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Biografia di Fabio Fazio

• Savona 30 novembre 1964. Conduttore tv. «Mi piacerebbe fare un colpo di testa, andare in televisione e dire una cosa pazzesca. Poi sparire per sempre». «Fazio non è comunista: è solo paraculo» (Bruno Vespa).
Vita «Il padre Giuseppe, di Varazze (Savona), classe 1934, era impiegato, la madre Delia, originaria della Calabria, seppur nata in Etiopia, faceva la casalinga. La famiglia era molto cattolica. E non certo comunista. Da ragazzo Fabio frequenta l’oratorio, anche se è negato per tutti gli sport ed è esonerato da ginnastica» (Giacomo Amadori) [Lib 20/2/2014]. Laurea in Lettere (110), con una tesi su Elementi letterari nei testi dei cantautori italiani. «Mia madre ancora adesso si vergogna un po’ che io faccia televisione. Dovevo fare l’avvocato. M’iscrissi a Legge, anche se volevo fare Lettere. A scuola (liceo classico Gabriello Chiabrera – ndr) ero piuttosto bravo, studiavo, non pensavo affatto a diventare presentatore. Sapevo solo questo: che a Savona non sarei rimasto. Avevo una vita normale, non mi mancava niente, sveglia la mattina, scuola, pranzo, riposino fino alle quattro, studio fino alle sette, Happy days, cena, ripasso, sonno. D’estate le vacanze, tutti i giorni gli amici, dormire in camera col fratello più piccolo di sei anni, un fratello che io comandavo, rimproveravo, d’altra parte mio fratello era alto, atletico, forte, mentre io… all’ultimo anno mi esonerarono da ginnastica… Insomma, ero certo che me ne sarei andato, a Savona cosa potevo ottenere? La stessa vita che già conoscevo, al massimo con qualcosa in più. Ma non pensavo alla televisione, per niente. Più che altro lavoravo alle radio di Savona, sa come sono le radio locali, si fa di tutto, si apre la porta a chi suona e poi si va in voce a fare le imitazioni o a mettere musica. Ma era un gioco, quando ho cominciato avevo solo sedici anni. Radio Vecchia Savona, Radio Golfo Ligure. No, sa cosa pensavo piuttosto? Che avrei fatto il giornalista. Per i Mondiali dell’82 la Nazionale venne ad allenarsi ad Alassio. Con quest’idea di voler fare il giornalista andai con un amico mio che si chiama Paolo Foti a cercare di ottenere un accredito. Otteniamo questo accredito, che però vale solo per la mattina. Senonché, mettono la conferenza stampa al pomeriggio. Disperazione! Sa che facemmo? Entrammo dentro la mattina e quando vennero chiusi i cancelli e fatti uscire i giornalisti, ci nascondemmo in una siepe e restammo dentro. Così per tre o quattro ore, come Tom Sawyer e Huck Finn, acquattati tra i cespugli. E non perdemmo la conferenza stampa. Poi arrivò la Rai… Nell’82, per fronteggiare l’ascesa di Berlusconi, organizzò un concorso alla ricerca di nuovi talenti. Beh, ci andai. Non avevo nessuna speranza, ma volevo vedere gli studi. Mamma mi mise il maglione a rombi girocollo e mi stirò i calzoni alla perfezione. Papà mi accompagnò con la 124 azzurra. Il provino si svolgeva nella sede Rai di Genova, corso Europa. Entriamo e in anticamera c’è un sacco di gente disinvolta, abbronzata, ragazzi e ragazze sicuri di sé, forse addirittura mezzi professionisti, parlavano ad alta voce, insomma antipatici, mi facevano sentire un bambino di dodici anni… Mentre io di anni ne avevo diciassette… Quando arriva il mio turno, mi siedo davanti a una scrivania e dall’altra parte c’erano Bruno Voglino e Guido Sacerdote. Voglino era molto materno, da allora lo chiamo mamma. Mi chiesero cosa sapevo fare. Io tirai fuori le voci, cioè le imitazioni. Imitavo gente a cui gli altri non pensavano, cioè Pertini, Paolo Rossi, Gilberto Govi. Voglino diceva “bravo, bravo”, Sacerdote invece scuoteva il capo e faceva: “Ma se non gli somiglia per niente!”. Lo faceva apposta. In realtà li avevo colpiti, soprattutto perché i personaggi imitati erano strani. In ogni caso, non ci pensai più perché avevo ottenuto quello che volevo, vedere la Rai. Tre mesi dopo mi fecero rifare un provino a Roma – a questo punto gli abbronzati della prima volta erano spariti – e alla fine mi mandarono un telegramma: “La informiamo che la Rai si riserva di utilizzarla per le sue prossime produzioni televisive”. Sulle prime ero al settimo cielo. Poi, guardando meglio, pensai: perché “si riserva”? Se avessero voluto prendermi davvero, avrebbero scritto: “La Rai la utilizzerà”. Dunque, mi hanno bocciato e me lo dicono in questo modo cortese. Presi il telefono e chiamai Voglino, per sapere che interpretazione bisognava dare a quel messaggio. Voglino si mise a ridere, tutto allegro mi disse: “Ma va là, ti abbiamo preso e ti chiameremo, sai quanti eravate all’inizio? Ottomila. E sai quanti siete adesso? Dieci”. Tra questi dieci c’erano Chiambretti, Iacchetti, Cecchi Paone, Faletti, Tedeschi, Poggi. Mi chiamarono in autunno per fare l’ospite in Pronto Raffaella. La mamma mi vestì così: abito grigio cangiante, capelli lunghi, cravatta di pelle blu. Il Secolo XIX, nella sua pagina di Savona, fece il titolo: “Un savonese in tv!”. Poi cominciò la cosiddetta gavetta, che a me però pare quasi di non aver fatto. Il programma della Goggi, la radio... Mi chiamò pure Berlusconi. Mi offrì 150 milioni per andare a fare Risatissima e Drive in. In Rai prendevo 80 mila lire a puntata, ma dissi di no. Pensai: qui sto come in una famiglia e poi, dopo il Drive in, che cosa mi faranno fare? Diciamo che la indovinai. Però, quando arrivò Guglielmi venni praticamente licenziato. Avevo il contratto d’esclusiva, il che significa che, anche quando non lavori, ti mandano a casa regolarmente un assegno. A un certo punto questo assegno non arrivò più. Andai a chiedere, e alla fine mi ritrovai davanti a Guglielmi, direttore di Raitre. Il quale, molto brutalmente, disse queste testuali parole: “Fazio, la rete non ha più intenzione di utilizzarla”. Non rientravo nelle sue strategie, non corrispondevo alla tv che voleva fare. Non gliel’ho mai perdonata, lo considero con Freccero il più grande uomo di televisione in circolazione, ma non riesco a perdonargliela. È vero che è lui che poi m’ha recuperato e m’ha fatto fare Quelli che il calcio e in questo c’è naturalmente della grandezza, perché ha saputo ricredersi. Io ero finito su Odeon tv a fare una trasmissione di intrattenimento sportivo che possiamo considerare un precursore di Quelli che il calcio (si chiamava Forza Italia – ndr). L’inventore del programma però è Marino Bartoletti che mi vide su Odeon e mi chiamò. Io m’ero fatto le ossa al talk-show alle feste di Cuore con Davide Riondino e Michele Serra».
• Tra i numerosi programmi televisivi realizzati in seguito Diritto di replica (1991, con Sandro Paternostro), Anima mia (1997, con Claudio Baglioni), Quelli che... il calcio (dal 1993 su Rai Tre, con Marino Bartoletti), vera invenzione televisiva capace dopo poche puntate di mettere in difficoltà (in termini di share) sia Domenica In di Rai Uno sia Buona Domenica di Canale 5 e del tutto diversa rispetto a quella che poi fece Simona Ventura. «Nel suo libro Senza rete (Rizzoli), l’ex direttore di Rai3 Angelo Guglielmi racconta che quando discusse con Marino Bartoletti la proposta di Quelli che il calcio gli venne in mente un’idea balzana: offrire la conduzione a Dario Fo. Il quale invece non accettò, e il programma fu successivamente affidato a Fabio Fazio. Chissà il calcio come sarebbe oggi se al timone di quella trasmissione ci fosse stato Dario Fo. E chissà che mestiere farebbe oggi Fabio Fazio» (Grasso) [Cds 27/3/2012].
• Nel 1999 e nel 2000 condusse il Festival di Sanremo, facendosi affiancare da Renato Dulbecco e Laetitia Casta il primo anno, e da Luciano Pavarotti, Teo Teocoli e Ines Sastre il secondo.
• Nel 2001 lasciò Quelli che il calcio per andare a Tmc a fare un programma che poi, col cambio di proprietà della rete (passata da Cecchi Gori a Telecom), non si realizzò (si consolò con una liquidazione stimata in ventotto miliardi di lire).
• Grande successo, poi, con Che tempo che fa (dal 2003 su Rai Tre). Paolo Martini: «Nessuno può negare che per numeri e per influenza, Che tempo che fa sta diventando, una settimana dopo l’altra, il vero potenziale Porta a Porta della tv postmoderna di sinistra, l’antisalotto e pure l’antisalotto e mezzo». Cedono alle sue lusinghe, sia pure talvolta per presentare il loro ultimo libro o disco, anche personaggi molto lontani dalla tv come Alberto Arbasino, Maurizio Pollini, Gillo Dorfles ecc. Nel novembre 2007 Nicoletta Mantovani raccontò a lui della sua malattia e del suo rapporto con Luciano Pavarotti. Record d’ascolti per la puntata monografica dedicata ad Adriano Celentano (dicembre 2006): oltre sei milioni di telespettatori e il 24,81% di share (Celentano ci andò anche se nel 2001 aveva definito Fazio «un ipocrita dai modi gentilini e perbenini esperto in lavaggi del cervello»). Ha convinto a fare l’ospite anche Umberto Eco (è venuto a presentare il suo libro sulla bruttezza), e persino Guido Ceronetti. Altri colpi: Biagi che annuncia il suo ritorno in tv, Montezemolo che smentisce di voler scendere in politica, Saviano che racconta com’è costretto a vivere sotto scorta, Sofri che parla del Sessantotto e del carcere, Carla Bruni che spergiura indignata di non essersi intromessa nel caso Battisti.
• «Negli anni ha saputo costruire un proprio codice mediatico, divenendo straordinario creatore di consenso, intercettando l’Auditel e imponendo l’unanimismo fazioso: qualcosa che va (quasi) al di là delle fazioni e dello share. Il successo definitivo è coinciso con la sua definitiva elezione a Paolo Limiti di sinistra, prima con Quelli che il calcio e poi con Anima mia. Che tempo che fa ha sancito un ulteriore passaggio. Il conduttore si è fatto demiurgo, simulacro. Il padrone di casa è divenuto sacerdote culturale, per meglio dire dispensatore primo dell’idea che un elettore medio del Partito democratico può avere della cultura in un programma su RaiTre. Che tempo che fa è un programma che piace alla gente che (si) piace» (Andrea Scanzi) [Mic 5/2/2009].
• «Sono stanco? Certo che sì ma non si può fermare a cuor leggero una macchina che macina ascolti e rende alla Rai, come leggo sui giornali, 50 mila euro per 15 secondi di spot. Sarebbe irresponsabile, sbagliato. Cerco nuovo vigore cambiando: parallelamente alla liturgia domenicale, con le tre interviste che consentono un racconto lungo, il sabato mi gioco la carta del rinnovamento» (a Piero Negri) [Sta 10/10/2015].
• Molto amico di Luciana Littizzetto, dal 2005 al suo fianco in Che tempo che fa: «È una donna speciale, siamo profondamente amici. La forza che esprime nel lavoro rimane intatta nell’affrontare le cose della vita. La dote che più le invidio è che sa accettare la vita nel suo disordine» (a Renato Franco).
• Nel 2006 vinse il premio “È giornalismo”.
• Nel 2007 disertò la consegna degli Oscar tv, «un gesto coraggioso (la sua miglior intervista dell’anno, verrebbe da dire) per esprimere una distanza da queste piccole sagre paesane, da queste sfarinate celebrazioni (e Fazio è stato anche il più premiato di tutti perché il pubblico da casa ha votato la sua trasmissione come la migliore dell’anno)» (Grasso).
• Luttazzi lo ha accusato di essere andato da Craxi per farsi raccomandare (si trattava, pare, di evitare il servizio militare). Fazio lo ha accusato di essere invidioso, poi l’ha buttata a ridere («l’ho chiesto a Reagan e a Gorbaciov, poi è caduto il Muro di Berlino ed è finita lì»), ma in definitiva non ha risposto.
• Non votò alle primarie del Pd dell’ottobre 2007 (annuncio con un articolo pubblicato dalla Stampa): «È che sono confuso; anzi, grazie al Partito democratico ho scoperto di essere confuso da un bel pezzo». Nell’aprile del 2008 è stato criticato dal quotidiano Avvenire e da Francesco Cossiga per aver espresso (sempre sulla Stampa) la sua idea di laicità nel Pd (accusa di sostenere una «deregulation» in campo etico togliendo «la libertà di coscienza» ai parlamentari).
• Nel maggio 2008 ha dovuto leggere davanti alle telecamere un comunicato di scuse del direttore generale della Rai Claudio Cappon. Marco Travaglio, venuto a presentare il suo ultimo libro nella puntata precedente, aveva infatti pesantemente attaccato il presidente del Senato Renato Schifani dichiarando: «Schifani ha avuto rapporti con persone poi condannate per mafia» senza che Fazio sentisse il bisogno di attenuare quella dichiarazione. Alle scuse di Cappon, Fazio aggiunse le proprie: «Rispettare la doppia libertà, quella di chi c’è e quella di chi non c’è, è sempre stato e rimarrà l’obiettivo di questa trasmissione. L’offesa non mi appartiene».
• Successo clamoroso, nel novembre del 2010, per Vieni via con me (Raitre), spettacolo in quattro puntate condotto da Fabio Fazio con Roberto Saviano, risultato il programma più visto di sempre sulla terza rete da quando esistono le rilevazioni Auditel (il massimo è stato toccato con la terza puntata: oltre 9,6 milioni di spettatori, equivalenti al 31,6% di ascolti). «Vieni via con me non è un format, è un calco. Di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica. La proposta degli elenchi, di ogni tipo, su ogni argomento, assomiglia molto alle litanie. L’officiante è facile individuarlo: ne ha tutti i modi, i comportamenti, spesso le affettazioni; è Fabio Fazio. Che ha una capacità straordinaria, tipica di alcuni celebranti: quella di trasferire sui suoi numerosi fedeli quell’aura di senso di colpa che gli trasfigura il volto. La doglianza gli dà potere, mostrarsi vulnerabile (i ricchi contratti non gli impediscono di piangere sempre miseria) è la sua garanzia di invincibilità, tra un Alleluia e una Via Crucis. E poi c’è lui, la vittima sacrificale, il Cristo in croce. Se Roberto Saviano si mettesse una parrucca assomiglierebbe in maniera impressionante al Cristo di Pasolini. È una reincarnazione cinematografica. I suoi interventi (le sue parabole) sono incontrovertibili perché, segretamente, iniziano con una premessa: “In verità, in verità vi dico”. Per non parlare di tutti i chierichetti che hanno preso parte al rito» (Aldo Grasso) [Cds 24/11/2010].
• Altro grande successo, nel maggio del 2012, le tre serate consecutive di Quello che (non) ho, spettacolo condotto ancora da Fazio con Saviano, però su La7 (primato assoluto per la rete, con oltre 3 milioni di spettatori e il 12,6% di ascolti, polverizzato però otto mesi dopo da Servizio pubblico di Michele Santoro, che ospitando Silvio Berlusconi ottenne quasi tre volte tanto). Nettamente minore l’apprezzamento di critici e commentatori. «Un po’ martire, un po’ rockstar, Roberto Saviano, con l’aiuto di Fabio Fazio e di illustri “parolieri” come Francesco Piccolo e Michele Serra, ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria. Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po’ di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so. La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa: se non sei impegnato, se non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno» (Grasso) [Cds 15/5/2012]. «Quello che (non) ho ti ricatta per tre ore, senza tregua, in nome dell’impegno civile: il celebre ricatto dei contenuti di fronte a cui bisogna alzare le mani in segno di resa» (Nanni Delbecchi) [Fat 16/5/2012].
• È stato nuovamente alla conduzione del Festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014, entrambe le volte affiancato da Luciana Littizzetto: ottimi ascolti il primo anno, assai deludenti il secondo.
• Nel 2013 l’onorevole Renato Brunetta ha denunciato con un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) Che tempo che fa, insieme ad altri programmi di Rai Tre, evidenziando il netto sbilanciamento a sinistra nel numero degli esponenti politici ospitati: l’Agcom gli ha dato ragione, ordinando un conseguente riequilibrio (provvedimento poi ribaltato dal Tar del Lazio, dietro ricorso della Rai; l’ultima parola spetterà al Consiglio di Stato). In ottobre, ospite della trasmissione, Brunetta ha polemizzato con il conduttore anche per il contratto stipulatogli dalla Rai, pari a 5,4 milioni di euro per tre anni (2014-2017), Sanremo escluso (vedi anche Renato Brunetta); tale compenso risulta comunque inferiore del 10% rispetto al contratto precedente.
• Dal 2014 l’edizione del sabato di Che tempo che fa va in onda con il titolo di Che fuori tempo che fa, con Fazio affiancato dal giornalista della Stampa Massimo Gramellini: «È un tavolo. Con me c’è Massimo Gramellini e ci sono persone diverse, su cui cerco di sapere tutto ciò che è possibile sapere, che ascolto e coinvolgo nella conversazione: si tratta di usare gli argomenti e le persone come strumenti musicali e avere molte sezioni; di far stare tutto in un tempo esiguo per dare una sensazione di bella sonata piena. Non lo facevo dai tempi di Quelli che il calcio» (Piero Negri) [Sta 10/10/2015].
• Nell’ottobre del 2016 conduce su Raitre il remake di Rischiatutto, storico quiz di Mike Bongiorno. Il programma è anticipato dalla striscia Quasi quasi Rischiatutto – Prova pulsante, in onda dal 15 febbraio 2016, dal lunedì al venerdì, su Raitre per 10 minuti alle 20.30, e da due prime serate in onda su Raiuno il 21 e 22 aprile 2016: «La sfida è parlare a chi c’era e a chi non c’era, trovare un denominatore comune, in questo senso Rischiatutto è un archetipo che può rivolgersi a tutti, è un duello, accende il meccanismo ancestrale di identificazione. E poi non è un’esibizione di sapere, non è nozionismo, conta la passione più della competenza. Infine ci sono anche le domande di attualità: per rispondere non serve la specializzazione, basta che uno sia vivo e legga i giornali» (Renato Franco) [Cds 16/2/2016].
• «È tutto uguale, è basico, è vintage, con la differenza che ora si vedrà a colori: lo studio, il tabellone con gli argomenti, il jolly e il rischio, le cabine della prova finale. È un programma pop, quindi c’è l’esperto di musica classica e quello di squali. L’appassionato di mitologia e chi si presenta su Fantozzi. C’è un ragazzo di 20 anni che sa tutto sulle canzoni italiane degli anni 30. Sherlock Holmes e la commedia sexy all’italiana, l’Odissea e Franco e Ciccio».
• «Rischiatutto mi riporta a meravigliosi ricordi d’infanzia. Per me rappresentava il progresso, la modernità. Già la frase dell’annunciatrice mi riempiva di eccitazione: “E ora, dagli studi Rai della Fiera di Milano…”. Avevo anche la scatola del gioco. Oggi la condivido con i miei figli: “Ci facciamo una partita a Rischiatutto?”» (a Paolo Fiorelli) [Sec 12/4/2016].
• Mondadori ha raccolto in due volumi Che Litti che Fazio i duetti più divertenti tra lui e Luciana Littizzetto (2007 e 2010).
• Vive a Celle Ligure (Savona), in una casa che Teo Teocoli ha giudicato «abbastanza sfigata».
• Sposato dal 1994 con Gioia Selis (Savona 8 febbraio 1968), dal 4 novembre 2004 padre di Michele e dal 9 febbraio 2009 di Caterina.
Critica «Epigono della televisione abbastanza intelligente» (Pietrangelo Buttafuoco).
• «Chissà dov’è il segreto di Fabio Fazio, si chiedono i più sospettosi. Forse nel binomio di nome e cognome, direbbero gli enigmisti alla Bartezzaghi: cambio di consonante, cinque lettere, un presagio di abilità combinatoria fin dal battesimo» (Edmondo Berselli, 1951-2010).
• «Fabio Fazio, oggi, rappresenta il massimo della potenza televisiva. È la sintesi tra il vecchio-giovane Enrico Letta e il disinibito trasversalismo di Matteo Renzi. Un canone strepitoso, perché Fazio per primo ha intuito cosa sarebbero diventati gli italiani: un popolo che ha per riferimento la tv degli anni Ottanta. Goldrake, le canzonette alla Anima mia, Claudio Baglioni… quelle cose lì. Fabio è un fenomeno nel fabbricare ritornelli, reiterazioni visive e sonore capaci di sdoganare anche i contenuti più indigeribili» (Carlo Freccero a Riccardo Bocca) [Esp 6/9/2013].
• «Ormai per imporre un libro bisogna passare da Fazio» (Sandro Curzi, 1930-2008).
• «C’è un po’ di Fazio in tutti noi. Fabio è qualcosa di più di un presentatore, è un “piantone della coscienza” televisiva. Appena può, ti piazza l’“effetto Fruttero” e ti frega. In cosa consiste? Fazio invita sempre qualcuno che non puoi non amare: anzi, ti obbliga ad amarlo ancora di più perché raramente frequenta la tv (è la legge che governa le promozioni di Che tempo che fa). Tutte persone nei confronti delle quali si prova soggezione perché esercitano la tirannia di ciò che è buono, pulito e giusto (princìpi di una nuova gastro-televisione). Edoardo Camurri sostiene che questa sia “la tirannia peggiore, il piantone della coscienza”» (Grasso).
• «A quelli che non sopportano Fabio Fazio: provate a dire perché. Barbetta odiosa. Cravattina taccagna. Sorrisetto eterno. Balbuzie studiata. Una volta aveva perfino la frangia. Ingenuo per finta. Savonese avaro e cortese. Non basta, non regge, non spiega il portentoso successo» (Il Foglio).
• «Fabio Fazio non piace a nessuno. Non ai dalemiani, che lo trovano tutto figurine dei calciatori e sigle dei cartoni e insomma entelechia del veltronismo. Non a tutto-il-resto-della-sinistra, che sa bene che Fabietto è un insospettabile dalemiano. Non a destra, e figuriamoci: lì non piace mai nessuno che abbia più successo dei conduttori di destra e, siccome anche il monoscopio ha più successo dei conduttori con cui la destra fa goffi tentativi di riempimento dei palinsesti...» (Guia Soncini).
• «È un trottolino amoroso. Veltroni in confronto è Attila, Marzullo Jack lo Squartatore» (Roberto D’Agostino) [Sta 19/3/2008].
• «Fabio Fazio è un damerino, il maggiordomo di tutta una serie di personaggi» (Piero Chiambretti). «Un maggiordomo televisivo» (Oliviero Toscani).
• «Ormai il suo modo di fare tivù si conosce: pavidità venduta per educazione, paura spacciata per cifra stilistica» (Scanzi) [Fat 16/5/2012].
• «Aggraziato incrocio tra Enzo Biagi e Mike Bongiorno, conduttore capace di costruire con l’aiuto del migliore ideologo della sinistra italiana (è un complimento, caro Michele Serra?) la ferrigna identità culturale del popolo liberal, un programma di culto e di massa che motiva il lusinghiero narcisismo dei dotti educati al Dams e nutre una avversione ben calcolata e ben temperata a tutto ciò che è diverso dal banalismo impegnato, equo e solidale» (Giuliano Ferrara) [Fog 26/7/2010].
• «È rosso, un ciliegione che non ha eguali neppure nella vermiglia Raitre. Però ama interpretare il ruolo opposto. Quello dell’abatino innocente senza parrocchia, amico di tutti e nemico di nessuno. In realtà, nella Rai odierna frantumata in sultanati, non c’è nessuno più fazioso di lui. Ha la manina avvolta nel velluto grigio, ma dentro vi nasconde lo stiletto avvelenato. È con questa lama che Fazio pratica una censura inflessibile. Truccata da libertà di scelta, quella che spetta a tutti i conduttori di talk show. In realtà, il pallido Fazio non sceglie, ma discrimina. Gestendo in modo autoritario il potere più forte di Che tempo che fa: promuovere libri e autori. Un regime accettabile in una tivù privata, però non alla Rai. Che è pur sempre pagata dal canone» (Giampaolo Pansa) [Rif 31/10/2010].
• Enrico Vaime ha detto che, in quanto ad ansia, lo batte solo Maurizio Costanzo. «Sul Messaggero smise di scrivere perché non riusciva a dir male dei programmi che non gli piacevano. E al contrario, se i giornali lo attaccano, se qualcuno lo critica, sta male: dissero (falsamente) che la sua villa di Celle era abusiva e gli venne la pitiriasi. Perfino la battutina di uno spettatore al cinema, che, seduto nella fila di dietro, rispose all’amico che gli diceva “Vedi? C’è Fazio!” con un sonoro “E chi se ne frega”, lo fece star male, prese subito a cantare la litania che la moglie Gioia deve conoscer bene, quella secondo cui bisogna sparire, bisogna nascondersi, bisogna fuggire da questo mondo brutto e televisivo» (Giorgio Dell’Arti).
Frasi «Buonista io? Ma se detesto la beneficenza». «Non ne posso più di questa parola, “buonista”. Mi sono proprio rotto le palle. In un paese costruito sulla rabbia, interpretare la buona educazione come buonismo è un’istigazione a delinquere».
• «Sono molto cinico, è un tratto molto ligure. Per questo mi fa ridere quando mi danno del buonista. Il cinismo funziona bene al cinema perché lo spettatore sa che si tratta di finzione. In tv è diverso: rischi di essere frainteso, di essere offensivo. Però penso che sarebbe sano riappropriarsi del politicamente scorretto» (intervistato da Renato Franco) [Cds 23/9/2015].
• «Io sono figlio di Carlo Freccero e di Angelo Guglielmi: per me esiste solo la tv. Una televisione parlata attraverso i suoi protagonisti». «Le domande scomode sono un mito, che bisogno c’è di essere cattivi? Intanto non a caso parlo di “ospiti” e non di intervistati: nel talk show le persone sono appunto ospiti, io le tratto in modo gentile, non perché sia la strada più comoda, ma per educazione. Poi naturalmente ascolto le loro risposte – non come il giornalista potente che si ascolta la domanda e non la risposta – e se qualcosa non mi convince ribatto. Ma sempre con leggerezza: non voglio fare un interrogatorio ma una conversazione brillante».
• «Ho iniziato che non avevo neppure 19 anni: trent’anni fa, tanto quanto ci separava allora dall’inizio delle trasmissioni tv in Italia. Mi sento nel mezzo di tutto: allora lavoravo con Enrico Vaime, Guido Sacerdote, Luciano Salce, Bruno Voglino, ho vissuto un racconto che non mi apparteneva generazionalmente, ho ascoltato una grammatica televisiva e del gusto, del linguaggio, oggi totalmente estinta. Ho imparato soprattutto che cosa in tv non si deve fare. E poi ovviamente, come tutti quelli della mia generazione parlo la lingua televisiva di Arbore» (Negri, cit.).
• «Una volta c’era il vezzo di dire: smetto e vado in campagna. Ma in campagna mi annoio. Quando smetto, smetto sul serio. Però non è una questione all’ordine del giorno».
• «Parigi è la mia passione, è un mio luogo dell’anima. Ci vado spesso. A Parigi faccio l’unica cosa da fare: niente. Sto seduto nei caffè e guardo la gente che passa. Vado a Parigi come i bambini vanno in montagna per prendere una boccata d’aria e così mi sento contento» (ad Alain Elkann) [Sta 13/9/2009].
• «La scuola è talmente bella e importante che bisognerebbe andarci dopo i trent’anni» [ibidem].
Politica «Fabiolo, classe 1964, i coetanei di sinistra non li aveva in gran simpatia, tanto da candidarsi alle elezioni studentesche del suo liceo savonese in uno schieramento di ispirazione moderata e pentapartitica. Ma, si sa, crescendo si cambia, e alla fine degli anni ’90 suscita qualche polemica la sua partecipazione a uno spot elettorale per il diessino savonese Roberto Decia. Un cambio di rotta che diventa apoteosi l’8 maggio del 2001, quando conduce in terra di Gallipoli (Lecce) la serata finale della campagna elettorale di Massimo D’Alema. Quella notte Fazio non si tiene: “Sono la tua Iva Zanicchi”, gorgheggia quando appare il lìder Maximo, subito ribattezzato “il nostro candidato”. “Questa luna la dobbiamo a lui”, cinguetta. Davanti a un pubblico in deliquio Fazio paragona D’Alema a Silvio Berlusconi: “Guardatelo che bello, ha tutti i capelli veri, non sono disegnati, complimenti. (…) La voce è bella con ogni microfono e non ha nemmeno il trucco sulla faccia, ogni ruga è sua”. Un trasporto che appare eccessivo allo stesso Fazio: “Spero di non fare dei danni. Io mi lascio un po’ prendere dall’entusiasmo, sai che nella mia vita al primo posto c’è Roberto Mancini, al secondo ci sei tu”. Dopo le battute di rito su Berlusconi, Mediaset e Bruno Vespa, chiede l’applauso per il candidato diessino: “Esageriamo. Evviva le esagerazioni. Rivendico il diritto di cittadino di essere qui con grande piacere, è un dovere civile”. Quindi, per chi non lo avesse capito, aggiunge: “Mi dispiace non poterti votare perché non sono di questo collegio, ma è come se lo fossi”» (Amadori) [Lib 19/2/2014].
• «Stimo moltissimo Veltroni, non capisco la storia del buonismo: cosa sarebbe il buonismo? il contrario del cattivismo? E come si potrebbe essere cattivisti? Del resto, non ho mai fatto la collezione delle figure Panini e non capisco questa mania di voler mettere a tutti i costi uno contro l’altro D’Alema e Veltroni. Veltroni rappresenta la sinistra che abbiamo sempre sognato e mentre lo affermo dichiaro anche che D’Alema è uno statista clamoroso, importantissimo, bravissimo».
• «Il centrosinistra capisce la tv meno del centrodestra. Ne diffida, la considera un genere minore».
• In tempi recenti, dopo un’iniziale simpatia per Gianni Cuperlo, si è avvicinato a Matteo Renzi, ospitandolo spesso a Che tempo che fa.
• «Detto che mi sento un uomo di sinistra, queste contrapposizioni destra/sinistra sono ormai antichissime» (Franco, cit.).
Vizi Estremamente superstizioso (particolare fobia per il colore viola).
Tifo Sampdoria.