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 2014  dicembre 17 Mercoledì calendario

Un Antonio Caprarica indignato lascia Agon Channel: «Le due settimane più lunghe della mia vita. Non mi sono mai vergognato così. Nessuna produzione, in onda andavano i video dell’Ansa e quelli saccheggiati da YouTube. Le notizie in differita... Me ne torno a Londra». Intanto Francesco Becchetti, il patron della tv di Tirana, fa i soldi grazie a un tribunale albanese

È stata decantata come la prima tv italiana delocalizzata. Per giorni abbiamo assistito ai «colpi» di mercato di Agon Channel, con l’ingaggio di volti noti dello spettacolo nostrano, da Simona Ventura a Sabrina Ferilli, da Pupo a Maddalena Corvaglia. E poi calciatori per commentare lo sport, da Fulvio Collovati a Fabio Galante, e giornalisti del calibro di Antonio Caprarica, sbarcato a Tirana per dirigere le news. 
A tutti è sembrata la scoperta di una nuova frontiera televisiva, con l’Albania divenuta base da cui lanciare la sfida ai canali generalisti italiani. Ma, dopo due settimane, la nuova macchina da guerra di Francesco Becchetti, patron di Agon Channel e imprenditore nel campo dell’energia e dei rifiuti in Italia e in Albania, sembra essersi inceppata. La campagna mediatica ha lasciato spazio alle prime defezioni. La più illustre è quella di Antonio Caprarica, il quale ha annunciato ieri pomeriggio di aver ritirato «con effetto immediato» la sua firma da direttore delle news. «Ho fatto l’impossibile per assicurare la messa in onda del telegiornale Agon News, 10 edizioni al giorno, del programma mattutino e degli approfondimenti quotidiani (cinque appuntamenti settimanali): il tutto con nove redattori. E basta». A quanto pare il patron Becchetti pensava alle nozze con i fichi secchi. Non ci sono producer, autori e nemmeno una segretaria di redazione. «Lavoravamo in un container, c’era un solo apparecchio telefonico per tutti ma non una stampante – spiega Caprarica -. Un autentico miracolo che non si può più sostenere, nemmeno strizzando i collaboratori come si è fatto finora». Una missione impossibile, racconta l’ormai ex direttore. «Il Tg non andava in diretta, dovevamo registrarlo oltre un’ora prima». I colossali mezzi tecnici non si sono mai visti, nonostante gli annunciati 40 milioni di investimenti. 
«Le due settimane più lunghe della mia vita – racconta Caprarica – Non mi sono mai vergognato così. Nessuna produzione, in onda andavano i video dell’Ansa e quelli saccheggiati da youtube. Le notizie in differita...». E ritmi di lavoro che si aggirano tra le 12-14 ore al giorno per tutti. 
Il direttore ha protestato con Becchetti, il quale ha replicato di «non credere al principio che chi lavora 12 ore al giorno debba stare male». Di qui la decisione di andarsene. Ma la storia non è finita. Il patron ha minacciato sfaceli. «Non corrispondono al vero le parole di Caprarica – dichiara Becchetti – e le sue dimissioni sono illegittime e strumentali». Ma Caprarica tira dritto: «Capitolo chiuso, me ne torno a casa mia, a Londra». 
 
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Fino a due settimane fa nessuno sapeva chi fosse. Francesco Becchetti è assurto agli onori della cronaca quando ha annunciato il lancio di Agon Channel, la tv generalista che trasmette dall’Albania in Italia. Le star ingaggiate hanno creato clamore mediatico e i suoi annunci di investimenti milionari sono stati accolti con un tributo al suo coraggio in un’impresa fantascientifica. Qualcuno ha però cominciato a domandarsi quale sia lo scopo di questo progetto. Che vantaggi offre delocalizzare una tv? Le star italiane sono pagate a prezzi di mercato, ai quali vanno aggiunti i costi delle loro continue trasferte e soggiorni a Tirana per registrare i programmi. Se si guarda alle news, vale il medesimo discorso: che senso ha produrre un Tg in Albania se per avere i servizi devo comprarli in Italia oppure spedire in Italia le troupe per realizzarli? Facendo i conti della serva, il risultato è uno solo: non conviene economicamente.
D’altronde, Becchetti, romano di 48 anni, non è nuovo a imprese ambiziose anche se di scarso successo. Gli affari della società di famiglia, la Beg (Becchetti Energy group) si sviluppano sull’asse Roma-Balcani nel settore ambientale, energia e rinnovabili, recupero e valorizzazione dei rifiuti solidi urbani. Il leader di Agon è cresciuto in una famiglia che con le immondizie ha fatto fortuna, sia in Italia sia all’estero. Suo zio è Manlio Cerroni, che ha il monopolio del trattamento dei rifiuti nel Lazio ed è il discusso patron della più grande discarica d’Europa, Malagrotta. Cerroni è salito recentemente alla ribalta perché è indagato proprio in un’inchiesta sulla gestione dei rifiuti della Regione. 
Ma torniamo a Becchetti che, forte del business familiare, sbarca in Albania negli anni Novanta con grandi progetti. Il più ambizioso è quello della costruzione di una centrale idroelettrica a Kalivac, nel sud del Paese. Ottenuta una concessione trentennale e forte degli incentivi garantiti dal governo di Tirana per attirare imprese straniere, nel 2000 la Beg convince Enelpower (società del gruppo Enel) a costruire e a gestire in società un impianto da 100 megawatt. L’investimento previsto è 160 milioni di dollari. Che naturalmente non è lui a sborsare. Ma dopo qualche mese l’alleanza tra il colosso dell’energia italiana e Beg si rompe e Becchetti cita in giudizio Enelpower. Il motivo? Non ha mantenuto gli impegni finanziari alle scadenze previste. I tribunali italiani però danno torto alla società di Becchetti e respingono la richiesta di risarcimento di 120 milioni. La Beg non ha più partner quando dovrebbero partire i lavori agli inizi del 2002, ma il governo albanese gli concede una proroga. Nel 2007 la società riesce a coinvolgere nel progetto di Kalivac la Deutsche Bank, ma anche l’accordo con i tedeschi salta. E La Beg cita in giudizio pure l’istituto di credito. Perché tutti scappano da Becchetti? Che cosa ha spinto due colossi come Enel e Deutsche Bank a fare i bagagli? 
La reputazione di Becchetti in Albania è controversa, molti lo dipingono come una sorta di «padrino», non perché lo sia ma per l’atteggiamento che ha quando lo incontri. «Sigaro in bocca, gorilla armati sempre intorno, l’aria di chi comanda», raccontano i giornalisti albanesi che abbiamo incontrato. «È l’unico italiano ad aver richiesto il permesso per un’auto blindata», rivela un alto dirigente della polizia stradale albanese, preposta a concedere queste autorizzazioni. E viaggia con il suo aereo, privato naturalmente, gongolandosi quando racconta di aver acquistato la squadra di calcio inglese Leyton Orient (che milita però nella terza serie). Eppure i suoi affari non sembrano andare a gonfie vele, stando almeno ai bilanci delle sue aziende. Nel 2013 il valore di produzione della Beg è sceso da 3,1 milioni a 825mila euro, con un utile di 464mila euro. Il tutto a fronte di debiti per 6,9 milioni. Le altre società non vantano certo numeri migliori. Neppure la tanto decantata tv Agon Channel, che nel 2013 ha registrato ricavi per circa 35mila euro e perdite per quasi 4 milioni, mettendo però sul piatto circa 8 milioni di investimenti. Da dove arrivano i soldi? Di sicuro non dalla progettata centrale di Kalivac, dove è tutto in abbandono e dove Becchetti evita di farsi vedere perché nessuno ha pagato gli operai né i fornitori. Però, chi sa muoversi qualcosa riesce a spremere. La causa alla Deutsche Bank, dopo la rottura della partnership, porta a Becchetti un tesoretto di oltre 20 milioni. I giudici albanesi danno ragione alla Beg. Inoltre, il ras dei rifiuti, dopo il ko nei tribunali italiani, chiede «giustizia» a quelli di Tirana e porta sul banco degli imputati Enelpower. L’Albania è tristemente nota per la corruzione, anche se, con il nuovo governo dell’intellettuale Edi Rama, sta mettendo in cantiere le riforme indispensabili per poter entrare nell’Unione europea. Corruzione che colpisce anche gli ambienti giudiziari. Questo non significa che i processi nei tre gradi di giudizio contro Enel siano stati viziati, ma qualche perplessità sorge spontanea. Soprattutto nello scoprire che uno dei giudici di Cassazione, che hanno emesso la sentenza contro Enelpower, era il legale della società di Becchetti. Alla fine l’Enel è stata condannata a pagare 440 milioni.
Insomma, sembra che il vero business della Beg sia nelle aule dei tribunali albanesi.