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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

È Hillary Clinton la vera speranza dei democratici americani per le elezioni presidenziali del 2016. Potrebbe però rivelarsi vulnerabile alle critiche quale erede dell’amministrazione Obama, se questa non saprà restituire smalto alle sue fortune. I repubblicani invece non hanno ancora un volto adatto per la Casa Bianca

Le speranze repubblicane per il prossimo grande obiettivo, il ritorno alla Casa Bianca una volta tramontata definitivamente la presidenza di Barack Obama, non hanno ancora un volto. Ma i futuri portabandiera del partito nel 2016 potrebbero già cercare un’identità nelle urne di Midterm: capace di raccogliere nuovamente ampi consensi, dentro e anzitutto fuori dal partito, di stemperare toni troppo ideologici e battaglieri e di rispolverare ottimismo sul business e sulla crescita.
La girandola dei nomi di chi sta considerando la possibilità di correre comincia con popolari governatori: John Kasich, rieletto dal cruciale stato industriale dell’Ohio. Il collega del New Jersey Chris Christie che, nonostante non fosse in scadenza e soffra di scandali, si è speso con successo nella campagna elettorale. O forse il governatore del Wisconsin Scott Walker, che ha dimostrato tenacia facendosi rieleggere nonostante l’opposizione del sindacato. Tra le quinte, spiccano anche personalità moderate di rilievo, quali l’ex governatore della Florida Jeb Bush. Né mancano potenziali candidature di senatori, seppure gli attuali nomi siano controversi, dal libertario Rand Paul al texano dei Tea Party Ted Cruz.
Ma per le presidenziali del 2016 la partita è solo agli inizi e del tutto aperta. Non sono escluse sorprese, con l’avvento di aspiranti tuttora nell’ombra. L’elettorato da affrontare sarà di sicuro molto diverso da quello di metà mandato. La base democratica quando è in gioco la Casa Bianca è più presente: dalle minoranze etniche afroamericane e ispaniche, dove i repubblicani restano sfavoriti, a giovani e donne che spesso martedì hanno disertato le urne in segno di malessere e apatia. I sondaggi mostrano inoltre come, all’indomani del successo, metà dell’elettorato abbia in realtà un’opinione negativa del partito repubblicano e solo il 29% ne approva la condotta.
I democratici su questo contano per mantenere il controllo della presidenza e forse per riscattarsi al Congresso fra due anni. Al momento hanno in pole position una formidabile veterana della politica: Hillary Clinton. Che però potrebbe rivelarsi vulnerabile alle critiche quale erede dell’amministrazione Obama, se questa non saprà restituire smalto alle sue fortune. Per rilanciare l’immagine e allargare il sostegno, i repubblicani cercheranno da parte loro di far leva su successi in Congresso e negli Stati che ne dimostrino abilità e credibilità. «Dobbiamo dotarci di una seria agenda di crescita e governare efficacemente», ha riassunto Jeb Bush.
I volti nuovi dei repubblicani hanno i lineamenti di Ben Sasse, neosenatore del Nebraska, 42enne presidente della Midland University, con studi a Harvard, Oxford e Yale, nonché ex lottatore e giocatore di football americano. L’esperienza politica? È stato chief of staff di un deputato, ha lavorato per la Homeland Security e nell’ultima presidenza Bush è stato consigliere del ministero della Sanità. Oppure dimostrano l’eclettismo di Thom Tillis, 54enne eletto al Senato in North Carolina, che ha un passato alla PriceWaterhouseCoopers e alla Ibm per poi scegliere la politica. In Georgia è salito in scena David Perdue, 64 anni, erede di una dinastia politica ma con alle spalle una carriera di dirigente d’azienda, fino a diventare amministratore delegato del retailer a prezzi scontati Dollar General. Mentre Tom Cotton, eletto al Senato in Arkansas, pur avendo 37 anni è un veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan ed ex consulente di McKinsey. Durante una campagna da “conservatore fiscale” ha saputo ottenere il sostegno sia di correnti moderate che radicali (i Tea Party) del partito. Uno degli esempi più vividi è però quello di Larry Hogan, a sorpresa eletto governatore di uno degli stati più democratici del Paese, il Maryland. Un uomo d’affari con all’attivo una società immobiliare, ha corso da moderato per meno tasse e più posti di lavoro.