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 2015  dicembre 28 Lunedì calendario

Gli amici di Cuffaro, quelli che entravano in carcere per curare i suoi affari

Il 13 luglio 2011 a Rebibbia si gioca una partita di calcio. A bordo campo tra gli spettatori ci sono Felice Crosta (il superburocrate pensionato d’oro della Regione Sicilia), Fausto Desideri (ex consigliere delegato di Riscossione Sicilia) e Marco Morrone (il factotum romano). Totò Cuffaro è in carcere da sei mesi, ma ha subito capito come fare a non perdere il contatto con i suoi fedelissimi. «Caro Marco – preannuncia in una lettera a Morrone verrai invitato ad una manifestazione che stiamo facendo in carcere, così potrai stare un po’ insieme a me e potremo parlare. Assieme a te farò invitare Felice Crosta e Fausto Desideri. Ufficialmente vi inviterà un’associazione che non ha nulla a che fare con me». E due mesi dopo l’associazione di volontariato Gruppo Idee invita a Rebibbia gli amici di Cuffaro. Tra i volontari su cui l’ex governatore fa affidamento c’è Federico Vespa, figlio di Bruno e di Augusta Iannini, magistrato e ora garante per la privacy. C’è tutta la “corte” di Totò nelle mille pagine di allegati dell’inchiesta della Procura di Roma che si appresta a depositare la richiesta di rinvio a giudizio per 41 persone (tra cui Simona Vicari, sottosegretario allo Sviluppo economico del governo Renzi e dieci parlamentari di diverse forze politiche) che devono rispondere di aver falsamente attestato lo status di collaboratori parlamentari che ha consentito loro di accedere all’interno di Rebibbia e ad avere colloqui “privati” (al riparo da intercettazioni) con l’ex governatore della Sicilia. Il quale ha appena finito di scontare una condanna a 7 anni per favoreggiamento a Cosa nostra.
IL “SISTEMA DI COMUNICAZIONE”
Cuffaro, va detto subito, in questa inchiesta non è indagato. Lui, a parlare con i suoi fedelissimi che andavano a trovarlo in carcere, non ha commesso alcun reato. A differenza dei parlamentari nazionali ed europei che, avendo diritto ad entrare nelle carceri, si sono portati dietro “amici” di Cuffaro spacciandoli come loro collaboratori e che ora rischiano fino a 10 anni. Da Simona Vicari a Vladimiro Crisafulli, da Calogero Mannino a Saverio Romano, da Giuseppe Ruvolo a Cinzia Bonfrisco, tutti si sarebbero prodigati – secondo le conclusioni dell’inchiesta condotta dal pm Barbara Zuin – per permettere all’ex governatore di mettere in piedi «un collaudato sistema di comunicazioni attraverso il quale Cuffaro ha impartito direttive o comunque fornito indicazioni per lo svolgimento di una molteplicità di non meglio specificati affari che lo vedono coinvolto». Indagato dalla Procura di Palermo nell’ambito di un’inchiesta sulla realizzazione di alcuni termovalorizzatori in Sicilia (poi finita in archivio), per Totò Cuffaro i pm Nino Di Matteo e Sergio De Montis avevano disposto la videointercettazione dei colloqui in carcere tranne, come prevede la legge, quelli con i suoi legali e con i parlamentari. Ma dalle intercettazioni effettuate sulle utenze dei familiari di Cuffaro, gli investigatori della Guardia di Finanza hanno avuto contezza che con quei colloqui al riparo dalle microspie «è stato consentito a Cuffaro di continuare ad occuparsi di proprie attività, questioni ed interessi nonostante le preclusioni connesse al suo stato detentivo».
“SI ENTRA SENZA DIRE NIENTE”
Il giorno in cui Santina Scolaro ( già portavoce di Cuffaro) vede venir fuori, nell’ambito dell’inchiesta sul caso Penati, i nomi dell’avvocato d’affari palermitano Francesco Agnello e del senatore Beppe Lumia, si muove subito. «Bisogna informare immediatamente Totò», dice al telefono. E quando si rivolge al factotum Marco Morrone riceve questa risposta: «Si può entrare senza dire niente a nessuno, con un parlamentare e s’organizzamo, con Crisafulli, glielo dico, o con Lillo Mannino che ce va tutti i lunedi».Tra coloro che vanno a trovare Cuffaro in carcere ( ma non è coinvolto nell’inchiesta), anche Angelino Alfano, che varca il portone di Rebibbia quando non è più ministro di Giustizia e non è ancora ministro dell’Interno. È il 21 febbraio 2012, il giorno del 53esimo compleanno di Cuffaro, che affida al suo interlocutore la richiesta di contatto con Mondadori per la pubblicazione di un suo libro e poi scrive al suo coautore Francesco Di Chiara: «Oggi è venuto a farmi visita Angelino Alfano per farmi gli auguri. È stato molto carino. Ho concordato con lui che avrebbe chiamato Marina Berlusconi, alias Mondadori, per fissare appuntamento con Renato Farina». Di Chiara poi entrerà a Rebibbia con Renato Farina, già condannato per aver portato in carcere da Lele Mora un ragazzo spacciandolo per suo collaboratore.Il 12 aprile 2011 Marco Marrone parla al telefono con la figlia di Cuffaro, Ida, e le dice: «Noi c’avevamo con tuo papà una situazione con la senatrice Vicari, con Simona perché sta cosa va in scadenza ad aprile e la deve incontra Nino (Sirchia) perché c’ha il fascicolo che tuo padre gli aveva lasciato di questa pratica». Basta controllare i registri e si scopre che la Vicari è stata in carcere pochi giorni prima, il 7 aprile.Dalle verifiche è venuto fuori che al seguito dei parlamentari era entrata a Rebibbia tutta la corte di Totò: il dirigente del ministero dell’Agricoltura Attilio Tripodi, l’ex direttore generale della Asl di Agrigento Giuseppe Di Carlo, l’ex presidente di Confindustria Trapani Davide Durante, l’avvocato dello Stato Filippo Maria Bucalo, il presidente dell’Università Kore di Enna Cataldo Salerno, oltre a deputati e politici locali a lui fedelissimi.