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 2007  ottobre 27 Sabato calendario

Il matrimonio di Pierferdinando Casini e Azzurra Caltagirone

Tratto da Il giorno più bello, Rizzoli, Milano, 2008 pp. 277, € 17,50 

Lei, manager dell’editoria, è la figlia del quinto uomo più ricco d’Italia secondo «Forbes», lui è l’ex presidente della Camera, il leader dell’Udc, il volto più rassicurante del centrodestra. Lei, o la famiglia di lei, sembra avergli dato nuovo slancio politico, nuova fiducia in sé. Power couple, come si dice negli Stati Uniti. Azzurra Caltagirone & Pierferdinando Casini oggi sposi: un matrimonio riparatore dopo otto anni di chiacchierata convivenza more uxorio. Otto anni passati a combattere le invidie. Che tormento avere vissuto nel peccato, come coppia di fatto. Che smacco, soprattutto per lui – scelto dal cardinal Ruini quale modello di politico cristiano, descritto dagli avversari come un baciapile sin dalla più tenera età non potersi sposare in chiesa.

Si sono innamorati a bordo di un veliero, storia romantica, presentati dall’imprenditore Raffaele Ranucci (anche se il veliero, lo Skagerrak, era appartenuto a Hitler, dettaglio su cui le biografie tendono a sorvolare), ma si sono fidanzati in una pizzeria, la Berninetta, quartiere Prati, cara al generone romano, davanti a un’amatriciana, da allora il loro locale di riferimento. Lui è un ex doroteo con un’aura da bon vivant, allevato da Toni Bisaglia, il primo politico che fu fotografato nudo in Italia (bellissima barca), lei è il miglior partito d’Italia. Io c’entro e l’ereditiera. 

C’è molta agitazione in piazza del Campo. Sembra che si sposi una star di Hollywood, a giudicare dalla folla di fotografi e operatori tv, a cui si aggiungono almeno duemila curiosi, e le solite torme di turisti del sabato pomeriggio. Pensare che Azzurra la miliardaria – nome da soap opera ma curriculum di massima solidità – è quanto di più lontano dal mondo dell’apparire: un’antidiva per eccellenza. Introversa, riservatissima, abile a defilarsi e a tornare nell’ombra.

Ha la diffidenza dei molto ricchi, è ossessionata dalla privacy, odia il calore dei riflettori: «Per principio non mi occupo mai della vita privata degli altri. E non parlo mai della mia. Punto». Sempre senza trucco, minimalista, i capelli legati, vestita di grigio chiaro oppure di grigio scuro oppure di grigio perla, sottotraccia. Occhi di un lucente color pervinca mai esibiti. Piccolina, le si addicono i diminutivi in tutto, tranne per quanto riguarda il conto in banca e il patrimonio personale: un tipino, precisina, a modino, un bel caratterino, ne sanno qualcosa i suoi dipendenti. Determinata, grintosa: viso da bambina ma pugno di ferro. «Azzurra è una donna fisicamente minuta, ma dentro è un filo d’acciaio, una persona con una grandissima forza d’animo, che mi è sempre stata d’enorme aiuto», la esalta Casini.

Lo sposo arriva davanti al medievale Palazzo Pubblico, dove ha sede il Comune, all’imbrunire, poco dopo le sei e mezzo; è stanotte che toglieranno l’ora legale. Raccontano che ha perso dieci chili per presentarsi al meglio a questo appuntamento: è ancora abbronzato, capelli sale e pepe, sorriso televisivo. Indossa il tight come si conviene a nozze molto formali e conservatrici, con una rosellina bianca all’occhiello, emozionato come un debuttante; in realtà è al secondo matrimonio ed è padre di due figlie adolescenti, ma Santa Romana Chiesa chiuderà un occhio. Scende dalla sua Audi metallizzata e si fa strada fra due ali di cameramen e di cronisti tenendo in braccio la bambina, in alto, come a proteggerla dalla calca. 

Si chiama Caterina, ha 3 anni e mezzo e oggi, al matrimonio di mamma e papà, sotto il cappottino sfoggia un vestito retrò rosa antico ricamato a nido d’ape e una piccola corona di fiori nei capelli. Il nome i suoi genitori l’hanno scelto molto prima che lei si annunciasse all’orizzonte, durante un viaggio romantico nel Sinai: «Siamo rimasti affascinati dal monastero di Santa Caterina e ci siamo detti: se avremo una figlia la chiameremo così», ha raccontato Casini.

La piccola ha lo sguardo spaventato. C’è molta confusione, c’è ressa, trambusto, una tempesta di flash, fari negli occhi, qualche spintone e nessun servizio d’ordine: non era previsto. Avrebbe dovuto essere un matrimonio fra pochi intimi, all’insegna dello stile e della discrezione, nozze low profile via dalla pazza folla, senza intrusi e senza giornalisti. In realtà il richiamo mediatico è enorme; hanno fatto da cassa di risonanza il lusso segreto, il rito a porte chiuse, l’esclusività dell’evento, il prestigio economico dell’ingegner Caltagirone, , considerato oggi l’imprenditore più liquido d’Italia.

Se non possiamo sposarci in chiesa, hanno pensato Azzurra & Pierferdi, lei 34 anni, lui diciotto di più, scegliamo almeno la città più bella d’Italia, certo una delle più romantiche. «Hanno battuto la Toscana palmo a palmo, borgo dopo borgo, poi hanno deciso per Siena», racconta un’amica. E il fatto che il potentissimo papà di lei – costruttore, editore del «Messaggero», titolare di un patrimonio leggendario – sia vicepresidente del Monte dei Paschi certo ha reso più fluida l’organizzazione di una giornata programmata per essere indimenticabile. Azzurra, l’unica femmina, è la figlia prediletta: per lei Francesco Gaetano Caltagirone detto Franchino, titolare di cementifici e di società che gettano ponti e perforano montagne, si butterebbe nel fuoco. «È la mia unica impiegata cui non do lo stipendio», ama ripetere. 

La sposa, come nella migliore tradizione, si fa aspettare per oltre mezz’ora. Scortata da due immensi gorilla, arriva dando il braccio al padre, quasi più emozionato di lei. Anche oggi ha i capelli raccolti, anche oggi sembrerebbe – ma non è – senza trucco. Appare raggiante, sorridente, con una luce speciale negli occhi, ma anche attorno al collo e anche alle orecchie grazie alla mirabolante parure di diamanti regalo di papà. In mano stringe un bouquet di piccole rose bianche. Porta un soprabito leggero color ghiaccio griffato Valentino, al ginocchio, linea scivolata; non se lo leva neppure durante il rito, nella sala del Buon Governo, su al piano nobile.

A sposarli è il primo cittadino, Maurizio Cenni, DS, eletto con lo slogan «il sindaco con Siena nel cuore», politicamente non omogeneo, un po’ seccato di non poter partecipare all’assemblea costituente del Partito Democratico, in corso a Milano. Ma come dire di no a Caltagirone? Avrebbe voluto leggere un breve passo del romanzo Storie di Cronopios e di Famas di Julio Cortázar, lo scrittore argentino che aveva come idolo Che Guevara: quella pagina in cui si tesse l’elogio della quotidianità nella vita di coppia, il brano in cui si racconta quanto sia bello e struggente per un uomo avere accanto la donna che ama. Ma all’ultimo momento cambia idea e preferisce virare su un discorso più politico. A ispirarlo è il grandioso ciclo di affreschi che ornano la sala, il Buon Governo, di Ambrogio Lorenzetti. 

«Speriamo sia di buon auspicio», commenta Rocco Buttiglione, con le mani in tasca. Fra i centoventi invitati Lorenzo Cesa, testimone di Casini e dunque anche lui in tight, amico sin dai tempi del movimento giovanile democristiano, Francesco D’Onofrio, Giancarlo Leone, Piero Gnudi, Alejandro Agag, Andrea Riffeser, Giorgio Guazzaloca, Giancarlo Elia Valori. All’illustre platea il sindaco rammenta che quello che ha di fronte è considerato il primo affresco laico nella storia dell’arte italiana, dipinto per celebrare il governo dei Nove, «il più stabile che si sia mai avuto, visto che resse Siena dal 1287 al 1355, un vero e proprio record», a coincidere con l’apice del suo splendore.

E a proposito di splendore e di ricchezza, cambiando tono, molto più confidenziale, il primo cittadino sussurra agli sposi: «So che avete scelto la separazione dei beni...». Casini non sa rinunciare a una battuta: «Già, e io questa cosa qui non l’ho mica capita!». Sobbalza il suocero Paperon de’ Paperoni seduto sui suoi miliardi. Sobbalzano i parenti di lei, la madre Luisa Farinon, sorella della più celebre fra le signorine buonasera della tv in bianco e nero. Sorridono gli invitati, la madre dello sposo, berlusconiana di ferro, «più berlusconiana di Berlusconi»,l’ha definita Casini, e anche Maria Carolina e Benedetta, le due figlie adolescenti, schierate in prima fila. «Il senso di colpa nei confronti delle mie figlie più grandi era e resta fortissimo», aveva confidato qualche mese fa il leader dell’Udc, parlando della sua separazione. 

Beppe Grillo lo aveva accusato di «tenere così tanto alla famiglia da averne due». Gli avevano dato del sepolcro imbiancato, perché si era scagliato contro i Dico: come si permette, onorevole Casini, di ergersi a paladino della moralità, lei che è separato e pubblico concubino, lei che ha votato contro il divorzio e poi ha divorziato? «Non vedo cosa c’entrino le scelte private con la difesa che io faccio, e continuerò a fare, della famiglia. I Dico non sono affatto una frontiera del progresso per la società», aveva replicato Pierfurby, soprannome che tutto sommato non gli dispiace: «Non è poi così dispregiativo, per un uomo politico». Sempre meglio di «carugnitt de l’oratori», come lo definì Umberto Bossi nel 1994.

«Auguri mamma!», si emoziona la minuscola Caterina dopo il sì. È toccato a lei, damigella d’onore, porgere ai genitori le due fedi d’oro su un cuscino di velluto. Il brindisi è nella sala del Mappamondo, la più vasta, dove si riuniva il Consiglio generale della Repubblica e dove campeggia La Maestà di Simone Martini fra angeli inginocchiati e santi che porgono suppliche. Agli sposi il sindaco dona due antiche monete d’epoca, due preziosi «senesini», e la penna d’argento con cui hanno firmato il registro. 

Per la cerimonia in Comune Casini ha versato all’amministrazione municipale quattrocento euro, la somma prevista per i non residenti, e altri duemila euro a titolo di risarcimento: i visitatori oggi pomeriggio infatti non hanno potuto accedere alla zona destinata a museo, occupata dagli sposi e dai loro cari in festa.

Il bagno di folla in piazza del Campo è una traversata a passo di carica, fra scrosci di applausi, foto fatte con i telefonini e gragnole di riso. Tenendosi per mano e scambiandosi sguardi complici, Pierftirby e Azzurra–filo d’acciaio raggiungono fulminei il cinquecentesco Palazzo d’Elci degli Alessi, situato proprio sopra la «mossa», il punto di partenza e di arrivo del Palio, dove è apparecchiata l’agape nuziale.

È stata la sposa, donna pratica e dal piglio manageriale, a curare tutti i dettagli. Le partecipazioni scritte a mano, accompagnate da un cartoncino con le istruzioni su come impostare il tom–tom per raggiungere il resort a cinque stelle fuori Siena dove sono ospitati per il weekend gli invitati, nell’antico borgo medievale sulle vestigia di terme che furono frequentate da papi, cardinali e principi come Lorenzo il Magnifico. È stata lei a chiedere di non fare regali, specificando nel biglietto d’invito il nome e il numero di conto dell’onlus cui gli ospiti, se lo vorranno, potranno versare una somma per l’acquisto di un macchinario che cura le malattie del metabolismo nei neonati al Policlinico di Roma. È stata Azzurra, che ha studiato storia dell’arte al Victoria & Albert Museum di Londra, a volere, nel sontuoso allestimento del banchetto, che i tavoli fossero ricoperti non di banali tovaglie bensì di specchi, affinché fosse possibile ammirare comodamente gli antichi affreschi che ornano il soffitto assaporando l’acquacotta ai funghi porcini, il riso al tartufo bianco di Alba, il filetto in salsa al vino caramellato, i carciofi alla giudia, il sorbetto alla grappa di Tignanello. 

Solo quando fa il suo ingresso a Palazzo d’Elci la sposa, senza dovere parlare, rivela a chi ancora non è al corrente quello che i rotocalchi e la stampa del cuore in genere definiscono un «dolce segreto». Aprendo, uno dopo l’altro, i bottoni del soprabito e restando in un sobrio tubino dello stesso colore, lascia che tutti vedano la sua linea arrotondata da una maternità in arrivo. «Vorrei avere dieci figlie, tutte femmine!», si era sbilanciato Casini. Ma la speranza segreta è che arrivi finalmente un maschio.

La torta nuziale è immensa e spettacolare, altroché minimalismo, si potrebbe tagliare in mille fette: bianca, a tre piani, un metro e venti di diametro, alta quanto gli sposi, decorata con orchidee fresche e foglie d’edera. Ma perché Casini non ha chiesto l’annullamento, perché si è accontentato di sposarsi solo con il rito civile? Lui, che nel suo discorso di insediamento come presidente della Camera si era affidato alla Madonna di San Luca. Proprio perché era presidente della Camera, ha spiegato, non voleva che qualcuno pensasse che volesse servirsi del suo ruolo istituzionale per avere una corsia preferenziale.

Laura Laurenzi