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 2015  dicembre 28 Lunedì calendario

Bossetti è uscito dal carcere per andare a piangere sulla tomba del padre

Poco più di un chilometro sul furgone della polizia penitenziaria, dal carcere di Bergamo alla camera ardente dell’hospice dove è morto suo padre: Massimo Bossetti ieri ha potuto lasciare la casa circondariale di via Gleno, dove è detenuto dal 16 giugno del 2014 con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, 13 anni. E ha raggiunto il feretro del papà Giovanni, morto il giorno di Natale dopo oltre un anno e mezzo di malattia. Padre all’anagrafe, ma anche padre nella vita: l’operaio della Val Seriana scomparso a 73 anni è l’uomo con cui Massimo Bossetti è cresciuto, da cui è stato accudito, insieme alla gemella Laura Letizia e al fratello, Fabio. Poco importa se le indagini scientifiche dicono che il papà naturale era Giuseppe Guerinoni, l’autista di autobus di Gorno morto nel 1999. Nel momento del dolore Bossetti ha voluto esserci, seguendo quel filo di sofferenza profonda che l’aveva colpito a Natale, quando era esploso in un pianto non appena ricevuta la notizia della scomparsa del padre dal cappellano del carcere, don Fausto Resmini.
Le gambe gli hanno ceduto per un attimo, ieri mattina, appena varcata la porta della camera ardente, dopo aver incrociato il viso del papà scavato dalla malattia. Poi ancora lacrime, quasi con timidezza, una mano appoggiata sulla bara. E lo sguardo incrociato più volte con quello della sorella Laura e della mamma Ester Arzuffi, che aveva raggiunto l’hospice già alle 8 del mattino.
Nessuna parola sul processo, nessun accenno al «Dna che non mente», parole che lui stesso, l’imputato, aveva rivolto alla madre durante un colloquio in carcere. Non era il momento, c’era spazio e tempo solo per pochi abbracci.
Non è noto se ieri, al fianco di Bossetti, ci fosse anche la moglie Marita Comi: i fotografi sono stati tenuti a distanza dalla polizia, sia quando il detenuto è stato accompagnato da tre uomini della penitenziaria in borghese, sia quando è uscito, circa mezzora dopo, da una porta sul retro dei padiglioni sanitari di via Borgo Palazzo. Fine della visita, ma Bossetti spera che quello di ieri non sia da considerare l’ultimo saluto al papà Giovanni: ha infatti inoltrato un’istanza alla Corte d’Assise per partecipare ai funerali a Terno d’Isola, che saranno celebrati domani alle 10. La risposta dei giudici è attesa per oggi. La stessa Corte, una settimana fa, gli aveva negato gli arresti domiciliari, anche con l’ipotesi del braccialetto elettronico.
«Auspichiamo che Massimo possa venire alle esequie – ha detto la gemella Laura Letizia —. È un grande dolore per tutti noi, condiviso anche da lui. Mio fratello era già stato autorizzato due volte a fare visita al papà, spero davvero possa esserci a Terno. Nostro padre aveva scoperto di essere malato circa un mese e mezzo prima di quel che è poi successo a Massimo. Ma non ha mai fatto pesare la sua sofferenza». Dalla camera ardente, nel tardo pomeriggio, esce un anziano, che aveva conosciuto Giovanni Bossetti sul lavoro: «Stava malissimo e con la stampa non ha mai voluto parlare. Ma è sempre stato convinto che suo figlio fosse innocente, al di là delle questioni familiari legate al Dna».
Tutto era accaduto in quei giorni di metà giugno del 2014: mentre gli investigatori, nei laboratori dell’Università di Pavia, erano vicini a scoprire un legame di parentela diretto tra la traccia di Ignoto 1 e quella della madre Ester Arzuffi, per poi arrivare a lui, il figlio Massimo, il papà Giovanni veniva ricoverato per la prima volta. Da alcuni mesi si sentiva poco bene. Ed era a casa, prima di tornare nuovamente in ospedale, anche quel giorno in cui la foto di suo figlio aveva iniziato a rimbalzare sul piccolo schermo: il volto di un uomo accusato di un delitto atroce. La storia delle indagini si è intrecciata, inevitabilmente, con quella di due famiglie, i Bossetti e i Guerinoni. Ma ora è il momento di un privatissimo dolore.