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 2014  novembre 04 Martedì calendario

Dalle macchine da scrivere all’informatica e alla telefonia mobile, così l’ingegnere De Benedetti, alla fine del 900 trasformò (e salvò) l’Olivetti

Fa pienamente parte della “storia d’impresa” il libro che Paolo Bricco ha dedicato a L’Olivetti dell’ingegnere (Il Mulino, pagg. 426, 20 euro) ma conduce in molti altri campi: la più generale storia economica del paese, il nesso fra economia e politica, o fra industria e sistema finanziario, e così via. Ha anche un ambito temporale definito (1978-1996), segnato appunto nella storia dell’azienda da Carlo De Benedetti. Anni di grandi trasformazioni: il loro inizio si colloca in un’Italia già segnata dal declinare della grande fabbrica (e con essa del sindacalismo tradizionale: è del 1980 la “marcia dei quarantamila” alla Fiat) mentre il sistema dei partiti inizia a mostrare i segni di una crisi drammatica (ed è del 1978 la cesura più traumatica, simboleggiata dall’assassinio di Aldo Moro). Nella fase finale invece siamo già oltre il crollo della “prima repubblica”: o meglio, siamo all’avvio di quella “stagione di Berlusconi” che si nutre delle peggiori tare degli anni Ottanta.In questo stesso arco temporale l’azienda passa dall’età dell’oro delle macchine da scrivere a quella dei computer, e poi oltre di essa: e in avvio è evocata la grande stagione di Adriano Olivetti, scomparso nel 1960, segnata da ansie utopiche e da ricchezza culturale, da solidarismo sociale e da capacità imprenditoriale (sin con il primo addentrarsi nell’era dei grandi calcolatori). Vi è poi la pesantissima crisi intervenuta alla sua morte: e sul palcoscenico del dramma olivettiano, annota Bricco, avanzano le figure di Bruno Visentini, Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia e altri, con il Gruppo di intervento che salva l’azienda pur “congelandola”, in qualche modo (e privandola delle cellule proiettate nell’elettronica).Nel 1978, dopo i lunghi anni trascorsi «nella camera iperbarica allestita da Mediobanca», per dirla ancora con Bricco, la Olivetti è «un’impresa senza imprenditore», con «un’organizzazione slabbrata» e un diffuso «senso di sradicamento da sé». In salute dal punto di visto produttivo, anche se fondamentalmente legata a una meccanica declinante, ma con una situazione debitoria pesantissima (siamo in uno scorcio d’anni in cui l’inflazione oscilla fra il 15 e il 20 per cento, e molte altre nubi si addensano). Inizia qui la storia della “Olivetti dell’ingegnere”, cui Visentini propone l’acquisto, e il libro è davvero “storia di impresa”, con una ricostruzione amplissima, quasi monumentale: sin troppo, in qualche tratto, per il lettore non specialista, che qua e là rischia di smarrirsi (e con una presenza talora eccessiva, forse, della “voce” dello stesso De Benedetti, anche se non manca qualche significativo controcanto). L’uscita dal tunnel della fine degli anni Settanta si connette rapidamente a uno sviluppo dell’azienda incentrato su due assi. Da un lato un risanamento profondo, con una «violenta razionalizzazione manageriale », una forte ristrutturazione finanziaria, un «controllo di gestione che diventa una sorta di ossessiva, ed efficace, filosofia di impresa», e una riduzione drastica del personale che infrange quel «mito della narrazione olivettiana che rendeva il posto di lavoro un diritto intangibile ». E dall’altro un riorientamento verso l’elettronica in parte già avviato, e poi la piena e precoce immersione in quella dimensione informatica — a partire dai primi personal computer dell’azienda, nel 1982 e soprattutto nel 1984 — che segna in profondità gli an- Ottanta (anni che vedono maturare nel nostro paese la crisi della grande impresa pubblica e privata).Nel 1985 il Time può dedicare la copertina a L’incredibile ritorno della Olivetti, e l’anno successivo l’azienda sale al decimo posto fra le aziende informatiche. Diventa qui centrale lo scenario internazionale, e il libro lo scandaglia su più versanti: la competizione e al tempo stesso la ricerca di differenti sinergie, ma anche le occasioni perdute, le intraprese difficili, le intuizioni solo parzialmente concretizzate. E poi il passaggio dalla rapidissima ascesa ad un declino quasi altrettanto rapido, in un contesto scandito dalla crisi internazionale delle aziende informatiche di matrice fordista e al tempo stesso dal tracollo del nostro sistema paese (in una degenerazione del rapporto fra politica e imprese che tocca anche “l’Olivetti dell’ingegnere”). Si collocano in questo scenario sia la “tempesta perfetta” che travolge l’azienda fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, sia quell’intuire le potenzialità della telefonia mobile che le permetterà di sopravvivere a se stessa, per così dire, a differenza di altri gruppi. Mutando radicalmente ruolo, fisionomia e assetti: e questo passaggio all’economia della conoscenza e dei servizi pone più generali domande sulla traiettoria dell’informatica e sulla fuoriuscita produttiva dal Novecento.