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 2018  giugno 22 Venerdì calendario

Domande per il reddito d’inclusione soprattutto dal Sud

roma Tra gennaio e maggio, primi cinque mesi di operatività, le domande per il Rei – il Reddito di inclusione messo in piedi dal governo Gentiloni per combattere la povertà con un assegno massimo di 540 euro al mese (in media 300 euro) e un percorso di reinserimento sociale – hanno toccato quota 380 mila. Ma quasi la metà delle richieste è stata respinta dall’Inps, perché priva dei requisiti di legge. In particolare, quello reddituale calcolato nell’Isre (un pezzo dell’Isee) e che deve essere sotto i 3 mila euro. «Un criterio stringente che non sempre fotografa la reale situazione di povertà», osserva Nicola Marongiu, responsabile welfare della Cgil. «Il dato però certifica che lo strumento ha creato aspettative, al punto che molte persone povere, ma non così povere, l’hanno richiesto pur senza ottenerlo», aggiunge Cristiano Gori, coordinatore dell’Alleanza contro la povertà. «Motivo in più per allargare la misura». In realtà, dal primo luglio la platea sarà selezionata in base ai soli criteri reddituali. Mentre decadranno quelli legati allo status famigliare, come la presenza di minori, disabili, donne in gravidanza o un disoccupato over 55. Le domande respinte perché sin qui non ricomprese in queste tipologie saranno riesaminate. Ma i limiti di Isee e Isre resteranno. I nuovi dati Inps sono comunque di grande interesse. La metà delle 184 mila domande accettate viene da Campania e Sicilia. Quasi sette su dieci dal Sud. Tre su quattro da famiglie numerose, con più di 3 figli. Proprio il quadro che dà l’Istat quando descrive la povertà in Italia. L’obiettivo del Rei – per il quale sono stanziati 2,3 miliardi nel 2018 e 3 miliardi dal 2020 – è arrivare a 700 mila famiglie quest’anno (2,5 milioni di poveri, la metà del totale). Siamo a 184 mila. A questo numero va aggiunta però una quota delle 477 mila famiglie ancora coperte dal vecchio sostegno, creato dal governo Letta, il Sia. Quando il Sia finirà, molte verranno dirottate dai Comuni verso il Rei. In diverse Regioni poi – come Friuli, Puglia, Emilia- Romagna – esistono altre misure contro la povertà, talora sostitutive del Rei. Fatto sta che per ora dei 2 miliardi e passa a disposizione sono stati erogati appena 54,4 milioni (Sia escluso). E va detto che se a fine marzo le famiglie destinatarie di Rei erano a quota 110 mila ( 317 mila persone), ora siamo a 184 mila, di cui 100 mila con figli minori ( oltre mezzo milione di persone coinvolte, all’incirca). Solo 74 mila in più in due mesi. Tanto o poco? «C’è disinformazione nei Comuni, forse è stata fatta anche un po’ di confusione con gli annunci sul Reddito di cittadinanza in campagna elettorale, molte Regioni hanno altri strumenti», dice ancora Marongiu. «E poi consideriamo pure lo stigma, la difficoltà delle persone a dichiararsi poveri». Anche Gori osserva che «bisogna intanto considerare insieme Rei e Sia, siamo solo all’inizio e poi in tutti i paesi europei un’ampia quota di poveri, quasi un terzo, non fa domanda». Nei nuovi dati Inps c’è poi una curiosa quota di domande accolte ma con beneficio nullo, ovvero assegno pari a zero (13 mila) oppure inferiore a 20 euro al mese ( 2.300). Cosa significa? «A queste famiglie spetta il Rei, ma per legge dall’assegno vanno sottratti altri redditi esistenti, come ad esempio i benefici comunali», spiega Marongiu. «In ogni caso saranno prese in carico e aiutate a seguire un progetto per la ricerca di un lavoro o l’inserimento dei figli a scuola». Cosa resterà del Rei, anche alla luce di questi dati, quando il governo progetterà il Reddito di cittadinanza? «Evitiamo di fare la riforma della riforma», si augura Gori. «Partiamo da quanto esiste».