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Biografia di Cristoforo Piancone

• La Troche (Francia) 3 dicembre 1950. Prima terrorista, poi rapinatore. È tornato in carcere il 1° ottobre 2007 per un colpo andato male al Monte dei Paschi di via Banchi di Sopra, a Siena.
• Figlio di immigrati pugliesi, cresciuto a Torino dopo un’infanzia a Grenoble, transitato dal Pci e dalla Flm (metalmeccanici della Cgil), poi in qualche gruppo extraparlamentare, prima operaio alla Fiat e poi bidello alle elementari Cairoli di Torino. Clandestino dal 1977. Stava nella Direzione strategica delle Br, nomi di battaglia Gerard e Sergio. Debutto armato nel 1975, ferimento di Paolo Fossat, vicecapo officina a Rivalta. Coinvolto nell’omicidio Casalegno (16 novembre 1977), nell’assassinio del maresciallo Berardi (10 marzo 1978), nell’uccisione di Lorenzo Cotugno (11 aprile 1978). Cotugno era un agente di custodia: Piancone e gli altri lo aspettano sotto casa a Torino, lo freddano con sette colpi, ma l’agente prima di morire spara e ferisce Piancone che viene abbandonato dai compagni e portato in cella. Cinque giorni dopo verrà rapito Moro e i brigatisti metteranno Piancone tra i dodici di cui pretendono la liberazione in cambio della salvezza del leader dc. Tre condanne all’ergastolo per sei omicidi. Poi chiese e ottenne il permesso di lavorare durante il giorno a Torino. Il previlegio gli venne concesso perché mantenne un’ottima condotta penitenziaria, anche se non si fosse mai pentito né dissociato.
• «Da galeotto fu prima un irriducibile, quindi scelse il silenzio di chi non si pentiva né dissociava, ma nemmeno credeva più alla rivoluzione innescata dagli omicidi. Negli anni Novanta il suo fascicolo personale si riempie di “relazioni comportamentali” favorevoli, che riferiscono di abbandono della lotta armata e “partecipazione proficua al trattamento carcerario”. Comincia a usufruire dei permessi e poi del lavoro esterno presso una cooperativa che si occupa di disabili. Tutto tranquillo, a parte un paio di screzi con gli agenti che gli costano la temporanea sospensione del beneficio. Ma nel 97 torna a uscire, fino all’incidente del 98: in un supermercato di Alessandria lo sorprendono a rubare biancheria e oggetti per l’igiene personale, spintona la cassiera che lo insegue, arrivano i carabinieri e l’arrestano. Vicenda curiosa, un ritorno quasi cercato alla detenzione totale. Durante la quale frequenta corsi da geometra, accumula note di merito e mostra di “saper perseguire con lucidità obiettivi di vita futura nell’ambito della società libera”. Polizia e carabinieri non segnalano collegamenti con formazioni terroristiche o “combattenti” vecchie o nuove, così tornano i permessi, il lavoro fuori dal carcere e poi la semilibertà, febbraio 2004. Il passo successivo sarebbe la liberazione condizionale, ma nel marzo 2007 gliela negano, il “ravvedimento” rispetto al passato di piombo secondo il giudice è insufficiente. Piancone la sera deve tornare in prigione (...)”» (Giovanni Bianconi).
• Il 1° ottobre 2007 tenta il colpo al Monte dei Paschi. Sono in due, l’ex brigatista ha il volto coperto da un cappello beige, il suo complice – poi identificato per Claudio Russo, pregiudicato, 33 anni – s’è mascherato col casco da motociclista. Prendono 170 mila euro e scappano a bordo di uno scooter verso Fontebranda, ma vengono bloccati dalla festa appena conclusa della contrada dell’Oca. Quando arrivano gli agenti, Piancone fa il gesto di sparare per tre volte e per tre volte innesca per errore la sicura (il che confermerebbe il suo desiderio di detenzione totale).
• Illazioni sul fatto che i banditi possedessero quattro pistole, troppe secondo gli esperti per un colpo del genere. Polemiche per il regime di semilibertà concesso a un ex terrorista che non si è mai né pentito né dissociato.
• «Se fosse morto un poliziotto avrei avuto qualche difficoltà a spiegare ai suoi familiari perché un ex brigatista, condannato per concorso in sei omicidi e in due tentati omicidi, fosse in regime di semiliberta» (Massimo Bontempi intervenuto durante la conferenza stampa dopo l’arresto di Piancone).
• «Non posso fare parte delle Br perché il mio gruppo si è sciolto nel 1983 e lo ha annunciato con un comunicato pubblico. A Siena ho agito per motivi personali, avevo bisogno di soldi. Non avevo intenzione di far male a nessuno, né in banca né fuori. Non è vero che la pistola si è inceppata. Aveva la sicura e io lo sapevo» (a Marco Gasperetti).