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Biografia di Oscar Luigi Scalfaro

• Novara 9 settembre 1918 – Roma 29 gennaio 2012. Politico. Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999. «Dal Quirinale si va in pensione, ma da cittadino e da cristiano no».
Vita Nato da una famiglia di origini meridionali, durante il fascismo studiò Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed entrò in magistratura nel 1942, per dedicarsi poco dopo alla politica. Nel 1946 fu tra i più giovani eletti all’Assemblea Costituente. Deputato dal 1948 al 1992 (Democrazia cristiana), fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Scelba (1954-1955), quindi viceministro della Giustizia nel Segni I e nello Zoli (1955-1958), dell’Interno nel Segni II, Tambroni e Fanfani III (1959-1962). Ministro dei Trasporti nel Moro III, Leone II (1966-1968) e Andreotti I (1972), della Pubblica istruzione nell’Andreotti II (1972-1973), dell’Interno nel Craxi I e II e nel Fanfani VI (1983-1987). Nell’aprile 1992 fu eletto presidente della Camera. Il 25 maggio presidente della Repubblica.
• «Curioso impasto d’italiano per metà piemontese e per l’altra metà di sangue calabro. Aborriva gli inutili sfarzi, tanto da abolire i ricevimenti del 2 giugno nei giardini del Quirinale; detestava i piatti “complicati” tipo vol-au-vent, in compenso metteva un sacco di peperoncino dappertutto, ma durante il suo settennato a palazzo si mangiò poco e anche male. All’inizio del suo mandato faceva sequestrare i telefonini ai giornalisti che salivano al Colle e registrava i colloqui politici lasciando un vecchio microfono in bell’evidenza» (Filippo Ceccarelli) [Rep 30/1/2012].
• «Fu un 11 febbraio, Madonna di Lourdes, che diventò per la prima volta sottosegretario. Fu un 4 di agosto, Maria Santissima della Neve, che fece il suo ingresso al Viminale. Fu un 13 di maggio, Madonna di Fatima, che si aprirono le votazioni per l’elezione del successore di Cossiga. Era infine una giornata di maggio, mese mariano dei rosari e dei fioretti, quando ascese (mai verbo fu più aderente) al Quirinale. “Un papa si riprende il palazzo dei Papi”, rise Vittorio Sgarbi il giorno dell’elezione. Da quel momento non s’è persa occasione per sottolineare come il nome di Oscar venisse da “Os” (Dio) e “geirr” (lancia), per sorridere delle enormi sciarpe bianche portate come fossero la stola di un prete, per ricordare i suoi saggi titolati Il Pio transito di Francesco o Il valore del Rosario, per riesumare antiche fissazioni bigotte quali la scelta di bloccare l’invio a Cannes (allora il giovanotto era sottosegretario allo Spettacolo) di un capolavoro come L’oro di Napoli (1954 – ndr) o il celebre schiaffo mollato al ristorante Chiarina alla troppo scollacciata Edith Mingoni Toussan: “Le ordino di rimettersi il bolero!” (era una caldissima giornata del luglio 1950 – ndr)» (Gian Antonio Stella). L’episodio avrebbe spinto fra l’altro il padre della ragazza a sfidarlo a duello e poi Totò a scrivere all’Avanti!, indignato anche per il suo rifiuto.
• Torna ciclicamente nelle polemiche che lo riguardano una richiesta di condanna a morte da lui ottenuta a Novara nel 1945 in un processo per omicidio contro Enrico Vezzalini e altri sette (uno solo si salvò dalla fucilazione perché ricorse). Il Corriere di Novara dell’epoca scrisse: «Il pm Scalfaro parla con vigoria ed efficacia che lo fanno ascoltare senza impazienza dal pubblico... Il pm, dopo la chiarissima requisitoria conclude domandando la pena di morte». Scalfaro dice di essersi molto tormentato per quella richiesta.
• La moglie Mariannuzza Inzitari morì dando alla luce la figlia Marianna (Novara 27 novembre 1944) che, ancora single, lo accompagnò al Quirinale come una first lady. «Ha sempre cercato di rendersi invisibile (...) Non ha mai rilasciato una dichiarazione o un’intervista. Per sette anni. E quando nel ’99 è rientrata “in clandestinità”, fedele a se stessa, ha continuato a proteggersi con il silenzio. Magrissima e minuta (...) vive ancora accanto a lui, tra Palazzo Giustiniani, dove l’ex capo dello Stato ha lo studio di senatore a vita, e una palazzina della periferia romana, a Forte Bravetta: un appartamento pieno di libri e ricordi» (Marzio Breda).
Al Quirinale «La presidenza Scalfaro, complice la transizione politico-istituzionale incompiuta, segna la massima espansione del ruolo presidenziale in un regime che resta parlamentare ovvero segna la regressione a un assetto “orleanista” nel quale l’esecutivo, ancorché legato dal classico rapporto fiduciario col Parlamento, è sottoposto a tutela presidenziale. Una tutela a volte discreta e appena percettibile (secondo una “prassi consolidata” il presidente del Consiglio italiano si reca prima di ogni Consiglio dei ministri al Quirinale per passarne in rassegna l’ordine del giorno insieme col capo dello Stato), a volte invadente e clamorosa (si pensi alla lettera al presidente incaricato Berlusconi nel maggio 1994 o al “mandato” per affrontare le cosiddette “quattro emergenze”, affidato a Dini nel gennaio 1995). Il paradosso è che Oscar Luigi Scalfaro, nel decennio che ne precedette l’elezione, si era caratterizzato come il campione delle assemblee rappresentative, critico degli eccessi partitocratici e delle invadenze presidenziali (si pensi alla sua risoluzione contro le crisi extraparlamentari o al suo discorso contro Cossiga pronunciato nel dibattito sul messaggio del giugno 1991 sulle riforme): evidentemente il problema non sta solo nelle persone, ma in difetti dell’ordinamento e soprattutto nell’inadeguatezza del sistema politico. Certo è che Scalfaro ci ha aggiunto molto di suo, forse anche per quella irrefrenata e illiberalissima propensione a fare il parroco d’Italia (quando non dell’universo mondo), già evidente quando insegnava alle signore come vestirsi. Il suo interventismo l’ha esibito ai più vari livelli e in ogni possibile circostanza. Fu giusto sciogliere le Camere nel gennaio 1994 (perché c’era una nuova legge elettorale, perché le elezioni amministrative avevano segnalato una situazione politica fortemente cambiata, perché 40 parlamentari su 100 erano ormai indagati dalla magistratura)? Fu giusto rifiutare di farlo nel gennaio 1995 (nonostante l’operazione trasformistica di Lega, Pds e Popolari)? Fu giusto, nell’autunno 1994, dare affidamenti sulla propria determinazione a non esercitare il potere di scioglimento (senza di che forse la Lega non si sarebbe mossa)? Fu giusto mettere in vita e tenere in piedi con continue respirazioni bocca a bocca un governo commissariale senza parlamentari (ma pur “fiduciato”, dalle Camere) all’evidente scopo di spostare la data delle elezioni a un momento meno favorevole all’ex maggioranza e più favorevole all’opposizione? Furono opportune le consultazioni presidenziali con 26 fra gruppi o sottogruppi nel gennaio 1996 (dopo la crisi del governo Dini) o quelle “ristrette” all’indomani delle elezioni del 21 aprile 1996? E perché non già nel 1994? Fu opportuno sia nell’autunno 1997 sia nell’autunno 1998 tornare a dare affidamenti in ordine all’intenzione di “non sciogliere comunque” le Camere (indebolendo così il presidente del Consiglio Prodi, costretto nel 1997 a dare a Bertinotti le 35 ore e nel 1998 a passare la mano a un governo senza legittimazione popolare)?» (Carlo Fusaro).
• È rimasta nella storia, anche per il tono perentorio, subito parodiato, una frase che pronunciò nel discorso a reti unificate del 3 novembre 1993, deciso dopo che lo scandalo dei fondi neri del Sisde aveva investito (sulla base di illazioni che non avevano trovato riscontro) il Quirinale: «A questo gioco al massacro, io non ci sto!». Critici Giuliano Ferrara: «Ritengo clamorosamente contraddittorie due fondamentali decisioni di Scalfaro. Nel 1994 sciolse le Camere in anticipo, dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale (il Mattarellum ndr), sostenendo che a quel punto bisognava dare agli elettori la possibilità di scegliersi un nuovo “governo del popolo”. Un ragionamento sostanzialistico, che “sacralizzava” la legge elettorale. Salvo poi, quando nel 1995 il ribaltone del governo Berlusconi contraddisse il voto popolare, convertirsi al formalismo. E sostenere che se c’è una maggioranza in grado di esprimere un nuovo governo, allora lo spirito della legge elettorale non è più sacro. E nessun capo dello Stato può sciogliere le Camere...». Sergio Romano: «Scalfaro non ha mai assecondato il processo di evoluzione del sistema politico italiano. Anzi, si è “messo di traverso”, rifiutando di sciogliere le Camere sia all’inizio del 1995 sia nel 1998, dopo la crisi del governo Prodi. E così facendo ha rimesso indietro l’orologio della riforma costituzionale».
Ultime Nel febbraio 2007, assieme ad altri senatori a vita, fu decisivo (era a casa ammalato) nella prima caduta del Prodi II. Votò poi la successiva fiducia e fu altrettanto decisivo, suscitando polemiche nell’opposizione: «La legge prevede senatori di diritto e a vita che per norma costituzionale non devono dire grazie a nessuno. La Costituzione li presenta come senatori nella pienezza dei loro diritti» e chi pretende che i senatori a vita siano esclusi dal voto «ha torto marcio e sa di averlo».
• Da sempre in urto con Silvio Berlusconi, specie sui temi della giustizia, nel giugno 2008 lo invitò a non sottrarsi ai giudici sul caso Mills: «Il premier, se davvero crede sia utile il contestato emendamento per cambiare i ruoli delle udienze e far slittare certi processi (una sorta di “amnistia mascherata”, come sostengono molti), vada in Parlamento e dica: “Questa legge è importante e necessaria, vi chiedo di votarla. Io, per parte mia, non porrò comunque ostacoli al mio processo perché so che ne uscirò pulito”» (a Marzio Breda).
• Nel 2012 il giornalista Ludovico Festa gli dedica un capitolo nel libro Ascesa & declino della Seconda Repubblica. Dal 1992 al 2012 (Ares) definendolo «L’uomo nero degli anni Novanta», il vero responsabile della crisi della Repubblica in quegli anni.
Frasi «Ho avuto qualche simpatia per i girotondi, che sono stati un segno di vitalità e di partecipazione oggi forse impossibile. Ma sono preoccupato che si vada verso uno sfascio totale, verso un’insanabile separatezza tra cittadini e istituzioni».
• «Il compito del capo dello Stato non è quello di essere equidistante tra due parti politiche. Sarebbe fin troppo facile. Si dà ragione una volta l’uno e una volta all’altro e si sta a posto con la coscienza. No, il compito del capo dello Stato è quello di garantire il rispetto della costituzione su cui ha giurato. Di difenderla ad ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. Fra il ladro e il carabiniere non si può essere equidistanti: se qualcuno dice di esserlo vuol dire che ha già deciso di stare con il ladro» [Pierluigi Petrini, libertaegiustizia.it 21/1/2014].
Fede «La mia religione dice che bisogna amare senza eccezioni. Sono un poverissimo credente e cerco di seguire questa strada».
• «Io sono un broccolo ma è meglio essere un broccolo nel campo del Signore che un fiore piantato fuori dal campo».