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 2018  febbraio 22 Giovedì calendario

«Amarsi a ottant’anni è come a sedici». Intervista a Aleksandra Kania

Mi capisce più Aleksandra di quanto riesca a fare io stesso». Così Zygmunt Bauman a proposito della signora mite e ribelle che l’ha accompagnato negli ultimi anni della sua vita.
Una storia sentimentale che ha il sapore del romanzo. Il primo incontro all’Università di Varsavia oltre sessant’anni fa. La lunga intesa intellettuale e civile spezzata nel 1968 dall’espulsione di Zygmunt per motivi politici. Il buio della separazione, poi il rinsaldarsi del legame insieme a Janina Lewinson e Albin Kania, i loro amati consorti. La vedovanza, il comune dolore della perdita. E nel 2010 “il miracolo dell’amore”: lei ha 78 anni, lui 85.
Ospite dell’editore Laterza, la sociologa Aleksandra Kania ripercorre la sua vita insieme a Bauman. Con la semplicità e l’ironia che caratterizzavano il suo compagno.
Vi siete conosciuti nel 1954 a Varsavia, entrambi studenti di filosofia. Cosa la colpì del suo futuro marito?
«Lo sguardo. Aveva occhi neri con la vivacità della fiamma, capaci di cogliere ogni cosa con straordinaria rapidità. Zygmunt sapeva ascoltare. Aveva solo 29 anni ma sembrava molto più maturo. Del nostro gruppo era il leader indiscusso, ma non tendeva mai a prevaricare. Non era nella sua indole».
Lei era la figlia di Boleslaw Bierut, detto anche “lo Stalin polacco”. Bauman l’ha aiutata a fare i conti con l’ingombrante figura paterna?
«Parlarne con lui è stato per me molto importante. Entrambi siamo arrivati alla conclusione che era un uomo buono e onesto che in quelle determinate circostanze storiche si è ritrovato a fare del male. È il paradosso del comunismo: aspirare a salvare l’umanità per poi ottenere il risultato contrario».
Nel 1968 Bauman fu espulso dall’Università con l’accusa di istigare la rivolta degli studenti contro il regime comunista.
«Nel nostro Dipartimento di filosofia e sociologia furono giorni terribili. Noi ci schierammo contro quella decisione, ma non fummo ascoltati. Anche io venni sospesa dai corsi. Zygmunt fu costretto a lasciare il paese in conseguenza della campagna antisemita».
Dopo il crollo del Muro, tornò in Polonia insieme alla moglie Janina. Poi siete rimasti entrambi vedovi. E nel 2010 avete scoperto di essere innamorati.
«Vuole sapere cosa vuol dire innamorarsi a ottant’anni?
Niente di diverso che innamorarsi a sedici anni. Non è affatto vero che le persone anziane non siano più capaci di provare desiderio sessuale, intimità, emozioni forti, dedizione l’uno all’altro. Tutto questo resta intatto, insieme all’esperienza del passato che può tornare anche in modo pesante».
In che senso?
«A ottant’anni è ancora più forte la paura di perdere la persona amata, un timore tipico della giovinezza.
Quando si è vecchi, il rischio aumenta dal momento che è poco il tempo che ci resta. Ma nonostante questo si vuole vivere l’esperienza fino in fondo. Zygmunt scriveva che l’amore non è semplicemente la promessa di una felicità facile, ma il tentativo costante di tenere vivo questo sentimento attraverso la cura dell’altro. E senza voler imporre all’altro la felicità contro la sua stessa volontà: ritorniamo al paradosso del comunismo! Ad esempio: Zygmunt amava da pazzi cucinare per me, ma al principio della nostra storia in pochi mesi sono ingrassata di sei chili. Ero tutt’altro che felice…».
Da cosa capì che l’amicizia stava mutando in qualcos’altro?
«Dallo sguardo degli altri.
Nell’ambito accademico eravamo per tutti una coppia, prima che noi stessi ce ne rendessimo conto».
Ma lei non s’era accorta di nulla?
«La prima volta che ne ebbi percezione fu per la sua festa degli ottantacinque anni. Il governo polacco aveva organizzato una grande cerimonia in suo onore a cui non ero stata invitata, ma Zygmunt insistette per avermi al suo fianco a cena. Tra tanti amici aveva scelto me! Poi durante la conferenza, nel pomeriggio, ebbe un gesto commovente. Furono in tanti a portargli degli omaggi floreali, ma Zygmunt volle scendere dal palco per porgermi quei fiori. Ne rimasi colpita».
E lei come ricambiò?
«Per il compleanno successivo lo andai a trovare nella sua casa di Leeds, in Gran Bretagna. Insieme a me c’era anche un gruppetto di studenti che preparavano la tesi di laurea su Bauman. Era il mio modo per dichiarargli amore. Arrivò il Capodanno e Zygmunt mi chiese di trascorrerlo insieme in una località a sorpresa, che avrei scoperto solo all’ultimo. Mi portò a Bellagio, sul lago di Como. E lì mi consegnò l’anello di fidanzamento».
(Aleksandra mostra teneramente lo smeraldo incastonato tra due brillanti).
Come le ha chiesto di sposarla?
«Fu durante la pausa di una conferenza. “Posso farti una domanda? Mi vuoi sposare?”. “Né l’uno né l’altro: non voglio domande e non voglio sposarti”.
Avevamo avuto entrambi due lunghi matrimoni felici: non aveva alcun senso risposarsi. Potevamo restare amici e amanti, anche vivere insieme ma senza una nuova investitura coniugale. Ma lui continuò a insistere con l’argomento che sarebbe stato difficile stare insieme vivendo in due paesi diversi. E alla fine, dinnanzi a tanta tenacia capitolai».
Lei si trasferì nella sua casa di Leeds. Cosa significò occupare lo studio che era appartenuto a Janina, il grande amore di Bauman?
«Trovai una stanza piena zeppa di carte, cartoline e libri di Janina, ma anche io avevo bisogno d’uno spazio per me. Così misi da parte le sue cose. “Ascolta bene “, mi diceva Zygmunt, “Janina non è più qui.
Ora ci sei tu”. Forse per rassicurarmi, mi raccontò che gli era apparsa in sogno per darmi il benvenuto in quella che era stata la loro casa. Per me non era facile.
Non era facile sostituire Janina al suo fianco e non era facile entrare nel ruolo di moglie di Bauman.
Cercavo di difendere la mia identità. E su questo Zygmunt scherzava molto, rivelandomi anche un aspetto di me che non conoscevo: dietro l’aspetto mite e pacato, coltivavo la natura di combattente. Lottavo per preservare la mia diversità, le mie abitudini, la mia indipendenza».
Voi teneste insieme a Modena una lezione sull’amore. Seppure in modo indiretto, parlavate anche di voi in quella conferenza?
«In modo molto indiretto: si trattava di una lezione teorica».
Glielo domando perché lei sostenne che «l’amore è l’unione tra due anime: il problema consiste nel dare equilibrio all’amalgama che ne scaturisce». Voi ci siete riusciti?
«Se ci siamo riusciti è stato attraverso un confronto acceso, che poteva sconfinare nel litigio. E anche con Janina – l’avrei saputo più tardi – Zygmunt aveva avuto un rapporto battagliero».
Sempre in quella lezione Bauman disse che l’amore è più il piacere di dare che di ricevere. A lei cosa ha dato?
«Un immenso regalo, che intrecciava passione sentimentale e sintonia intellettuale. Zygmunt mi chiedeva spesso se mi sentissi amata. E io lo ricambiavo con la sua stessa attitudine: preferisco amare che essere amata. E fino all’ultimo giorno sono stata stimolata dalle interpretazioni originali».
Bauman sentiva che la fine si stava avvicinando?
«Sì, aveva questo presentimento.
Un giorno mi chiese di chiamare le sue tre figlie, come per una cerimonia dell’addio. La sera di Capodanno, il nostro ultimo insieme, gli proposi di ballare il valzer, come avevamo fatto a Bellagio. Lui si mise in piedi a stento. Poi alzò il calice dello champagne e mi disse: “Credo che quest’anno sarà piuttosto breve”.
Zygmunt è morto nove giorni dopo».