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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

Saviano racconta i segreti di Gomorra: «Guardare in faccia il Male è l’unico modo per combatterlo. La mia vita? Penso di non potermi fidare di nessuno». Da oggi in dvd la serie tv di Stefano Sollima che ha cambiato la fiction. Parla lo scrittore: «I ragazzini mi chiedono: poi hai fatto anche il libro?»

«Sono andato dal produttore Riccardo Tozzi con una paginetta: era l’idea per la serie di Gomorra: “Te la lascio, se ci vuoi pensare”. Dopo due minuti mi ha dato l’ok». La vita di Roberto Saviano riparte facendo lo sceneggiatore. Arrivano proposte dal Messico alla Francia fino a Israele che gli ha chiesto un soggetto sulla mafia israeliana. Gomorra-La serie di Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini è un successo (venduta in oltre 50 paesi, anche negli Stati Uniti) che ha cambiato la fiction italiana. Oggi escono i cofanetti Blu-Ray e dvd 20th Century Fox, i 12 episodi e i contenuti speciali, compresa un’intervista di Saviano con Marco D’Amore, gemelli diversi. E la saga dei Savastano (trasmessa da Sky Atlantic) conquisterà la tv pubblica, in futuro andrà in onda su RaiTre.
Saviano, sul web interpreta la parodia di Gomorra, fatta da The Jackal.
«Mi sono prestato perché non andava a demolire ma a sottolineare come la serie sia entrata nel quotidiano, la dimostrazione che Gomorra non ha creato idoli. È bello distruggere le accuse omertose di diffamare Napoli».
Mentre Gomorra-La serie fotografa la realtà.
«Il mio lavoro è stato ossessivamente legato al rigore: i costumi, la marca delle scarpe, le case dei camorristi, le auto, i modelli delle moto, il tipo di armi. E poi le sopracciglia, le unghie limate. Loro sono depilati, maniacali nel curare il corpo. Dalle gabbie mi fanno segno di tirarmi i peli tra le sopracciglia. L’estetica e il mondo in cui vivono è raccontata con dettaglio filologico, l’unico modo per evitare lo stereotipo».
L’arredamento racconta un mondo: è davvero così?
«Il quadro di don Pietro con la famiglia è tipico delle grandi famiglie mafiose, usano il ritratto a olio e non la fotografia perché hanno un senso di continuità col passato. Schiavone parla dei suoi antenati che avevano un ruolo nel governo borbonico, La Torre si affida a Roma antica. Quelli che vivono nel casertano hanno quella ieraticità cafona. Il lavoro certosino ti salva dalla messinscena e diventa un’operazione storica».
La realtà supera la fiction?
«Non riesco a scrivere di mafia in modo “fictionale” perché andrei a costruire storie al di sotto della verità. Non credo che la violenza in video possa ispirare la violenza nella realtà: può avvenire la mitizzazione del criminale, ma non in questo caso. Ciro (Marco D’Amore) è amatissimo, poi odiato. Il pubblico lo guarda con occhi nuovi, vede la ferocia, la schifezza».
Da scrittore lavora da solo, stavolta com’è andata?
«Il lavoro con gli sceneggiatori e i registi è bello, è una specie di corpo a corpo; i dialoghi vengono dalle intercettazioni, non hai paura di osare perché ti ispiri a un frasario che sembra irreale ma è rigorosissi- mo. Non potevamo rinunciare al napoletano perché è la lingua dei corpi, e non è quello di Eduardo. È un napoletano di gola, di carne, di guerra. Non abbiamo mai cercato di frenare, camuffare, spettacolarizzare».
Lo Stato perde anche con le elezioni truccate.
«Siamo riusciti a spiegare il meccanismo della “scheda ballerina”, l’hanno chiamata così i magistrati, per il quale la stessa scheda viene utilizzata più volte. Volevo con tutto me stesso che nella serie non ci fosse il bene, per costringere lo spettatore a misurarsi davvero col male. “Sto col giornalista”, “Sto col giudice”, “Sto col carabiniere”, non funziona. Qui il bene è una comparsa. Era l’unico modo per far vedere come ragiona il potere camorristico, esistono solo loro. Nelle storie di mafia lo Stato è l’antagonista, invece è solo un capitolo del loro infinito romanzo di affari».
Vince la banalità del male, essere uccisi è un incidente di percorso.
«Cade chi si pone uno scrupolo: il ragazzino che tiene la pistola sulla faccia dello zio e non lo ammazza, verrà ucciso. È un mondo in cui se hai un moto di coscienza sei morto».
Ha detto che Gomorra le ha bruciato anni bellissimi, nel 2006 è iniziata la sua vita blindata. Oggi ha 35 anni.
«In America riesco a campare, sono protetto ma posso muovermi un po’, Princeton è stata un’esperienza bellissima. Quando sono tornato qui mi ha colpito il successo in tv. I più piccoli mi dicevano: “Ma hai fatto un libro tratto dalla serie?”». Pensare che quel libro ha cambiato la mia vita».
Le ha fatto perdere la libertà. E cos’altro?
«Non riesco a fidarmi delle persone, anche di quelle che mi vogliono bene... Penso che finiranno per pugnalarmi alle spalle prima o poi. Sul web scrivono: “Se sei vivo allora non è vero niente”, “Adesso se ti ammazzano abbiamo pagato otto anni di scorta inutilmente”. Convivo anche con questo».
Ha scritto Gomorra 2, Zero zero zero diventerà una serie coprodotta coi francesi: come racconta il traffico di cocaina?
«Sarà un racconto internazionale che attraversa il sistema del potere delle mafie, il narcocapitalismo vincente. In fondo le serie criminali piacciono perché mostrano dinamiche quotidiane senza la mediazione delle leggi dell’ipocrisia. È vedere le proprie pulsioni – odio, desideri – messe a nudo. Ci si specchia: quello che si vede è terribile, necessario per capire».