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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

Dario Fo e Piero Sciotto raccontano in un libro appena uscita la straordinaria storia di Paolo Ciulla, il pittore anarchico siciliano che produsse le sue banconote da 500 lire, beffando la Banca d’Italia. In soli due anni ne mise in circolazione per circa 12 milioni

Paolo Ciulla. Segnatevi questo nome da cabaret che sembra inventato, e probabilmente non avete mai sentito nominare, perché invece è verissimo, e terribilmente attuale.   
Ci voleva un falsario per passare ai raggi gamma la storia d’Italia e osservarla in filigrana, oltre la retorica unica certificata. Ci voleva un falsario che fosse anche un vero artista: perché, se tutti gli artisti sono un po’ falsari, non tutti i falsari sono artisti. Dario Fo e il suo storico collaboratore Piero Sciotto hanno deciso di raccontarne la vita romanzesca nel libro Ciulla, il grande malfattore (Guanda).   
Sciotto è andato al tribunale di Catania a prendersi gli atti del processo a cui Ciulla venne sottoposto dopo essere stato arrestato, nel 1921, e che si concluse con la condanna a cinque anni. E già dagli atti processuali salta fuori un personaggio straordinario e indomito nonostante i sogni infranti e la salute minata, determinato a difendersi da solo e ad accusare i complici che lo avevano tradito; capace di prendersi gioco perfino del pubblico ministero e di entusiasmare la folla, che per ascoltarlo prenotava i posti in aula come a teatro.   
Nato a Caltagirone nel 1867, disegnatore prodigio fin da ragazzo, ottiene dal comune una borsa di studio per andare a studiare nelle accademie di Roma, Napoli e Parigi. Diventa un eccellente illustratore di libri e un pittore rinomato; ma è troppo artista anche per le accademie. In più, è “un grande malfattore”, di quelli che a Dario Fo sono sempre piaciuti, come per esempio gli anarchici e i socialisti di inizio Novecento, orgogliosi di proclamarsi tali: “Affermavano di essere canaglie e malfattori per contrasto, per ribaltare la definizione a danno di chi gliela affibbiava, chi stava al potere e dettava legge.”   
Ciulla aderisce alle lotte contro il latifondo, partecipa al movimento dei Fasci siciliani, e non ci penserà due volte a dichiararsi anarchico; se poi non bastasse, si dichiara anche omosessuale. Quale futuro può esserci per un tale diverso perfetto in quell’Italia di Strapaese? Nessuno. Infatti agli inizi del secolo Paolo si rifugia prima nella Parigi di Picasso e Modigliani, poi nella turbolenta Buenos Aires dell’immigrazione italiana; qui impara la falsificazione della cartamoneta esercitandosi sul peso argentino, e la trasforma in arte per mezzo di una tecnica di sua invenzione, basata sulle fotografie sovrapposte.   
Scoperto, viene arrestato e internato in un manicomio boenarense (mai farsi mancare qualcosa), poi torna finalmente in Sicilia. Reso ormai semicieco dall’uso degli acidi, si trasferisce in una casupola sperduta in mezzo alle sciare; eppure proprio qui nascerà il suo vero capolavoro. C’è chi passa alla storia per la Gioconda e chi per un orinatoio; Paolo Ciulla è destinato a essere ricordato per la banconota da 500 lire: “Fondo viola pallido, cornice azzurra, stemma sabaudo in alto, in testa un’aquila, poi l’allegoria della Legge, l’allegoria della Giustizia bendata, la spada impugnata... E per finire, un puttino che regge una bilancia”. Sono così perfetti, quei bigliettoni gonfi di retorica, che a parte “il grande malfattore” stesso, nessuno è in grado di distinguerli da quelli autentici. Nel suo misero laboratorio Ciulla si mette a fare concorrenza alla Banca d’Italia, tanto è vero che nel giro di due anni riesce a mettere in circolazione banconote per 12 milioni (pari a 18 milioni di euro).   
È assai probabile che nessuno l’avrebbe mai scoperto, se il vecchio anarchico non si fosse fatto prendere la mano mettendosi a spedire ai bisognosi e alle famiglie povere di Catania buste anonime con dentro banconote da 500 lire.  
Quando le regie guardie fanno irruzione nella casupola restano di stucco nel vedere quest’uomo umile, mezzo cieco e tutto solo tra i suoi macchinari. Difficile credere di avere davanti il più grande falsario della storia d’Italia; e invece è proprio così, perché dei milioni da lui fabbricati Ciulla si era preso sempre e solo le briciole. “Ho fatto tutto io. Parlerò solo davanti al Procuratore del Re”, dichiara l’uomo agli sbirri. E quando il Procuratore arriva, lo accoglie con queste parole: “Davanti a un artista si tolga il cappello”.   
Paolo Ciulla, anarchico pericoloso e gentile, è morto povero in un ospizio dove insegnava ai vecchietti a ballare il tango nonostante la cecità. Il suo mistero buffo ci racconta una storia due volte familiare; il calvario annunciato di un irregolare di genio nel Paese più conformista del mondo, ma anche uno scorcio del Regno d’Italia a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento. Il Regno nel quale Ciulla veniva condannato a cinque anni e 6 mila lire di multa, ma i banchieri e i deputati coinvolti nello scandalo della Banca Romana venivano tutti assolti. Uno Stato giovanissimo, ma dove i governi rubavano quanto e più di oggi, la corruzione era ovunque e la missione parlamentare veniva sistematicamente falsificata. In attesa di falsificare una dittatura che si dimostrerà tragicamente vera.