25 dicembre 1917
La Vie Parisienne, 25 dicembre 1917 La scrittrice francese Colette ha dedicato un articolo all’atmosfera di festa di questo giorno di Natale pubblicato sulla Vie Parisienne
La Vie Parisienne, 25 dicembre 1917
La scrittrice francese Colette ha dedicato un articolo all’atmosfera di festa di questo giorno di Natale pubblicato sulla Vie Parisienne.
Il
tepore di una serra, dove l’acqua polverizzata bagna le foglie, un sole d’argento
vivo, l’odore, a ogni passo, di garofani e mimose, degli aranci scorticati, del
sedano in mazzetti, dei pomodori, delle violette – quale mese di maggio conterrà mai
tanti profumi e tanta primavera, quanto questo Natale a Roma? Ieri, verso
Modane, il treno spaccava prudentemente piumini di neve. Il giorno prima,
Parigi, senza luce, sbatteva i denti sotto la pioggia. Oggi, i giardini del
Campidoglio brillando di un verde che l’inverno non stinge.
Questo giorno, questa intera settimana appartiene ai bambini. Un tappeto, un drappo mobile copre la tesa scalinata che sale verso Santa Maria in Aracoeli. Cento scalini di bimbi, bimbi bruni come la formica, sonori come la cicala. Un migliaio di bambinetti aggrappati a questa collinetta, come i loro padri ai fianchi del Carso, cinguettano, discorrono, vendono e comprano. Acerbi, piccoli mercanti del tempio fanno commercio di caramelle, statuette, immagini sante, soprattutto quella del Bambino d’Aracoeli, avvolto d’oro e gemme intagliate.
Serve
molta perseveranza per raggiungere la chiesa, attraverso urli, offerte
invadenti, impertinenti preghiere e balbettate imprecazioni. Non c’è rispetto
che attenui, d’altronde, anche sotto una copertura dove l’oro prodigato
rapidamente invecchia, l’arroganza della marmaglia romana. Urla e si dibatte
davanti al riparo che ai Tre Re Magi mischia una contadina carica di regali:
formaggi bianchi, fichi e arance, il tributo dell’Italia, tutto rotola ai piedi
del Bambino infagottato d’oro. Per vedere il Bambino, e l’angelo di cartone, e
l’asino grigio, i bambini spingono, si accalcano per fare in fretta accanto a
una liscia colonna pagana e inghirlandano a frotte, quasi fossero un motivo
ornamentale, i bordi di un’acquasantiera.
Alla destra dell’entrata, un pulpito trema sotto il peso dei bambini predicatori. Predicatori di quattro anni, profetesse a malapena fuggite dal pannolino e dalla scuola materna, tutti i bambini possono predicare durante la settimana di Natale. Un’inspirata – sette anni, naso dritto, capelli come i serpenti di Medusa e il sopracciglio tragico – contende il campo dell’eloquenza a un tribuno di quattro anni, pieno di calma e saggezza, ma che la folla intimidisce. Vittoriosa, la bambinetta saluta il pubblico e parla. Declama, invoca i soldati, testimonia del cielo, chiama Gesù Bambino... Non vedo differenza tra questa bambina patetica, che batte col piede sul palco e tende il pugno al fondo dorato, e la giovane stella del cinema italiano che diverrà tra dieci anni: medesimo eccesso espressivo, medesimo istinto del gesto generoso, medesima assenza di misura, di sfumatura e di personalità.
Dietro il palco, un gruppo discute a voce bassa, un mucchio di donne dai bei capelli semiraccolti da un fazzoletto piegato, madri appesantite, adolescenti superbe, un poco in stazza. Ciascuno spinge avanti il proprio figliolo «prodigio», soffiando sulla melodia dimenticata. Ci sono sguardi d’invidia, e di sorde minacce, di risate di scerno. In verità, e nonostante i vicini affreschi del Pinturicchio, quest’angolo geloso infiora la chiesa meno di quanto non faccia il retroscena.
Colette