Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  marzo 20 Mercoledì calendario

I Paesi più felici al mondo

I social media vanno trattati come una droga del nostro tempo, cause di «un’epidemia mondiale di nuove dipendenze». È una delle novità allarmanti del World Happiness Report, edizione 2019, che viene presentato oggi alle Nazioni Unite e che Repubblica ha avuto in anteprima. Un’altra conclusione controversa è questa: il buongoverno è un fattore cruciale del nostro benessere, appagamento, senso di serenità: ma non è necessariamente legato al tasso di democrazia, quel che conta sono i risultati concreti per i cittadini. Happiness Report, misurazione annua della "felicità" dei popoli — è lecito usare termini meno ambiziosi come benessere e qualità della vita — sta migliorando la sua attendibilità scientifica.

Questo esercizio ha delle origini e dei padri molto nobili. Nasce da una critica radicale di altri indicatori statistici come il Prodotto interno lordo (Pil), che ignorano la qualità delle cose che produciamo e i loro effetti sull’umanità. Bob Kennedy in un celebre discorso del 1968, pochi mesi prima di morire assassinato, denunciò la dittatura del Pil e l’assurdità di sentirci più ricchi perché produciamo più armi. Un premio Nobel dell’economia che è anche un filosofo, l’indiano Amartya Sen, fu tra i primi a mettersi al lavoro per elaborare indicatori alternativi al Pil. Tra i suoi seguaci, l’economista ambientalista Jeffrey Sachs è diventato il garante scientifico di un’operazione che coinvolge decine di esperti: psicologi e sociologi, medici ed economisti, statistici e filosofici. Dall’Italia c’è il sostegno di Illycaffè, partner ufficiale per il terzo anno. «Felicità non è gioia superficiale — osserva il presidente Andrea Illy — c’è dentro altruismo, armonia con la natura, in coerenza con il nostro impegno a nutrire un circolo virtuoso di qualità, sostenibilità, benessere dei coltivatori nei paesi emergenti».
Uno dei principi che ispira questo rapporto fin dalle origini è l’umiltà: non sta agli esperti giudicare cosa sia la "vera" felicità, l’approccio più corretto è interrogare le persone. Se nella Costituzione americana è stabilito il «diritto alla ricerca della felicità», è giusto che sia il popolo a determinarne i criteri. Arrivato alla sua settima edizione, il World Happiness Report guadagna in autorevolezza via via che si allunga la serie statistica dei sondaggi e delle indagini sul campo: diventa possibile fare paragoni nel tempo, misurare l’andamento della felicità delle nazioni. Quest’anno uno dei temi centrali è il rapporto tra "felicità e comunità", perché il benessere percepito, l’appagamento, la qualità della vita, non sono fenomeni individuali. Ci sono "legami tra la nostra felicità e la qualità del governo", c’è un impatto misurabile dei comportamenti "pro-sociali" (l’altruismo ci rende più felici), e ci sono trasformazioni profonde legate alla tecnologia digitale. L’economia non scompare mai del tutto: l’intero Occidente ebbe una caduta netta di felicità collettiva per i traumi della grande crisi iniziata nel 2008. E tuttora un fattore potente per determinare lo stato d’animo dei popoli, è la diseguaglianza: un aumento delle disparità si traduce in segnali di disagio collettivo, sofferenza. Sei variabili-chiave usate dalla comunità scientifica che contribuisce a questo rapporto sono il reddito pro capite, il "sostegno sociale" (legato alla qualità del welfare ma anche ad altre reti di solidarietà), un’aspettativa di vita sana, la libertà di fare scelte fondamentali, la generosità, e l’assenza di corruzione. Il Nordeuropa continua a consolidare il suo primato (Finlandia e scandinavi, inseguiti da Olanda e Svizzera), e questo non era scontato. L’Europa come istituzione sovranazionale può perdere i pezzi; tuttavia il modello sociale europeo ha una resilienza invidiabile. L’Italia fa dei progressi visto che negli anni è risalita dalla 47esima alla 36esima posizione. Resta però molto staccata dal gruppo nordeuropeo.
«Una spiegazione su tutte — dice Illy — va cercata nell’individualismo italiano, unito all’opportunismo. Nessun individuo riesce a gestire da solo la complessità del presente».
Interessante è la definizione del buongoverno che genera felicità collettiva. Nel Report è fatta di quattro componenti: «Efficacia dell’azione pubblica. Stato di diritto e certezza della legge. Qualità delle norme. Riduzione della corruzione».