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La patria di confine di Cesare Battisti

Il Sole 24 Ore, mercoledì 23 marzo 2011
Era l’alba del 10 luglio 1916 quando Cesare Battisti, geografo e giornalista trentino, deputato socialista a Vienna, esponente di punta dell’irredentismo e volontario nell’esercito italiano, fu catturato dagli austriaci. Gli avvenimenti seguenti, sotto la regia asburgica, configurarono una specie di via crucis e di rito sacrificale che in tre giorni sfociò nell’esecuzione del condannato nel Castello del Buonconsiglio di Trento.

Messo in catene, fu condotto fra ali di folla, con soste cadenzate per permettere alla gente di guardarlo da vicino e insultarlo. Nelle manifestazioni di ostilità, spontanee e, in parte, alimentate, affiorò l’identificazione degli irredentisti come capro espiatorio per le violenze inferte alla terra e alla popolazione trentina per aver voluto la guerra («Porchi taliani», «Vi daremo noi le prediche e le conferenze per la guerra»). In effetti, il Trentino era diventato zona di operazioni - con le conseguenze del caso: distruzioni, sfollamenti, deportazioni - dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria nel 1915, anche se dall’anno precedente gli abitanti erano stati mobilitati in quanto sudditi dell’impero nello scontro esploso in Europa.

Nel castello del Buonconsiglio Battisti, con l’istriano Fabio Filzi, subì un processo sommario concluso con la condanna a morte. La sentenza fu eseguita il 12 luglio, dopo che agli imputati fu fatto indossare, al posto della divisa militare, un vestito di stoffa ruvida. Battisti affrontò la prova con dignità e fermezza. Nel cortile del castello erano stati fatti affluire militari per assistere al supplizio; molti curiosi si erano assiepati nelle vicinanze senza riuscire ad affacciarsi. Un insistito lampeggiare di scatti fotografici accompagnò il trasferimento e l’esecuzione: pare che il divieto di fare fotografie legato allo stato di guerra fosse stato sospeso per l’occasione. E così oggi una sequenza di foto è conservata nei musei trentini e documenta l’evento con dettagli.

A eseguire la sentenza con una sorta di garrota fu il boia Josef Lang. Il gruppo è rimasto rappresentato in posa attorno al corpo esanime di Battisti, in attitudine compiaciuta per il lavoro eseguito, in varie inquadrature fotografiche circolate prima clandestine, poi oggetto di una divulgazione a scopo propagandistico. Qualche anno dopo il commediografo austriaco Karl Kraus, nell’opera Gli ultimi giorni dell’umanità, scrisse pagine brucianti contro l’autorappresentazione di ferocia che aveva marchiato l’Austria in quell’occasione, per il rituale della messa a morte e per la sua oscena moltiplicazione in evento mediatico, che ne aveva sanzionato davanti al mondo la decrepitezza.

L’impero aveva offerto all’Italia la migliore arma propagandistica già confezionata. «Perché non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo anche messi in posa, e abbiamo fotografato non solo le esecuzioni, bensì anche gli spettatori, e addirittura i fotografi». L’impiccagione di Battisti fu un tramite tra ancien régime e modernità: del primo aveva il carattere di spettacolarità del supplizio con il concorso di popolo, della seconda l’uso dei mezzi di riproduzione meccanica e di circolazione di massa delle immagini.

Pensata come un monito per coloro che volevano ribellarsi al dominio asburgico, la sceneggiata si ritorse contro gli autori. Battisti divenne l’icona del patriottismo italiano, entrò nel martirologio nazionale, fu eretto, non senza forzature, a simbolo del nazionalismo (mentre la sua visione era ispirata a una più ampia idea di riscatto dei popoli, secondo i moduli dell’interventismo democratico), fu usato da Mussolini per promuovere politiche di italianizzazione contro la popolazione tirolese di lingua tedesca. Negli anni 20 e 30 ritratti fotografici dell’evento erano disposti, per impulso di maestri zelanti, alla sommità di piccoli altari di scuola o di classe custoditi da scolari che erano invitati a scrivere lettere di deferenza alla vedova Ernesta Bittanti così come alla madre di Fabio e degli altri fratelli Filzi: lettere piene di odio contro i carnefici e di espressioni affettuose per gli eroi.

Se Battisti non fosse stato che l’esponente di punta di un popolo insofferente del dominio imperiale, il discorso sull’italianità del Trentino potrebbe finire qui. Al di là della pattuglia irredentista, gran parte della popolazione non aveva motivo per mettere in discussione la lealtà al vecchio imperatore, al centro di un ordine multinazionale che appariva immutabile, anche se non si sentiva austriaca ma trentina. In questo senso la figura del martire non solo non esaurisce, ma per certi aspetti ha finito per nascondere la storia del Trentino in guerra e della lacerante gestazione della sua italianità. Oltre la figura dell’eroe, c’è un popolo attraversato da sofferenze, travolto da una diaspora senza precedenti a causa del conflitto: un popolo scomparso, a lungo dimenticato dalla memoria e dalla storia. Se la Grande Guerra, con la sua tragica mescolanza di linguaggi e di destini nelle trincee, ha avuto un ruolo fondamentale nel fare gli italiani, in Trentino ciò è avvenuto attraverso un cammino doppiamente lacerante che ha richiesto decenni per essere rielaborato.

Il clima nazionalistico del dopoguerra esaltò la scelta ideale di quanti avevano condiviso l’ispirazione irredentista, che furono circa 700, molti dei quali pagarono con la vita la propria opzione ideale, e cancellò gli altri, quasi tutti contadini e montanari, che avevano servito sotto le insegne asburgiche: su una popolazione di 390mila abitanti (il 94% italofono e in piccolissima parte ladini), circa 55mila furono quelli che risposero alla mobilitazione e combatterono sul fronte orientale, in Galizia, Bucovina, Volinia, migliaia di chilometri lontani dalla loro terra. Oltre 10mila di essi, secondo conteggi ancora difficili, morirono in scontri immani. Molti altri (circa 12.500) furono catturati e affrontarono durissime prigionie in Siberia, finendo - dopo la vittoria della rivoluzione bolscevica - in Estremo Oriente e dovendo fare il giro del mondo prima di tornare a casa. E qui, dopo queste peripezie, partiti sudditi di Francesco Giuseppe scoprirono di essere diventati, a loro insaputa e senza essere interpellati, sudditi di Vittorio Emanuele III. Non fu solo questa la tragedia del popolo trentino. Se l’Italia conobbe il fenomeno del profugato e lo esaltò come problema nazionale solo dopo Caporetto, il Trentino fu investito da un massiccio esodo, in parte verso l’Austria (secondo calcoli attendibili, circa 75mila, distribuiti tra Boemia e Moravia in un territorio venti volte più grande della regione di origine), in parte minore verso l’Italia. Una vicenda che non aveva alcuna particolare valenza nelle retoriche nazionali e che non trovò spazio nel racconto patriottico.

Ci sono voluti più di novant’anni - tanti ne sono trascorsi tra l’esecuzione di Battisti e la pubblicazione di un libro dedicato alla sequenza fotografica della morte - perché la figura del martire fosse sottratta alle retoriche dell’eroismo e restituita alla sua grandezza, senza dimenticare le lettere scritte alla moglie nelle quali intravedeva fin dal 1915 la disperata degradazione di una guerra pur intensamente voluta. Nel frattempo - grazie allo stesso gruppo di storici trentini e al recupero delle scritture epistolari e diaristiche di combattenti, prigionieri, internati - ha preso corpo la voce di quel popolo dimenticato per essersi trovato ineroicamente dalla parte "sbagliata". Non diversamente da quanto era accaduto all’altro popolo, quello dei contadini e dei montanari italiani che avevano combattuto dalla parte "giusta" ma senza sapere perché e che avevano affidato alle loro sgangherate scritture il segno delle loro sofferenze e resistenze. Così la dicotomia si è in qualche modo sanata, a conferma del fatto che la storia e gli storici, ricostruendo le grandi cose fatte assieme o patite assieme seppur da parti contrapposte o lontane, possono contribuire a fare gli italiani.
Antonio Gibelli