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 1950  gennaio 21 Sabato calendario

Corriere della Sera, 21 gennaio 1950 In quell’istante ci siamo chiesti: e se fossimo noi, là, nella gabbia, che cosa faremmo? Era entrata poco prima, con un dondolio quasi spavaldo delle spalle, e con le mani tirava su, in modo da nascondersi la faccia, la sciarpa di lana canarino

Corriere della Sera, 21 gennaio 1950

In quell’istante ci siamo chiesti: e se fossimo noi, là, nella gabbia, che cosa faremmo? Era entrata poco prima, con un dondolio quasi spavaldo delle spalle, e con le mani tirava su, in modo da nascondersi la faccia, la sciarpa di lana canarino. (Quei guanti neri contro il giallo, quel gesto così femminile di dissimularsi, diventato una specie di suo vezzo: tutte civetterie calcolale?). Poi aveva fatto, con la sinistra, al patrono del Ricciardi, un cenno scherzoso di minaccia, come si fa ai bambini piccoli: guarda che tè le do, sai? La sciarpa si rilassò, scoprendole la bocca. Sorrideva. Se ne stette quindi immobile, identica ai giorni prece lenti, la, testa un po’ china, le palpebre abbassate, solo che adesso si teneva sempre la sciarpa alzata. Entrò la Corte, ci fa un ripetuto barbaglio di bengala, il presidente cominciò subito a leggere. Ma quei preamboli formali non finivano mai, dunque? «Colpevole», si udì. Lo si sapeva. «Esclusa la premeditazione»: le tre parole, benché Marantonio leggesse senza la minima espressione, ebbero un suono intenso, sopravanzando tutto il resto.

I cuori, anche ai più vecchi e scettici cronisti giudiziari anche nel petto degli avvocati avvezzi, come i medici, a contemplar sventure, battevano più forte del solito. Quello della imputata no. Non alzò gli occhi, ne impallidì, ne vacillava di un millimetro. Atona e inerte. «Ergastolo», si udì, poi delle represse grida di dietro, dove si accalcava il pubblico «Bene! Bravi!», e qualche rotto applauso. In lei nulla cambiò. Ma non capiva? Andandosene, non si voltò il dietro a guardare quell’ultimo pezzetto di mondo che le era concesso di vedere, il mondo dove pure era vissuta fino allora e in cui mai più sarebbe ritornata. Ma non capiva che queste stesse giornate di processo, pur atroci, un giorno lei le rimpiangerà come un paradiso? Non ci saranno mai più per te, Rina Fort, giorni come i nostri, allegre cene in compagnia di amici, né andare e venir per la città, né begli abiti nuovi, né sguardi di giovanotti, le corse in automobile, né gusto di mettere via i soldi, né baci, mal né casa tua, né teneri risvegli nel tuo letto. Mai più, capisci? Per te non nascerà più il sole, né pioverà, né scenderà la neve, né le piante metteranno le foglie, né la sera le vetrine si accenderanno di luci e desideri. E non ci saranno più per te neanche i lampi dei fotografi – che ora fingi di aborrire – né il ronzare intorno dei cronisti, né titoli sui giornali col tuo nome. Guardali, fin che sei ancora in tempo – ti rimane una frazione di secondo – questi uomini, queste signore, venuti ad ascoltar la tua condanna. Ti sono odiosi, probabilmente, i loro sguardi da visitatori di zoo li toglievano il respiro, è vero. Ma sono liberi, capisci? E non li potrai più vedere. Dell’intera umanità che vive e che lavora sulla Terra, questo è l’ultimo drappello venuto ad accompagnarti sulla riva. Guarda le pellicce delle donne, i cappellini, gli ori. Non ne vedrai più. Guarda le facce. Ne incontrerai altre, ma come queste no, anche se ti sono odiose. Rina Fort però non si volta, senza tremiti; compare dalla porticina, l’uscio si è subitochiuso. Rina Fort forse non capisce. Eppur si trova ormai al di là del confine, in questo istante si è staccata dalla nostra riva, ha già cominciato il viaggio senza fine sull’immobile, grigio, deserto mare dell’espiazione, così simile alla morte.

Oppure un giorno, chissà quando, fra trenta, quarant’anni, tornerà? Nella miseria suprema degli ergastoli, agli animi che di giorno in giorno si atrofizzano nella uniformità delle stagioni, palpita tuttavia lontano, simile a irraggiungibile lumino, il miraggio della grazia. Così remoto che in pratica è come se non esistesse neanche. Però esiste. E può darsi che un tempo futuro – noi saremo ancora vivi? – una vecchietta dalla faccia spenta avanzi a passi strascicati per corso Buenos Aires. Della famosa strada solo il nome è rimasto. Tutto il resto è irriconoscibile. Come mai i tranvai non si vedono più? E cosa sono queste bianche torri che giganteggiano nel cielo? La vecchia non può neanche vederle fino in cima, piegare indietro il capo, rattrappita com’è, non le riesce. I passanti, stupiti dal suo aspetto, la scansano. Dio, com’è vestita. Ha un curioso paltò nero, alle mani guanti neri, e al collo una sciarpetta di lana color giallo canarino. Si avvicina a una ragazza; «Per favore, signorina, la via San Gregorio?». Ma è là, signora! Quella, via San Gregorio? Possibile? Ah sì, ecco il resto dell’antico lazzaretto, rimasto tale e quale, coi suoi mattoni rossi. È un mattino d’aprile. Il sole allegro batte sugli incredibili palazzi bianchi che brulicano di vita. Avanza adagio adagio la vecchietta, trascinando i piedi, e si ferma casa per casa a controllare il numero. ‘Trentaquattro, trentasei, trentotto. Ecco il numero 401 Al quaranta c’è una casa altissima, nuova, tutta a loggiati, tendoni, fiori, costruita per gente felice; e davanti un giardinetto, dove tre bambini stanno giocando. La vecchia dalla sciarpa canarino si appoggia alla cancellata, è stanca. Vede una donna uscire dalla casa. «Scusi», le chiede, «scusi la domanda: ma è qui che tanti anni fa è successo un delitto?». «Qui?... Ma si... è vero... un fatto del genere l’ho già sentito raccontare... ma deve essere dei tempi antichi... Sì, sì, adesso mi ricordo... una donna che ha ammazzato una mamma e tre bambini, un orribile fattaccio... Ma sarà una storia, sa?... Io non ci credo a queste favole!». «Grazie», dice la vecchia.

E resta là, sola, sopravvissuto e miserando rudere, guardando la gente che passa, e inutilmente cerca un volto conosciuto. Tutto cambiato, neppure una casa, un bar, un negozio di quelli di allora. E gli uomini, che lei conobbe, tutti scomparsi, o morti. Sprofondati nelle catacombe di qualche polveroso archivio gli atti del suo processo, ingialliti nelle biblioteche i giornali con le fotografìe, svaniti anche i ricordi. I passanti si tirano di lato vedendo quella pietosa e strana vecchia. Guardatela come si aggrappa al cancello e come fissa i tre piccoli che giocano in giardino. Ma che le salta, adesso? Cos’ha da piangere in quel modo?

Dino Buzzati