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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

«Dekiru koto wa nandemo yaru»: è il «whatever it takes» di Mario Draghi in lingua giapponese. Parole pronunciate ieri dal governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, a un forum organizzato dalla Kyodo, per sottolineare che la Nippon Ginko (BoJ) farà tutto il possibile per cercare di conseguire il target ufficiale di inflazione del 2%

«Dekiru koto wa nandemo yaru»: è il «whatever it takes» di Mario Draghi in lingua giapponese. Parole pronunciate ieri dal governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, a un forum organizzato dalla Kyodo, per sottolineare che la Nippon Ginko (BoJ) farà tutto il possibile per cercare di conseguire il target ufficiale di inflazione del 2%. Il numero uno della Bce, nel famoso discorso del luglio 2012, si riferiva alla salvezza dell’unione monetaria europea. Kuroda lo riferisce a un obiettivo di politica monetaria che, per inciso, è sul piano formale lo stesso della banca centrale europea (che ha anch’essa un obiettivo di crescita dei prezzi al consumo intorno al 2%). Ma per Kuroda il target è diventato vincolante, non certo una aspirazione generica e sfuggente come nel nuovo palazzo di Francoforte: il suo senso di necessità appare praticamente pari a quello dei tempi bui della crisi europea.
Il governatore della BoJ, infatti, ha scommesso tutto sul radicamento delle aspettative di inflazione in Giappone. Scommessa che si è fatta addirittura personale, visto che le nuove misure ultra-espansive annunciate venerdì scorso dalla BoJ sono passate grazie al suo voto (i favorevoli nel board sono stati 5, contro ben 4 membri contrari). D’ora in poi, la BoJ amplierà la base monetaria a un ritmo di ben 80mila miliardi di yen l’anno, contro i precedenti 60-70 mila. E se nell’introdurre la politica di «allentamento quantitativo e qualitativo» nella primavera dell’anno scorso la parola d’ordine sembrava «raddoppiare» (la base monetaria, gli acquisti di bond e la durata media dei bond in portafoglio), ora siamo al «triplicare» (gli acquisti diretti di Etf e trust immobiliari).
Con il suo «whatever it takes» di ieri, Kuroda è andato anche più in là, facendo intendere che la banca centrale potrà sparare altre “cannonate” finanziarie. «Non ci sono limiti ai nostri strumenti di politica monetaria», ha detto, così come «non ci sono cambiamenti alla nostra politica mirante a raggiungere una inflazione del 2% il prima possibile, con un orizzonte temporale di massima intorno a due anni». Tuttavia venerdì scorso la Boj, dopo aver dimezzato le stime sul Pil dell’annata in corso allo 0,5%, ha anche ridotto le sue previsioni sull’inflazione (esclusi gli effetti del rialzo dell’Iva) all’1,7% per l’annata che inizia nel marzo 2015 rispetto al precedente 1,9 per cento (e all’1,2% dal precedente 1,3% per l’esercizio in corso). Magari Mario Draghi sorriderà nel leggere la replica giapponese delle sue più famose parole, ma Kuroda gli crea più di un problema. Se la Bce intendeva, con le sue ultime mosse in direzione espansiva, come minimo favorire un indebolimento dell’euro per dar un po’ di respiro all’industria manifatturiera, la politica monetaria di Kuroda vanifica anche l’obiettivo-Bce che sembrava più concretamente raggiungibile. L’euro è tornato sopra un cambio di 143 sullo yen, a meno del 2% di distanza dai massimi del 2008. Considerando che nell’estate 2012 (fino a settembre) la divisa giapponese stava sotto quota 100, mantenere competitività – per le aziende manifatturiere europee – appare davvero una impresa.