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 2018  settembre 25 Martedì calendario

Intervista a Carolina Kostner

Carolina Kostner è l’ultima esponente di un pattinaggio fatto di gesti eleganti dove i brividi degli spettatori non nascono dalla vista di un piroettare privo di anima ma dalla combinazione di arte e sport. Bronzo alle Olimpiadi di Sochi, oro, due argenti e tre bronzi ai Mondiali, più undici podi agli Europei. Ora è arrivato anche il Premio Fair Play di Castiglion Fiorentino, un riconoscimento che ogni anno va a sportivi che hanno unito la fama alla rettitudine e che in questo caso ha saputo guardare oltre il caso Alex Schwazer, marciatore olimpico accusato di doping che travolse nella bufera anche l’allora fidanzata Carolina. 
Quella per lei è stata una dura lezione. Cosa ha imparato? 
«In quel momento provai una profonda sofferenza, anche perché tutta la vicenda non si consumò soltanto in privato ma in pubblico. Poi fu molto difficile ritrovare la serenità. Questa esperienza mi ha insegnato ad essere forte, ad accettare situazioni che non puoi cambiare e a fare del mio meglio laddove è possibile. E so di aver fatto il possibile e di esserci riuscita anche grazie all’aiuto di tante persone che mi sono state accanto. Le esperienze ti segnano e insegnano tante cose. La consapevolezza che un periodo difficile si è chiuso mi ha dato nuove energie ed entusiasmo. Dopo lunga sofferenza si è più disposti a prendere decisioni per se stessi».
Sente di aver voltato pagina?
«Col tempo il dolore si fa più mite, anche se le cicatrici non spariscono. Quando si è nella bufera è difficile comprendere, ma come diceva Gandhi, la vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia». 
Altra citazione a lei cara, è di Shakespeare: «Quando l’anima è pronta anche le cose lo saranno». Ora l’anima di Carolina Kostner è pronta per...?
«La vita prima ti insegna la pratica e poi ti spiega la teoria. Quindi bisogna sempre rimanere aperti per vivere il momento. È difficile sentirsi pronti per una determinata cosa e vederla realizzata in quel momento, non è automatico. Io mi impegno in ciò che mi piace fare, punto fermamente all’obiettivo, poi la via per raggiungerlo è sempre diversa. Bisogna avere l’attitudine di dire grazie perchè sono qui, grazie di questa bella giornata, essere positivi insomma».
E la sua anima è pronta anche per un nuovo percorso con Fabrizio Vittorini (suo osteopata, e da qualche mese fidanzato)?
«Anche nella vita sentimentale le cose arrivano inaspettate, capita che ti ritrovi davanti una persona che ti fa sorridere, divertire, ti fa sentir bene, quindi hai voglia di conoscerla e di condividere il tuo tempo. Tutti noi viviamo relazioni, fa parte dell’esistenza. Così come vi sono momenti in cui si è single. Sono felice di poter condividere con Fabrizio questo periodo della mia vita, di raccontarlo assieme a lui. Poi vediamo come andrà».

Come vive il suo talento?
«Adoro quello che faccio. Quando metto i pattini mi sento a casa. Per me pattinare è sempre stata una gioia».
Ma fra le sue passioni c’è anche la danza.
«Mi piace moltissimo. Ammiro Carla Fracci e Alessandra Ferri. Purtroppo sono poco in Italia quindi non ho modo di frequentare i teatri e di conoscere meglio la situazione della danza italiana di oggi. Una cosa è certa. Abbiamo un’accademia di ballo fra le più importanti al mondo, quella della Scala. Vedo che tanti ballerini italiani lavorando nel mondo, uno dei primi ballerini del Corpo di ballo canadese è italiano. Quando sono a Toronto seguo le prove e le lezioni di danza del Corpo di ballo, mi piace il dietro le quinte, il momento di lavoro fra coreografo e ballerino». 
Da bimba era anche una promettente sciatrice.
«Ma optare per il pattinaggio è stata una cosa naturale, che avevo dentro. Mia mamma, mio nonno, mio zio erano tutti artisti. Papà era giocatore di hockey, quanto a Isolde (Kostner, la cugina ndr) l’ho vista vincere. Il pattinaggio è un connubio perfetto fra le due eredità di famiglia». 
Ama proprio tutto del suo sport?
«Sì, anzitutto il rumore delle lame sul ghiaccio al mattino nel palazzetto semivuoto. Ma anche il confronto con i tecnici con cui lavoro».
Ora è ambasciatrice di fair play. Come si esprime nel mondo dello sport?
«È un principio che dovrebbe contrassegnare la quotidianità di ognuno di noi. Sono convinta che il fair play dovrebbe improntare la vita di tutti i giorni, e non solo quella degli sportivi. Nello sport vuol dire rispetto e tolleranza dei propri limiti, anzitutto del corpo, quindi degli allenatori e di chi ruota attorno all’atleta».
Cosa vuol dire rispetto del proprio corpo?
«Lo sport insegna a conoscere il proprio corpo, ad ammettere che magari una cosa al momento non la sai fare, però se ci metti impegno, la dovuta pazienza e un pizzico di fantasia chissà forse riuscirai nell’impresa. Tanti atleti hanno vinto medaglie su medaglia. Mi è capitato di chiedere loro come avessero fatto ad arrivare e a poi a rimanere a quei livelli».
La risposta?
«Conta avere il coraggio di pensare oltre».
E lei come ha fatto?
«A un certo punto ho creduto. Ho deciso che avrei portato in fondo un progetto che io stessa immaginavo difficilmente realizzabile, ho sentito di avere una missione. Del resto, sono proprio questi desideri che ti motivano e ti ispirano tutti i giorni». 
Cosa direbbe a un giovane? 
«Io ho avuto la fortuna di sentire fortemente quale fosse il mio desiderio. Ma non per tutti è possibile. Quindi è un bene avere dei modelli in grado di dare ispirazione. Non è facile dedicarsi allo sport, sono tanti i sacrifici da affrontare. Bisogna avere forti motivazioni. E poi essere umili».
In che senso umili?
«Ci vuole l’umiltà di riconoscere che magari uno è un po’ diverso dagli altri e avrà percorsi diversi».
Come ci si sente a essere ambasciatrice dell’italianità all’estero?
«Sento la responsabilità di questo ruolo. Aldilà dell’aspetto più folcloristico e domestico di amici che mi chiedono i portare formaggi, vini e cibi nostri, l’Italia all’estero è sinonimo di alta qualità, di valori legati all’arte e alla cultura, è un simbolo di genio e bellezza. Noi italiani dovremmo crederci di più, dovremmo essere più consapevoli del ruolo che ci viene riconosciuto nel mondo. Credere dà forza ed energia».
Lei porta vini e formaggi italiani agli amici, ma lei segue una dieta ferrea?
«Nel mio staff c’è una persona che mi consiglia quali alimenti assumere e quali evitare. E non è per ragioni estetiche, ma per la resa e la salute. Perché prima di tutto lo sport deve essere salute. In Italia abbiamo una cucina talmente varia e di qualità che basterebbe attenersi alle regole base. È importante affidarsi alle cucine locali, consumare prodotti che non abbiano viaggiato migliaia di chilometri. Gli alimenti sono energia. E più scegli cibi di qualità, più ci guadagni. Ho la fortuna di vivere in una zona dove il locale è amato e rispettato, quindi per me tutto questo risulta naturale». 
Però viaggia molto, a quel punto come fa?
«Cerco di entrare in contatto con la gente del posto, mi informo sulla cucina locale, chiedo dove posso acquistare prodotti del luogo, le cose giuste. Si fatica un poco, ma è possibile rispettare la territorialità anche quando si viaggia».
Cucina?
«Mi piace, però non ho una mia cucina. Purtroppo trascorro tanto tempo negli hotel. Quando sono a casa, vorrei cucinare, però mamma è gelosa dei suoi spazi e attrezzi. Custodisce il suo regno».
Oltre a trascorrere molti mesi in albergo, quali altri disagi comporta la sua vita da atleta?
«Sottoscrivo quello che dice Vanessa Ferrari. La nostra vita è fatta di sacrifici, ma quando li affronti col cuore e passione allora non li percepisci più come tali. Sono convinta che prima o poi raccogli il risultato degli sforzi fatti. Serve tanta pazienza, così come bisogna allenarsi ad accettare la sconfitta. Il momento del fallimento è doloroso, anche qui ci vuole pazienza. Del resto, le sconfitte segnano la vita di tutti i giorni, non solo di quella legata allo sport. Però lo sport insegna ad affrontarle, lo considero un bellissimo veicolo per impartire lezioni di vita».
Dove si allena d’estate?
«Perlopiù in Canada, Giappone, Russia e Germania. Purtroppo non ho la fortuna di potermi allenare in Italia. Capisco che in estate faccia caldo, però bisognerebbe pensare a piste di pattinaggio di alto livello. In futuro spero di potermi impegnare per creare queste possibilità per giovani atleti, il mio più grande sogno è che le pattinatrici italiane non debbano spostarsi all’estero per seguire la propria passione».
Quello che è accaduto a lei.
«Da ragazzina, dovetti lasciare Ortisei e trasferirmi in Germania». 
È cittadina del mondo, di base in Germania. In che misura si sente altoatesina?
«Amo tantissimo casa mia, Ortisei. Ogni volta che vi ritorno, faccio poi fatica a ripartire. Noi altoatesini siamo particolarmente legati alla nostra terra, alle montagne. Viviamo molto in contatto con la natura. Del resto basta vedere i colori delle montagne in estate e la magia che si respira in inverno. Forse è la primavera la stagione che più fa soffrire perché tarda ad arrivare. Mi manca questo poter vivere in mezzo alla natura. Dopotutto trascorro la maggior parte del mio tempo in gradi città, da Tokyo a Toronto. Quando viaggio non ci penso, ma quando torno a casa, mi sento sollevata, respiro a pieni polmoni, e mi dico: ecco cosa mi mancava. Ammetto che talvolta mi sento un po’ come Heidi».
Parla ladino?
«Assolutamente sì. È a rischio estinzione. Se non erro, siamo non più di 40mila persone a parlarlo. Per noi altoatesini, avere una lingua tutta nostra ci rende ancora più consapevoli di vivere in un modo tutto nostro».

Che rapporto ha con la celebrità. La innervosisce essere fermata per strada?
«Per la verità io ringrazio per questo affetto. Mi ha aiutato molto in certi momenti».
Quanto ha sofferto o soffre per le invidie che un ambiente massimamente competitivo come il suo trascina con sé? 
«Io non sono persona invidiosa e prendo sempre le distanze da quanti lo sono. Poi non mi va di perdere tempo prezioso a compararmi con gli altri anche se capita che mi ritrovi a vedere prestazioni bellissime e a quel punto nasce la voglia di fare altrettanto, ma non l’invidia. Sono convinta che uno raccolga quel che semina. Di fatto, provo sempre tanta stima e ammirazione per tutte le mie concorrenti». 
Ma non è sempre vicendevole.
«Fra noi donne dovrebbe esserci più complicità, questo sì. È già difficile per una donna eccellere in qualsiasi ambiente professionale, se poi siamo noi le prime a complicare le relazioni Penso che potremmo aiutarci molto di più». 
Quest’anno ha firmato la sua quarta Olimpiade, chiusa con un quinto posto e soprattutto con una bella lezione d’arte. Con il senno di poi cosa dice?
«Lo sport non è sempre una strada che va dritta. Ci sono degli ostacoli. Li ho incontrati, scavalcati, ed è questo il senso dello sport. Due anni fa sono ripartita veramente da zero, anzi direi sotto terra. Quindi già il fatto di tornare alle Olimpiadi per me era una vittoria. Finire con le migliori pattinatrici al mondo, alla mia quarta Olimpiade è un’esperienza favolosa. Di più non potevo aspettarmi».
A Torino e a Vancouver le cose non andarono bene. Lacrime amare. Però si è sempre rialzata.
«Dopo la tristezza, dopo periodi, come il post Vancouver, in cui non ci credevo più, ho ripreso e sono diventata campionessa del mondo». 
La cosa più bella che le ha insegnato il suo sport?
«A volare».