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 2018  novembre 12 Lunedì calendario

Biografia di Gigi Radice, il tecnico dell’ultimo scudetto del Torino

Un libro dedicato a Radice. Una buona idea, un gesto affettuoso, qualche riserva sulla tempistica se è vero che Gigi vive da un sacco di anni ormai in un limbo senza ritorno. Ma è vero anche che non è mai troppo tardi, o troppo presto, per consegnare alla memoria della parola scritta la storia di un galantuomo, in questo caso del pallone.
A me, per esempio, torna in mente ogni volta che ascolto i lamenti di Mazzarri. Dunque abbastanza spesso. Perché quando arrivò al Torino, estate ’75, c’erano robuste incrostature di vittimismo nell’ambiente, nemmeno poi campate così in aria. E lui per prima cosa diede aria alle stanze, mandando in soffitta quel vittimismo stagnante e del tutto incompatibile con il suo pensiero positivo. Positivo a dispetto di una grande carriera da laterale sinistro del Milan, troncata da un ginocchio ballerino cui oggi si porrebbe quasi certamente rimedio. Allora no. Prese il patentino, partì dalla sua Monza e dopo aver fatto belli Fiorentina e Cagliari fece grande il Torino. Costruendo nel giro di poche settimane la squadra italiana di gran lunga più moderna del suo tempo. In cui si marcava ancora a uomo, e c’era il libero alle spalle. Ma Caporale era anche un costruttore di gioco e amava aggiungersi a sua volta alle geometrie di Pecci, alle progressioni di Zaccarelli, alle folate di Patrizio Sala. Al resto, con il saggio Salvadori a far da contrappeso un po’ per tutti, provvedevano i dribbling e i cross di Claudio Sala (che fino all’anno prima giocava da falso nueve) e la potenza e il fiuto del gol di Pulici e Graziani. Una squadra a trazione anteriore, che per la prima volta alle nostre latitudini pressava e raddoppiava in ogni zona del campo. Un calcio spettacolare, ogni tanto rischioso, più spesso irresistibile.
Ma lo spettacolo vero era quello del giovedì al Filadelfia, finita la partitella, anzi la battaglia con la Primavera. Quando Radice si piazzava a sinistra a crossare, con quella leggera zoppìa nell’allungo ma un mancino ancora limpido, teso, schioccante: e a bombardare Castellini al volo da fuori area c’erano Pulici, Graziani e Zaccarelli. Il Toro di oggi non li ha, che discorso. Ma cosa avrei dato per assistere, sabato scorso, a un suo incontro ravvicinato con Zaza dopo quel secondo tempo giocato, si fa per dire, con aria di degnazione. O alla ricostruzione dell’equivoco Nkoulou-Izzo sul pallone regalato a Gervinho: lui che il pomeriggio dello scudetto, lanciato in aria dai suoi giocatori mentre il Comunale intero era sciolto in lacrime, continuava a chiedere tra un sobbalzo e l’altro se sul gol del pari del Cesena la palla Castellini l’aveva o non l’aveva chiamata.
C’era una volta un biondino brianzolo che vestiva elegante, giacche allegre e trench d’ordinanza. Che ti puntava con i suoi occhi di ghiaccio, ehi ragazzo, e quel tono da full metal jacket appena temperato da un lampo di autoironia. Se mai arrivasse in quel mondo di mezzo un’eco lontana del nostro, almeno saprebbe, Gigi Radice, che chi lo ha conosciuto non lo ha dimenticato.