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 2015  marzo 04 Mercoledì calendario

«Il disincanto della gente verso le istituzioni è un problema serio, ma quello più grande è la disoccupazione. È una meschinità raccontare alla gente, e raccontare a se stessi, che la crisi è finita». Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea parla di Grecia («Tsipras deve spiegare che non potrà mantenere tutte le promesse con le quali ha vinto le elezioni), Toika («È ora di farla finita) e Gemania («il caso di Atene dimostra che non tiene l’Ue in pugno)

A un certo punto, negli ultimi due anni, dopo aver perso le elezioni in Lussemburgo, Jean-Claude Juncker ha accarezzato l’idea di lasciare la politica e scrivere un libro di memorie. Poi ha pensato che su quello di cui non si può parlare bisogna tacere: «Per dire qualcosa di interessante su questi anni di piombo bisogna raccontare interiorità inconfessabili». Juncker ha accantonato il progetto di tornare nel suo habitat naturale: ha vinto le elezioni europee e ora, nonostante le reticenze di Berlino, guida la Commissione Ue che lui stesso definisce «dell’ultima opportunità», riferendosi alla necessità di sollevare definitivamente la testa da questa concatenazione di crisi multiple condite da un euro-disincanto di proporzioni clamorose.
Qual è il problema più grosso dell’Europa?
«Il disincanto della gente verso le istituzioni è un problema serio, ma quello più grande è la disoccupazione. Con cifre come quelle di Spagna o Grecia – anche se c’è un miglioramento – è una meschinità raccontare alla gente, e raccontare a se stessi, che la crisi è finita. È più onesto dire che le difficoltà continueranno a esserci finché la disoccupazione non scenderà. Ci siamo in mezzo alla crisi, non è finita».
Non c’è stato abbastanza tempo per vedere i risultati delle politiche europee? Cinque anni di programma di salvataggio in Grecia, per esempio, non sembrano aver facilitato le cose a Tsipras.
«Tsipras ha fatto un passo fondamentale, ha cominciato ad assumersi le sue responsabilità. Però ha un problema: deve spiegare che alcune delle promesse con cui ha vinto le elezioni non saranno mantenute. Tsipras ha il merito di aver posto le domande giuste, ma non ha mai dato risposte. Se ha dato una risposta lo ha fatto esclusivamente per la Grecia, mentre è evidente che quando si parla della Grecia e del suo programma di aiuti ci sono 19 opinioni pubbliche di cui bisogna tener conto. Le elezioni non cambiano i trattati: è ovvio che ci può essere un altro approccio alla crisi greca; può esserci più flessibilità, ma la vittoria di Tsipras non gli dà il diritto di cambiare tutto».
Tsipras è stato eletto grazie al suo messaggio antiausterità, antitrojka, con la promessa di ristrutturare il debito. Teme che altri partiti, come Podemos, possano raccogliere questa bandiera?
«Questa nuova tipologia di partiti spesso fa un’analisi realistica della situazione, richiama giustamente l’attenzione sui problemi sociali. Ma se vince le elezioni non riesce a mantenere le promesse, a trasformare i programmi in realtà. Le proposte di alcuni di questi partiti non sono compatibili con le regole europee: condurrebbero a una situazione di blocco totale».
È arrivato il momento di mandare a morte la trojka?
«Io dico da anni che sarebbe meglio farla finita con la trojka.».
È la stessa cosa che dice Tsipras.
«È diverso. Io metto l’accento sul fatto che i Paesi destinatari del piano di salvataggio non si sedevano a trattare con la Commissione o con l’Eurogruppo, ma con funzionari. Non era una cosa appropriata. C’è un secondo problema: quando lanciamo un programma di aggiustamento è imprescindibile realizzare una valutazione dell’impatto sociale. Questo non è stato fatto».
L’Europa sta cominciando a cambiare le sue politiche: più flessibilità sui bilanci, investimenti e una Bce più attiva. Gli Stati Uniti hanno il doppio della crescita e la metà della disoccupazione. È troppo tardi? Sono stati fatti degli errori da questa parte dell’Atlantico?
«Gli Stati Uniti e l’Eurozona non sono comparabili. In Europa continuiamo a pensare che il risanamento dei bilanci e le riforme sono importanti, ma è evidente che solo con questo non possiamo farcela: bisogna investire per evitare che quei 23 milioni di europei continuino a sognare un lavoro. Per questo abbiamo progettato il piano di investimenti da 315 miliardi di euro. Le banche pubbliche di Germania e Spagna si sono unite al progetto. Siamo sulla buona strada».
Lei è tra coloro che hanno disegnato le attuali regole dell’Eurozona. Sono state pensate per un mondo che non esiste più? Crede veramente che funzioneranno?
«L’Europa non è uno Stato con un governo e un Tesoro. Le regole sono imprescindibili per coordinare le politiche economiche. Il Patto di stabilità consente la flessibilità; l’Unione bancaria è un grande passo avanti per evitare che si ricreino le condizioni per una replica della crisi finanziaria. E questo è un processo in corso».
Perché il Sud dell’Europa ha l’impressione che la flessibilità con le regole arrivi proprio quando è la Francia ad avere problemi, come già successe nello scorso decennio con la Germania?
«Lei confonde le date: la Germania non rispettò il Patto nel 2003, e la riforma si fece nel 2005. Rispetto alla decisione di concedere due anni in più alla Francia, Berlino ha espresso il suo malcontento e diversi Paesi, compresi Paesi del Sud, hanno criticato la decisione. Peraltro non vedo un grande entusiasmo in Francia, che è obbligata a modificare il suo bilancio e a tenere fede ai suoi impegni. Qualcuno può avere l’impressione che la Francia abbia avuto un regalo, ma è un regalo avvelenato».
Il tradizionale asse franco-tedesco sembra appartenere al passato? Che cosa ne pensa di quello che Tony Judt definiva “l’inquietante predominio della Germania”?
«La Grecia è la dimostrazione che questa impressione che la Germania diriga l’Europa con pugno di ferro non corrisponde alla realtà. Ci sono stati molti Paesi più intransigenti della Germania: l’O-Jean landa, la Finlandia, la Slovacchia, i Paesi baltici, l’Austria. Nelle ultime settimane, Spagna e Portogallo sono stati molto esigenti nei confronti della Grecia».
Una delle grandi sfide della sua presidenza è il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione. Non è stufo di tutte queste apocalissi?
«Le rivoluzioni non si annunciano: le rotture dello status quo riescono solo se arrivano di sorpresa. Voglio ragionare sulle proposte che ha fatto il Regno Unito. Londra ha le sue linee rosse. E io ho le mie: la libera circolazione delle persone non è negoziabile. Sono sorpreso che Paesi del Sud come la Spagna o i Paesi dell’Est, con vecchie tradizioni di emigrazione, non reagiscano con maggior fermezza».
Che proposta farà la Commissione?
«Comprendo la determinazione a contrastare gli abusi, ma a questo non si risponde cambiando le regole europee, ma cambiando le leggi nazionali. Se oggi attacchiamo la libera circolazione delle persone, nel giro di due anni saranno prese di mira altre libertà».
Quel tipo di proposte va in parallelo con l’avanzata del populismo, ma sono altre le cose che infastidiscono gli europei, per esempio l’evasione fiscale. Lei è la persona adatta per risolvere questo problema dopo il Luxleaks?
«Il problema del Lussemburgo è uguale in molti altri Paesi. Ma l’ecosistema è cambiato. Diversi Stati si sono visti obbligati a realizzare aggiustamenti che mettono a rischio i loro sistemi di welfare, e non tollerano più comportamenti fiscali di questo tipo. Gli europei non accettano più che le multinazionali, con l’aiuto di società di consulenza, eludano con facilità il pagamento delle imposte. Quanto al Luxleaks, in Lussemburgo le regole sono chiare, anche se probabilmente non corrette: non è il ministro dell’Economia che prende queste decisioni, ma l’amministrazione tributaria. So che nessuno ci crede, però è così».