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 2012  maggio 31 Giovedì calendario

Biografia di Leo Nucci

• Castiglione dei Pepoli (Bologna) 16 aprile 1942. Baritono (per qualcuno il migliore del mondo in Verdi). Nel 2008 applausi a scena aperta della Scala per la sua prova nel Trittico pucciniano (direttore Riccardo Chailly, regia di Luca Ronconi). Nel 2009, al Teatro Real di Madrid, interpretando Rigoletto, ha concesso un bis di Vendetta, tremenda vendetta, per la prima volta nella storia del teatro. «Pensando che nel 1967, quando ho vinto il concorso di Spoleto, le scritture tardavano e per sbarcare il lunario cantavo nel ristorante Meo Patacca, mi viene da dire: te pare poco?» (ad Alfredo Gasponi).
• Debuttò nel 1967 poi, dal 70, per cinque anni nel Coro della Scala: «Fu la svolta: lì conobbi mia moglie, lì Grassi e Gandolfi mi rilanciarono e la mia carriera sbocciò». Nel 77 l’esordio come solista sul palcoscenico del Piermarini per una sostituzione nel Barbiere di Siviglia: «Stavo facendo Figaro a Bergamo, venni chiamato d’urgenza, un’audizione e via sul palco. Dopo la cavatina venne giù il teatro: due minuti di applausi, l’allestimento di Ponnelle prevedeva che il palco girasse, ma dovettero fermarlo. Al termine dell’atto il direttore Müller mi diede un mazzo di chiavi dicendo: “Sono quelle della Scala, adesso è tua”» (a Enrico Parola).
• Diretto da Muti nell’Otello del 2001 alla Scala, «col suo cesello, con la sua coraggiosissima interpretazione, segna uno dei vertici della sua carriera, e così come d’ora in avanti pensare a Rigoletto è pensare a Nucci, del pari nominare Jago senza pensare al grande Leo sarà impossibile» (Paolo Isotta).
• «Ha il gusto della battuta, si è fatto da solo, il padre era maniscalco e minatore. Lui stesso a 15 anni dovette lavorare per una impresa di pullman, “la domenica facevo il bigliettaio”. Venire dalla povertà significa aiutare le nuove voci di Piacenza, fare beneficenza, abbassarsi il cachet del 20 per cento: “Non è giustificato, con questa crisi, dare tutti questi soldi ai direttori d’orchestra”. Ha alle spalle 72 ruoli, fu il primo a cantare in Italia l’Onegin in russo, 3.000 recite di cui 188 alla Scala e 300 a Vienna (…) “Ad Amburgo nel 1985 il regista voleva che fossi un clown sul Reno e non il buffone di corte. Verdi non può diventare un circo”. E se ne andò? “No, la direzione decise di mandare via lui. Un’altra volta a Londra riuscii a far togliere tante cose di cattivo gusto, ma purtroppo rimase la sodomia in scena. La regia all’opera la fa il compositore, non il regista, è la musica a impostare le parole. La vera modernità del Rigoletto, con cui debuttai nel 1973 a Legnago – mia moglie Adriana, incinta di sei mesi, cantava con me –, è nel capire la violenza dell’uomo sulla donna”. Nel loro giardino a Lodi chiamano i fiori con i nomi degli artisti: “L’altro giorno è morta Maria Callas, una rosa”. Ha scritto un libretto intitolato Il mondo dell’opera sui vizi, le vanità e i luoghi comuni del suo ambiente: “Lo spettacolo andò in scena in Svizzera facendo morir dal ridere, la musica è piena di citazioni, l’acqua calda è stata già inventata, non c’è nulla di nuovo”. Adora due film, Stregata dalla luna e Pretty Woman, “perché dimostrano come, anche non conoscendo la lingua, all’opera puoi commuoverti. Cosa che non accade nella prosa”. È vero che Gigi Proietti le propose di debuttare come attore? “Sì, dopo un Nabucco, opera che interpretai per la prima volta a 51 anni, mi disse: Ma ’ndo sei stato finora? Io mi ritengo un attore che canta”. (…) Ha cantato con i tre tenori. Carreras: “Mi chiamava la bestia per come ho conservato la voce”; Domingo: “Un grande amico, a Vienna sono a casa sua. Quando abbiamo cominciato diceva che io ero più giovane, a un certo punto siamo diventati coetanei, ora dice che è più giovane lui”; Pavarotti: “Era un compagnone, mi chiamava Ciccio, mi sfidava a preparare il vitel tonné”. Che cosa invidia ai tenori? “Il fatto che – non so perché – hanno tutti i capelli in testa”. (…) Leo Nucci sta dalla parte dello spettacolo, dà i bis (“una volta pure un tris”) e ai puristi che storcono la bocca ricorda che “Verdi quando diresse la Messa da Requiem a San Marco ne diede tre”. (…)» (Valerio Cappelli) [Cds 4/4/2014].
• «Motivato, rispettoso delle esigenze musicali, delle richieste di registi e direttori, delle necessità tecniche. Praticante di una fede che intende la gioia di cantare come corrispettivo di metodica autocritica artistica e professionale. In ammirazione, non disinteressata e intelligente, dei partner: la sua è una generazione di cantanti cresciuta “per imitazione”, ascoltando e imparando dai buoni colleghi. Capace di passi indietro, o laterali se necessario – l’evoluzione, non rettilinea, del suo Figaro o di Rigoletto insegna – pur di non tradire un’idea di buonbelcanto che poggia su due dogmi: la scrittura d’autore e il rispetto della voce, intesa come fortunato prolungamento timbrico della persona, e come soggetto dotato di carattere e di requisiti propri; di cui tenere conto» (Angelo Foletto).
• «A me non interessa il canto fine a se stesso: mi interessa molto di più il personaggio, lo sviluppo drammatico».
• Facile al bis: «Alla Scala era proibito. Tante volte avrei voluto ripagare così l’entusiasmo degli spettatori, come del resto ho fatto in tutti i teatri del mondo: a volte anche due bis in una stessa serata. Ma alla Scala non si poteva. Una cosa assurda, perché l’opera non appartiene agli intellettuali e ai filologi, ma deve creare un rapporto di emozione con il pubblico». Nel gennaio 2007, alla fine di un recital, al quarto bis sulle note di Mamma son tanto felice invitò il pubblico a cantare con lui. «Neanche Pavarotti, neanche Carreras avevano osato tanto. Un karaoke alla Scala! Solo Nucci può permetterselo» (Gian Mario Benzing).
• Sposato con il soprano Adriana Anelli. Una figlia, Cinzia.
• Ogni domenica fa 130 chilometri in bicicletta per mantenersi in forma.