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 2015  novembre 19 Giovedì calendario

Breve storia dei ricchi, da Crasso a Usmanov

Certo è che quanto a ricchezza il comandante Marco Licinio Crasso non scherzava: riuscì a mettere da parte un tesoretto di circa 200 milioni di sesterzi, l’equivalente del contenuto complessivo annuo delle casse dello Stato della sua città. Cosa ha in comune questo condottiero, nato nel 114 a.C. nell’antica Roma, con il magnate Alisher Usmanov, classe 1953, primo produttore di ferro della Russia che in questa primavera si è incaricato di sovvenzionare il restauro di monumenti nella Roma moderna?
Apparentemente molto poco ma, invece, stando all’excursus del giornalista e saggista John Kampfner, Storia dei ricchi. Dagli schiavi ai super-yacht, duemila anni di ineguaglianza (Feltrinelli, € 25, pp. 480), i due nababbi hanno parecchio da spartire. Crasso e l’oligarca russo, che attualmente risiede in Gran Bretagna e il cui patrimonio oggi è stimato 11,3 miliardi di sterline, sono gli esponenti di un’esclusiva razza veramente padrona: entrambi sono dei Paperon de’ Paperoni, dei superdotati quanto a mezzi economici e finanziari, i più ricchi nei loro paesi e nelle rispettive epoche.

Un filo unico

Questo parallelismo tra personalità e mondi così lontani non è sorprendente. Nella storia degli accumulatori globali di beni, ci spiega Kampfner, vi sono delle costanti. Da Mansa Musa, imperatore del Mali, il quale dispensò così tanto oro nel corso del viaggio alla Mecca nel 1324 da scatenare il crollo del valore a livello mondiale, al conquistador Francisco Pizarro che accumulò una fortuna tramite l’acquisizione di terre nel Nuovo Mondo, ai «baroni rapinatori», come Andrew Carnegie in America, che spartendosi il controllo delle ferrovie, delle banche e dell’industria crearono monopoli giganteschi, agli sceicchi degli Emirati Arabi, ai geeks, i maghi dell’informatica divenuti miliardari quando non avevano ancora 30 anni, ai nuovi facoltosi cinesi e russi: appartengono tutti all’esclusivo club degli opulenti e condividono abitudini e stili di vita immutabili nei secoli.
Si tratta di un mix di ostentazione di sfarzosi status symbol e di un contemporaneo desiderio di ripulire la propria immagine per far dimenticare le origini dei patrimoni e di tutto quel surplus di cui si sono appropriati. Così, per esempio, Crasso fece soldi non tanto con l’arte della guerra quanto con lo sfruttamento dei più poveri da cui comprava per un tozzo di pane le case devastate dagli incendi frequentissimi e che forse appiccava lui stesso. Prendeva per la gola e riduceva letteralmente sul lastrico i miserabili, cercava però al contempo di acquisirne le benemerenze e allestiva per gli affamati diecimila tavoli con ostriche, pavoni, cinghiali, sponsorizzava gli eventi agonistici e distribuiva grano gratis. Crasso, per Kampfner, ha fatto scuola.
Panem et circenses
Da allora i nuovi Creso hanno sempre individuato nel finanziamento del panem et circenses, dei divertimenti, dello sport e dell’arte una dimostrazione di potere e qualcosa che garantisce loro un posto di primo piano nell’establishment culturale e sociale. Gran maestro in questa pratica fu pure Cosimo de’ Medici che noi oggi infatti non ricordiamo come un usuraio, ma come un esimio mecenate che foraggiò Donatello e il Beato Angelico, commissionò Palazzo Medici e mise insieme una delle più ricche biblioteche d’Europa. Il grande Cosimo aveva anche lui molte ombre e macchie da sbianchettare: usò le tasse, per esempio, come un importante strumento di pressione politica.
Emise, fra l’altro, una nuova imposta sui fabbricati fortemente impopolare e mentre sosteneva di pagarla, con una fasulla dichiarazione dei redditi si faceva esentare. Volendo poi rovinare i nemici ne sovrastimava il patrimonio imponendo balzelli intollerabili. Metodi molto moderni, avverte Kampfner: «I governi hanno sempre più utilizzato il fisco per prendere di mira gli avversari politici: lo hanno fatto le dittature come quella di Augusto Pinochet ma anche il governo argentino di sinistra di Cristina Fernández de Kirchner e Vladimir Putin in Russia».
Sempre più opulenti
Ai nostri giorni inoltre i super-possidenti hanno moltissimo da far dimenticare; trent’anni fa l’amministratore delegato medio americano guadagnava 42 volte la somma intascata dal lavoratore medio. Ma alla metà del primo decennio del 2000 il rapporto era salito a 380 volte. I primi trecentomila americani hanno accumulato un reddito praticamente pari a quello degli ultimi centocinquanta milioni.
E non basta. Il guadagno del 2012 dei cento miliardari più ricchi del mondo era di 240 miliardi di dollari, quattro volte la somma necessaria a spazzar via la povertà globale estrema. Nemmeno i recenti fallimenti dello scorso decennio hanno dunque intaccato la torta di cui nel mondo s’ingozzano i supericchi. A consolarci c’è solo il loro amore per l’arte e la filantropia.