventa operativa. Diego Manca prende la parola a nome di tutti gli associati sotto il marchio Bithi di Barbagia (nome ideato da Briatore: «È immediato, funziona con i clienti»): «Abbiamo fatto grandi passi avanti, ma non ci basta. Produciamo un milione di litri di latte all’anno, solo il 5% diventa formaggio, il resto siamo costretti a venderlo a prezzi stracciati». Problema comune, gli allevatori isolati preda di chi gioca al ribasso sulla loro pelle. «È giusto farsi pagare di più, ma bisogna meritarselo. Niente guerra tra poveri e distribuire il guadagno su tutta la filiera» avverte Farinetti. 
Il marchio Bithi è nato come una sfida, e vuole diventare un modello. Ricostruisce Briatore: «La prima volta mi presentarono una ventina di tipi di formaggio. Chiesi agli esperti di Oscar, ne abbiamo scelti 5, da quello fresco al vintage». Sì, lo chiama proprio vintage, non stagionato. E ha anche suggerito che all’esterno fosse scuro «come il cuoio di una scarpa di pregio». Idea di marketing, che ha funzionato. Il pecorino Bithi si serve con successo nei suoi locali, al Twiga in Versilia o a Montecarlo, e si trova anche nei ristoranti Cipriani e sui banconi di Eataly non solo in Italia, ma persino a Stoccolma e New York. 
Briatore ci crede, e non lo fa per business. Farinetti lo prende amichevolmente in giro: «Spiegami tutto questo amore. Oggi siamo venuti qui con il tuo aereo privato, hai speso un sacco di soldi. E questi pastori sono pure tutti uomini...». E lui: «Forse lo faccio per espiare le mie colpe». Farinetti allora si fa serio: «Siamo diversi ma abbiamo tante cose in comune. Siamo tutte e due delle provincia di Cuneo, abbiamo quasi la stessa età, anzi io sono un po’ più giovane. Ma sopratutto ci unisce l’amore per l’Italia e le eccellenze di questa terra unica». 
Gli allevatori mostrano con orgoglio come lavorano, seguendo tradizioni tramandate di padre in figlio, gli animali che vagano nei campi nutrendosi di quelle erbe aromatiche che donano al latte un sapore unico. «Questo è l’habitat perfetto» sentenzia Farinetti. Aggiunge Briatore: «Qui si munge ancora sotto le stelle. E gli stazzi, le case dei pastori, sono bellissimi. Bisognerebbe farne degli agriturismi, portare qui i turisti dalla costa a mangiare e apprezzare questi prodotti». Nessuno si illude che basti così poco per risolvere ogni cosa. Uno degli allevatori più agguerriti alza la voce: «Vogliamo abbattere un sistema che non funziona». Farinetti concorda. «Avete fatto bene a protestare, a far sentire la vostra voce. Ma non dovete aspettare che siano gli altri a cambiare le cose. La Sardegna deve essere salvata dai sardi». E ricorda che mezzo secolo fa le sue Langhe erano tra le aree più depresse del Paese: «Si mangiava la polenta con un’acciuga appesa, e il padre stava attento che i figli non la raschiassero troppo. Se adesso è patrimonio Unesco, culla del vino e del tartufo, è per merito di chi ci vive». 
Messaggio ricevuto. I pastori fanno tesoro, strette di mano e sorrisi. Prima di andare via, Briatore e Farinetti buttano lì un’altra idea: «E perché non provate a fare anche yogurt come quello greco? C’è grande richiesta, con la qualità del vostro latte può essere una bomba».