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 2014  novembre 05 Mercoledì calendario

Tutte le bugie del ministro Alfano sul caso degli operai dell’Ast di Terni manganellati dalla polizia. Ecco perché la versione ufficiale viene smentita dal video. Oggi alla Camera il voto sulla mozione di sfiducia

In un perfetto déjà vu, per la seconda volta in appena sedici mesi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano torna a sottoporsi al voto del Parlamento su una mozione di sfiducia individuale. Di cui cambia solo il proscenio: un anno e mezzo fa fu il Senato, oggi la Camera. Ma non la sostanza politica. Come nel luglio del 2013 (caso Shalabayeva), gli ingredienti della vicenda che lo investe – gli scontri di piazza del 29 ottobre scorso durante il corteo degli operai della Ast – ripropongono infatti un identico canovaccio. Come in quell’estate, Alfano mente al Parlamento, cui annuncia una «rigorosa e oggettiva ricostruzione dei fatti» che, al contrario, è costruita su circostanze ora fuorvianti, ora sapientemente manipolate. Non è dato sapere se figlie del dolo o della superficialità con cui le ha recepite da chi gliele ha confezionate (questura e Prefettura di Roma). In ogni caso, necessarie innanzitutto a sottrarlo alla sua responsabilità politica di ministro e, insieme, a dissimulare l’errore degli apparati. Ancora: come in quell’estate, la mossa gli è resa agevole dal silenzio di un Presidente del Consiglio (allora Enrico Letta, oggi Matteo Renzi), alla cui maggioranza sa di essere indispensabile. E in nome della quale ritiene per altro di poter chiudere la faccenda con una “democristiana” e dunque ecumenica «solidarietà ai lavoratori della Ast e della Polizia di Stato».
Per riuscire nell’operazione, è appunto necessario stravolgere i fatti e la loro sequenza. Ma questa volta, grazie alle immagini degli scontri del 29 mattina registrate dalle telecamere di “Gazebo” e diffuse da Repubblica.it, l’azzardo mostra rapidamente la sua natura abusiva.
LA “VOCE COLTA IN PIAZZA” Dice Alfano in Senato il 30 ottobre. «È subentrata la preoccupazione che alcuni manifestanti volessero dirigersi verso la vicina stazione Termini, atteso che tale voce era stata colta dai funzionari di polizia in servizio a piazza Indipendenza. Un folto numero di manifestanti, dando vita a un improvviso corteo, si è diretto verso via Solferino e, visto lo sbarramento opposto dalla polizia, ha poi deviato verso altre vie limitrofe che conducono comunque a piazza dei Cinquecento e quindi alla stazione Termini. Rafforzando così la preoccupazione che era già stata avvertita e cioè che volessero dirigersi alla stazione». Non è fortunato l’incipit della ricostruzione «oggettiva e rigorosa» del ministro. Nelle sue parole, si contano infatti un’informazione tanto anodina quanto inverificabile («una voce raccolta in piazza» vuole che i manifestanti intendano dirigersi verso Termini per “occuparla”), e, soprattutto, una prima decisiva manipolazione che le immagini televisive svelano come tale. Per poter infatti sostenere che le intenzioni dell’«improvvisato» corteo siano, come vorrebbe la misteriosa “voce”, quelle di marciare su Termini, Alfano è costretto a collocarne la testa in via Solferino, nel tratto che unisce piazza Indipendenza a piazza dei Cinquecento. Ma è falso. Il corteo infatti non solo non si dirige o entra in via Solferino, ma, al contrario, piega sulla destra di piazza Indipendenza, per entrare in via Curtatone. Una «via limitrofa» che non conduce affatto «a piazza dei Cinquecento» (corre infatti in direzione esattamente opposta), ma al ministero, dove gli operai intendono e dichiarano di andare. E dove – mostrano ancora le immagini televisive – dirigono per scelta e non perché «uno sbarramento della polizia» gli abbia ostacolato il passo in via Solferino.
IL “CONCITATO CONTATTO FISICO”
Ancora Alfano: «Al corteo è stato inutilmente intimato l’alt. Per cui si è in breve arrivati a un concitato contatto fisico tra manifestanti e polizia da cui è conseguito il ferimento di 4 manifestanti e di 4 operatori della Polizia di stato: un funzionario e tre agenti del reparto mobile, i quali hanno riportato tutti lesioni guaribili da un minimo di tre a un massimo di quindici giorni». Le immagini e il sonoro delle riprese televisive non lasciano percepire alcuna intimazione al corteo di fermarsi. Al contrario, mostrano una improvvisa frenesia che coglie i funzionari in borghese sulla piazza. Uno di loro indossa un giacca di pelle e lo si ascolta nitidamente impartire immediatamente l’ordine di “carica” agli agenti del reparto mobile che chiude l’accesso di via Curtatone. La “concitazione” comincia in quell’esatto momento. Con quell’ordine, con le visiere che si abbassano, gli scudi che si alzano, i manganelli che mulinellano sulle teste degli operai che sorreggono lo striscione in testa al corteo. Non c’è dunque un «concitato contatto fisico». C’è una carica. C’è un funzionario che perde la testa e ordina un uso sproporzionato della forza. Un funzionario così disorientato da vederlo gridare a favore di telecamera «Dovete dircelo dove andate!!!», quando ormai il guaio e fatto e qualche testa è già stata scassata. Ma anche di questo, nella «rigorosa e oggettiva relazione» del ministro non c’è, né può esserci traccia. Anche perché questo significherebbe non solo ammettere un errore e doversene scusare, assumendone il peso politico. Significherebbe anche dover rispondere ad alcune domande. L’ordine di caricare è stata l’iniziativa di un singolo? Quali indicazioni avevano ricevuto i funzionari in piazza circa l’uso della forza? E da chi? Dal questore? Dal prefetto? E quali erano state le direttive di ordine pubblico che questore e prefetto avevano ricevuto dal ministro? Il 29 mattina si doveva cercare la cogestione pacifica della piazza o, al contrario, la prova di forza muscolare con Landini e gli operai? La verità è che nel vuoto della relazione di Alfano non c’è traccia di responsabilità. Non è colpa di nessuno. Né «è stato il governo a dare l’ordine di caricare», dirà il presidente del Consiglio intervistato da Massimo Giannini a Ballarò.
“SOPRAGGIUNGE LANDINI”
Manca un ultimo tassello: «È poi sopraggiunto il segretario generale della Fiom Landini, il cui intervento ha contribuito a riportare la calma fra i manifestanti. In seguito, ha avuto avvio un breve negoziato per l’autoriz-zazione a effettuare un corteo verso la sede dello sviluppo eco-nomico, che si è concluso positivamente con la definizione di un percorso concordato». Anche nel dare conto di quest’ultimo anello della catena degli eventi, è necessario al ministro un sapiente ritocco, utile a sostenere, tra le righe, che l’animosità del corteo è stata raffreddata grazie alla “sopraggiunta” diplomazia del segretario della Fiom. Peccato che Landini non sopraggiunga. Lo si distingue nitidamente a pochi passi dalla testa del corteo nel tentativo insieme disperato e furioso di fermare i manganelli. «Che cazzo state facendo?!», urla alzando le mani al cielo davanti agli agenti del reparto Mobile. «Siamo lavoratori come voi!». E peccato che Landini non negozi, ma gridi sul volto dello spiritato funzionario di polizia con la giacca di pelle che è al ministero che gli operai vogliono andare. Non alla stazione Termini. Al ministero. Perché è lì che porta la “limitrofa” via Curtatone.