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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

La quotazione dell’oro è scesa fino a 1.137,40 dollari, minimo da aprile 2010, e minaccia di raggiungere presto «quota mille». L’argento poi ha subìto ribassi addirittura superiori al 5%, che l’hanno schiacciato a 15,13 dollari l’oncia

Gli analisti tecnici l’avevano anticipato: gli argini in grado di trattenere la caduta dell’oro si sarebbero fatti via via più fragili dopo la discesa sotto 1.180 dollari l’oncia. Il supporto, che resisteva da luglio 2010, ha ceduto solo venerdì ma il lingotto è già affondato fino a 1.137,40 dollari, minimo da aprile 2010, e minaccia – sempre secondo i grafici – di raggiungere presto «quota mille».
Dopo una breve tregua a inizio settimana, gli ordini di vendita sono tornati a scatenarsi già durante le prime proiezioni che davano vincenti i Repubblicani alle elezioni di mid-term negli Usa. L’ondata ribassista, partita quando i mercati erano aperti solo in Asia, si è poi trasferita sulle piazze, più affollate e speculative, di Londra e New York. Ad alimentarla è stata soprattutto l’ulteriore forza guadagnata dal biglietto verde, con il Dollar Index che ha aggiornato il record da 5 anni.
A farne le spese sono stati tutti i metalli preziosi. Se l’oro è arrivato a perdere quasi il 3%, vedendo crollare la sua quotazione di 10 $ in pochi minuti in Asia, l’argento ha subìto ribassi addirittura superiori al 5%, che l’hanno schiacciato a 15,13 $/oncia: una debolezza che potrebbe salvarlo da ulteriori tracolli, perché il cosiddetto gold/silver ratio, che misura il suo valore in rapporto all’oro, è oggi il più basso da inizio 2009, una circostanza che sta già attirando l’interesse degli investitori.
La domanda di monete d’argento in particolare si è risvegliata, tanto che la zecca canadese ha iniziato a razionare la distribuzione di Maple Leafs. In forte richiesta sono anche le American Eagle e le Philarmonics, di conio austriaco. E a onor del vero c’è stata una scossa pure negli acquisti di monete e barre d’oro, anche se con volumi inferiori a quelli che si erano visti dopo il crollo delle quotazioni aurifere dell’aprile 2013. Inoltre – e questo è un elemento nuovo e allarmante – l’Asia non sta partecipando alla ripresa di interesse: a comprare monete sono soprattutto i risparmiatori americani ed europei, mentre i cinesi in particolare appaiono molto tiepidi, tant’è che alla Shanghai Gold Exchange l’oro quota ancora meno che in Occidente.
In ogni caso sarà difficile compensare l’emorragia degli investimenti finanziari sull’oro: il patrimonio del maggiore Etf sul metallo, l’Spdr Gold Trust, è ormai sceso a 738,8 tonnellate, un livello toccato solo a settembre 2008, quando i mercati furono travolti dal collasso di Lehman Brothers. Le speranze di una ripresa sono legate piuttosto al fatto che le quotazioni aurifere sono ormai al di sotto dei costi di produzione per molti produttori: 7 delle 19 società seguite da Bloomberg Intelligence operano già in perdita e altre 2 conservano un margine di appena 50 $/oz. In alternativa, bisogna affidarsi agli svizzeri, che il 30 novembre voteranno un referendum per imporre alla banca centrale di detenere il 20% delle riserve in oro. Una vittoria dei sì (che appare improbabile) potrebbe far risalire il lingotto a 1.350 $/oz secondo Bank of America.