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Il nuovo teatro dopo l’Arcimboldo: l’architettura di Mario Botta, la macchina scenica di Franco Malagrande

Macchina del Tempo, dicembre 2004
Pavimenti di pietra e antichi fregi che dialogano con costruzioni astratte e colossali meccanismi di scena. Entrare nella nuova Scala di Milano è come viaggiare nel tempo, vagando di continuo tra passato e futuro. A partire dal melodramma che inaugurerà la stagione il 7 dicembre prossimo, festa del patrono sant’Ambrogio: L’Europa riconosciuta di Antonio Salieri, diretta dal maestro Riccardo Muti. La stessa che 226 anni fa, sotto Maria Teresa d’Austria, inaugurò il nuovo teatro lirico progettato da Giuseppe Piermarini. I lavori di restauro e ristrutturazione del teatro, cominciati il 4 luglio 2002, consegnano ai milanesi una sintesi architettonica di antico e moderno: la sala teatrale e gli ambienti dedicati al pubblico hanno recuperato l’aspetto che avevano nel Settecento e nell’Ottocento, quando li videro i fratelli Verri e Alessandro Manzoni. Gli edifici di servizio sono  completamente nuovi e avveniristici. Tutto si è compiuto nei tempi previsti: 910 giorni dalla prima picconata. E pensare che la rinascita era cominciata nel peggiore dei modi: le immagini di Striscia la notizia mostravano un cratere scavato alle spalle del palcoscenico. E tutt’intorno si gridava allo scandalo: «Stanno distruggendo il teatro più bello del mondo».

In realtà la Scala del Diciottesimo secolo non è mai stata smantellata. Si è distrutto e scavato per 18 metri in profondità - demolendo opere per 120 mila metri cubi - e si è poi ricostruito. Ma tutto ciò è avvenuto alle spalle dell’edificio storico: là dove nel corso dei secoli si erano affastellate strutture illogiche e disordinate. E oggi, al posto del cratere, s’innalza l’arma segreta della nuova Scala: la macchina scenica inventata dell’ingegner Franco Malgrande, grandiosa opera leonardesca di meccanica e tecnologia, dove interi allestimenti possono sprofondare sotto il palco, salire in alto o ruotare di lato. Alta 56 metri (come un palazzo di diciassette piani) e larga 35, è capace di sostituire al fondale del palcoscenico altre tre differenti scenografie, ognuna in soli sei minuti. Ma com’è possibile? «La macchina scenica ha due componenti» spiega Malgrande «una, formata da fette scomponibili, si muove dall’alto al basso e viceversa. L’altra si sposta di lato. Le scene si possono movimentare anche a sipario aperto grazie a due elementi laterali (carri compensatori) che chiudono gli spazi lasciati vuoti dagli elementi che si abbassano». Gli argani che permettono di spostare le scene in alto, in basso, o a fianco della bocca del palco (la cui struttura è rimasta intatta) sono giganteschi: trenta hanno la portata di mille chili ciascuno, altri dieci arrivano a duemila chili. Aggiunge l’ingegner Antonio Acerbo, direttore generale dei lavori: «Perfino il golfo mistico (il pozzo che ospita l’orchestra sotto il palcoscenico) è stato ristrutturato tecnologicamente: ascensori e argani potranno variarne l’altezza, anche in parte, a seconda delle esigenze sceniche e musicali». Per far muovere un simile mostro tecnologico ci vorrà una potenza enorme... «In tutto, 1,4 megawatt. Cioè l’energia che servirebbe per illuminare a festa 400 appartamenti, accendendo tutti gli elettrodomestici in contemporanea». Dove si nasconde il cuore tecnologico della Scala, cioè la centrale idrica, termica ed elettrica? «Proprio sotto la macchina scenica». Quanta potenza serve per far funzionare tutta la Scala? «La nuova cabina elettronica ha una potenza di 4 megawatt. L’equivalente di 1.200 appartamenti: un piccolo paese, insomma».

«Il vecchio palcoscenico» spiega Acerbo «scendeva sottoterra a una profondità di nove metri. Noi siamo arrivati a meno diciotto, dunque siamo in falda per un metro e mezzo. La nuova macchina scenica, in altre parole, è un’enorme nave galleggiante. E per renderla impermeabile abbiamo usato lo stesso sistema delle banche di Lugano». Cioè? «La “chiglia” è fatta di grandi blocchi di calcestruzzo (per la precisione, due metri per due) uniti con particolari resine resistenti all’acqua. In caso d’infiltrazione, si inietta resina nel blocco infiltrato».

La torre scenica, cioè l’edificio che contiene la macchina scenica, l’ha disegnata lo svizzero Mario Botta, architetto di fama mondiale. un parallelepipedo alto come un palazzo di 10 piani. Molti, nei mesi scorsi, l’hanno criticata. C’è chi ha parlato di un blocco di cemento antiestetico, ribattezzato il “condominio di piazza Verdi”. «La Torre non è di cemento, è rivestita di marmo botticino, che richiama il marmo di Candoglia del Duomo» precisa l’architetto «È vero che si alza di 2 metri e 40 centimetri rispetto alla vecchia torre, però arriva al limite dei parapetti delle due torrette già esistenti, e questo non per una scelta architettonica, ma tecnica».

Sopra al tetto sono stati demoliti tutti i corpi edilizi aggiunti confusamente nei decenni scorsi ed è stato innalzato il famoso “ellissoide di Botta”, una palazzina di cinque piani con rivestimento di listelli in marmo botticino che ospita gli uffici amministrativi, i camerini, le sale prove per l’orchestra, il coro e il corpo di ballo. «L’ellisse ha permesso di ripulire tutte le incrostazioni di tetti e cortili che si erano aggiunti nel tempo, una specie di casbah edilizia» dice Botta «Il mio pensiero, fin dall’inizio, è stato molto semplice: distinguere la parte storica, col suo linguaggio neoclassico, dalla parte nuova, col suo linguaggio “astratto”. Ho cercato un dialogo-confronto tra le parti». Molti, però, hanno sbottato che l’ellisse, col resto dell’edificio, non c’entra nulla. «Critiche ideologiche», replica l’architetto col suo aplomb svizzero. «La Scala era stata chiusa perché, così com’era, era inagibile. Chi dice che non bisogna cambiarla, dice che doveva restare chiusa». Nessuna comprensione per i nostalgici? «Qui non si tratta di nostalgia, si tratta di capire che la Scala, a regime, fa lavorare 400 persone. Ma quelle persone devono poter lavorare. Chi ha un ricordo romantico del teatro vorrebbe tornare nel Settecento. A quei tempi, però, si recitava a lume di candela». Oggi, invece, ci sono le fibre ottiche. E le loro lucine, sulle pareti della torre e dell’ellisse, trasformeranno ogni notte la Scala in cielo stellato. Anzi, come dice Botta, in una «ragnatela di forme geometriche sospese nel vuoto».

I lavori di restauro conservativo, rispetto a quelli di ristrutturazione, sono meno impressionanti per mole, ma forse ancora più affascinanti per l’accuratezza certosina del lavoro. Una squadra di quindici tecnici (tredici donne e due uomini), diretta dall’architetto Elisabetta Fabbri, ha riportato alla luce un teatro che era stato coperto e cancellato da decine di successivi rimaneggiamenti.

Per terra, dietro i palchi, è stato riscoperto il seminato veneziano, coi suoi mosaici celati sotto le moquette almeno dal 1946. Nei palchi sono tornate in vita le antiche e dimenticate lastre di cotto di Pavia: là dove mancavano, sono state posate formelle identiche, per chimica e aspetto, prodotte a mano da una fornace mantovana. Sulle pareti, torna a scaldare la vista il marmorino giallo del Piermarini, prezioso miscuglio di calce e polvere di marmo trovato dai restauratori sotto undici strati di pittura: «Sapevamo che esisteva perché era descritto in una Guida del 1865 per il forestiero che visita la Scala» spiega Elisabetta Fabbri «Ma un’altra informazione ci aveva portato fuori strada. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943, la Scala venne colpita da una bomba. L’ingegner Secchi, responsabile della manutenzione edilizia dal ’32 al ’78, al momento del crollo era lì. E in uno dei tanti suoi libri aveva scritto di aver demolito i vecchi intonaci. Così abbiamo temuto che avesse cancellato tutto il marmorino: invece, lavorando in cantiere, abbiamo trovato questa meraviglia. Abbiamo ripulito tutte le pareti e reintegrato la finitura con gli strati di marmorino necessari a ricomporre la superficie». Ed è così che le pareti della Scala sono tornate come le volle il Piermarini.

La doratura del parapetto, invece, ricalca quella ideata nell’Ottocento: «In origine il parapetto era dipinto. Nel 1830 lo scenografo Sanquirico progettò il decoro in rilievo con i pilastrini in cartapesta. All’epoca la doratura era a foglia d’oro zecchino, ma nei secoli si sono sovrapposte varie manutenzioni con leghe dorate. Abbiamo tolto i vecchi strati di porporina e abbiamo dorato tutto con similoro». Nel restauro è stato anche recuperato il famoso colore rosso Scala. «In origine» spiega Fabbri «ogni famiglia arredava il suo palco come voleva. L’uniformità cromatica che conosciamo risale al 1921, quando la Scala diventa Ente autonomo. All’epoca, per realizzare la tappezzeria, fu chiamata la storica ditta veneziana Rubelli. La stessa che abbiamo chiamato noi per i nuovi tessuti, quasi identici a quelli originali nel disegno, ma diversi nella fibra, un misto di seta e sintetico che risponde alle norme antincendio».

Fin qui, puristi e nostalgici sono abbastanza soddisfatti. Le lamentele cominciano invece con l’acustica. Higini Arau, membro della Società spagnola di acustica e consulente di tutti i principali interventi teatrali degli ultimi decenni, ha voluto conservare l’inclinazione della platea, da meno 10 centimetri a più 27, ma ha deciso di eliminare il vecchio parquet rigido, semplicemente appoggiato alle macerie prodotte dal bombardamento del 1943. Il nuovo pavimento della platea è in listoni di rovere che coprono diversi strati sovrapposti di polvere di marmo, compensato marino, gesso granulato di gomma. Tutto poggiato su un letto di sabbia. Secondo Higini Arau, queste novità consentiranno di «far ascoltare la musica non solo con l’udito, ma anche attraverso le vibrazioni del corpo». Eppure hanno scandalizzato i melomani più conservatori, convinti di aver perso per sempre le magiche note del loro teatro: "La Scala risuonerà meglio di prima ­ assicura il direttore dei lavori Antonio Acerbo. ­ Non abbiamo modificato la sala, né il rapporto tra sala e buca dell’orchestra. Non c’è più la moquette che assorbiva i suoni. E sotto la platea sono stati tolti tutti i detriti che erano stati lasciati dopo i bombardamenti del 1943. E comunque prima dei lavori l’acustica della Scala non era quella meraviglia narrata dalla leggenda». Ha infatti raccontato il direttore Riccardo Muti: «Grandi orchestre sinfoniche, grandi direttori erano colpiti dalla secchezza del suono, dalla sua esigua riverberazione. Si avvertivano perfino effetti d’eco: un colpo di timpano, o un accordo dell’orchestra, in alcuni punti della sala risultavano addirittura sdoppiati. Quando sono state tolte le poltrone, all’inizio dei restauri, abbiamo verificato effetti singolari: suoni che si riverberavano due, addirittura tre volte. Certamente non era così ai tempi del Piermarini, alla fine del ’700: ma la sala che abbiamo ereditato noi è quella modificata nel tempo». Un’altra polemica ha riguardato le vecchie porte in legno dei palchi: i restauratori hanno deciso che bisognava cambiarle e i puristi hanno gridato allo scandalo. Scandalo, secondo Acerbo, del tutto ingiustificato: «Dicono che erano le porte di Maria Teresa d’Austria. Non è vero. Erano di epoca fascista, in legno povero e tutte scassate. Le abbiamo sostituite con identiche porte in massello, mentre sono state conservate maniglie, cardini e serrature. Le nuove chiusure dei palchi saranno in grado di assorbire fino a 20 decibel. L’acustica sarà migliore anche per questo».

Il 7 dicembre, la Scala accoglierà i melomani con 2.030 posti a sedere, contro i 1.840 con i quali aveva chiuso i battenti il 31 dicembre 2001. «I posti erano stati ridotti perché il teatro non era in regola con le norme di sicurezza» spiega Acerbo. «Fino a ieri il sistema antincendio si basava su un serbatoio da 90 metri cubi, dal quale l’acqua usciva a pioggia. Oggi conta su un bacino di 500 metri cubi, al quale si aggiungono sistemi a schiuma e a gas ignifugo per non sciupare le strutture. Anche gli impianti elettrici sono stati messi a norma. In passato c’era il problema delle uscite di sicurezza: erano poche e gli spettatori del loggione, per accedervi, erano costretti ad ammassarsi pericolosamente. Oggi gran parte dei problemi sono stati risolti con “lo scalone Botta”, una scala ampia 2 metri e 40 che collega una delle entrate, vicino all’ingresso del Museo Teatrale, ai palchi e alle gallerie». E non manca un salto nel futuro: ogni poltrona avrà un display luminoso che permetterà la traduzione simultanea, in varie lingue, di ogni lirica».
Roberta Mercuri