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 1993  novembre 23 Martedì calendario

«Questi partiti hanno fatto il loro tempo»

Mauro Anselmo della Stampa intervista Silvio Berlusconi, nel giorno in cui l’imprenditore fa la sua prima esplicita e impegnativa dichiarazione politica, all’inaugurazione di un ipermercato a Casalecchio di Reno.

La Stampa, 23 novembre 1993


La Dc di Mino Martinazzoli al tappeto, Achille Occhietto vincitore al centro del ring, Bossi e Fini pronti ad affrontare l’incontro di rivincita e a vendere cara la pelle nella domenica del doppio turno. E il Centro? E il tanto sospirato, corteggiato e osannato Centro? Distrutto, suonato, ko. E che cos’ha da dire l’uomo che da mesi sta lavorando per la rinascita di un centro liberal-democratico, fino ad accarezzare l’idea di un nuovo partito-movimento, magari da guidare personalmente?

Dottor Berlusconi, le sono piaciuti i risultati delle elezioni?
«Li avevo previsti da tempo. E li ho centrati in pieno».

Come?
«Con proiezioni sulle ultime elezioni amministrative di giugno».

Il Centro è crollato e il pds ha vinto. La preoccupa questo risultato?
«Non è il Centro a essere crollato. Sono crollati i partiti, quei determinati partiti che dopo molti anni di presenza nel Palazzo e nelle stanze del potere non hanno saputo rigenerarsi e presentarsi agli elettori con nomi nuovi e con un programma forte e credibile».

E così Lega, pds e msi hanno fatto il pieno di voti e il Centro è finito sotto la tenda a ossigeno. Sarà lei a fornirgli le bombole per rianimarlo?
«Credo che parole come Centro, Destra e Sinistra, abbiano oramai fatto il loro tempo e siano diventate scatole vuote e poco utili. Perché il problema vero che il Paese deve affrontare, oggi, è un altro».

Quale?
«Che esiste una maggioranza di elettori che crede in una serie di valori – il mercato, la libera impresa, la tolleranza, la correttezza, il buon senso – e che non trova negli attuali partiti una reale forza di rappresentanza».

Sta dicendo che al Centro c’è un vuoto politico da riempire?
«Sì».

Il risultato di ieri la spinge a scendere in campo?
«Io credo che l’Italia che lavora, che produce, che risparmia e che fa il suo dovere, debba rendersi conto di una cosa. Una cosa essenziale. E cioè che se con questo sistema elettorale a un solo turno, non vuole finire per essere governata dal pds, cioè da una forza politica che ha come punto centrale del suo programma quell’idea statalista e assistenziale che ovunque è stata applicata si è risolta in un catastrofico fallimento economico e umano, deve costruire delle alleanze. Deve cioè trovare un’aggregazione, un polo di unità, una forza che le dia voce e la elevi a soggetto politico».

Glielo chiedo di nuovo: sarà lei a unire e a aggregare questa forza?
«Fino a ieri ho solo cercato di dare un contributo a chi si muoveva in questa direzione. Io faccio l’editore. Le mie reti e i miei giornali sono spazi liberi inseriti nella società civile dove tutti – ripeto, tutti, anche quelli che la pensano diversamente da me – hanno avuto e continueranno ad avere il diritto di parola. Io non uso i miei mezzi di informazione per scatenare battaglie contro l’uno o l’altro o per distruggere i miei avversari. L’imparzialità è la mia regola. E proprio sulla base di questa regola è chiaro che come editore io non posso diventare un soggetto politico. Non posso. Ma devo dire anche che sono in molti a chiedere un mio impegno».

Chi glielo chiede?
«Gente comune, colleghi imprenditori, politici».

Perché proprio lei?
«Perché oggi non si vedono sulla scena politica dei protagonisti così autorevoli da diventare un punto di aggregazione e riferimento per quella vera maggioranza che c’è nel Paese».

Tutti la chiamano... E lei come risponde?
«Io so che se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore. E dovrei lasciare ad altri la guida di questo gruppo che oggi vive anche grazie alla mia creatività e al mio impegno. Quella di lasciare sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica».

E che cosa aspetta a rompere gli indugi?
«Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo “calice amaro”».

Che cosa farà nel frattempo?
«Auspico che le forze politiche che sono state battute nelle urne, abbiano imparato la lezione. E che trovino, anche grazie al mio impegno, la via dell’accordo per realizzare un’aggregazione nuova e credibile capace di dare voce a quella maggioranza vera che c’è nel Paese. Una maggioranza che oggi rischia di restare senza voce e senza rappresentanza».

Che cosa vuol dire: grazie al mio impegno?
«Che il mio sarà un impegno di confronto operativo e personale con i diversi protagonisti della politica».

Per fare che cosa?
«Per mettere da parte ciò che divide ed esaltare ciò che unisce. Per contribuire alla costruzione di un polo nel quale si possa riconoscere l’Italia onesta che lavora e che crede nell’impresa. Sa che cosa bisognerebbe fare? Prendere i responsabili delle forze politiche che credono in questi valori, metterli in una stanza e non farli uscire finché non hanno raggiunto un accordo».

Incontrerà Mario Segni?
«Cercherò di incontrare i rappresentanti di quell’area che si riconosce nella libertà e nel mercato e rifiuta lo statalismo».

Pensa anche a Bossi?
«La Lega rappresenta una parte molto significativa degli elettori del Nord. E penso che al di là di certe singolari affermazioni dei suoi leader che mi auguro siano solo l’effetto della propaganda politica, abbia svolto un ruolo importante in questa fase di cambiamento. Molti valori della Lega non possono non essere condivisi».

Anche la minaccia di secessionismo?
«No. E voglio essere chiar questa è un’ipotesi irrealistica e antistorica. E posso anche dire per esperienza diretta che essa non trova consensi nella stessa base leghista».

Lei dice: non ho intenzione di fare un partito. Ma intanto con il professor Giuliano Urbani ha fondato un’associazione chiamata “Alla ricerca del buon governo”. Non solo, ma pensa a una serie di uomini da candidare alle prossime elezioni e sta cercando di costruire un piccolo esercito di intellettuali di area democratica, possibilmente vicini alle sue idee. Non è un partito questo?
«Niente affatto. Quella del professor Urbani è una semplice associazione molto simile ad altre associazioni di questo genere. Anzi, mi risulta che l’unica iniziativa messa in campo finora sia un appello per il buon governo stampato in duemila copie».

E la ricerca dei candidati provincia per provincia?
«E’ il mio contributo per aiutare il Paese e le forze politiche a individuare uomini nuovi. Persone perbene, di buon senso, che abbiamo dato buona prova di sé nelle imprese, nelle professioni, nelle università e possano portare il loro contributo al servizio del Paese».

E’ vero che i suoi Club, “Forza Italia”, sono ormai presenti in tutte le città della penisola?
«Non mi risulta che sia così. I Club Forza Italia sono un progetto. Un progetto studiato anche nei particolari organizzativi, ma che non è ancora decollato».

Ma si dice che esistano già migliaia di valigette pronte e piene di gadget – cappellini, ombrelli, spille – per la prossima campagna elettorale. È così?
«Ripeto: è un progetto studiato alla mia maniera. Un progetto imprenditoriale nel quale non è stato trascarato nulla: dal generale al particolare».

Lei insiste a dire che il suo partito non esiste. Eppure Vittorio Sgarbi, che è un uomo-Fininvest, parlando al Maurizio Costanzo ha detto che il partito di Berlusconi esiste eccome. Ha torto?
«Quella di Sgarbi era una figura retorica: esistendo nel Paese un partito anti-Berlusconi, si presume che possa anche esistere un partito pro-Berlusconi. La sua era solo un’immagine».

Che cosa dirà ai politici che sta per incontrare?
«Li stimolerò a trovare delle intese, a unirsi, a dar vita a un programma di governo nel quale si possa riconoscere la vera maggioranza che c’è nel Paese».

Lei continua a parlare di «vera maggioranza». Ma che cosa vuol dire? Che quella uscita dalle urne l’altro ieri e nelle precedenti elezioni amministrative non è una vera maggioranza?
«No, non dico questo. Dico un’altra cosa: che la nuova legge elettorale con la quale voteremo per la prima volta l’anno prossimo alle elezioni politiche è una legge pericolosa e scellerata».

Scellerata?
«Certo, perché farebbe fare al Paese un salto indietro nella Storia».

E perché mai?
«Perché saremmo governati da una minoranza che diventa maggioranza solo grazie agli automatismi di questa legge».

Dottor Berlusconi, vuol dire che lei è favorevole al vecchio sistema, la legge proporzionale?
«No, assolutamente. Io sono favorevole al doppio turno, cioè a una scelta più meditata, ragionevole, che consenta agli elettori di rendersi ben conto, al momento del voto, di quali sono le forze in campo, il loro programma e i loro alleati. E di capire dove si andrà a finire se vince l’uno o l’altro schieramento».

Insomma: la legge elettorale delle elezioni amministrative estesa alle elezioni politiche?
«Precisamente. Un sistema a doppio turno, con il ballottaggio».

E chiederà ai politici di cambiare l’attuale legge?
«Certo. E farò loro una calda raccomandazione: dovete cambiare subito questa legge, non potete lasciare al Paese un’eredità così devastante».

Subito? Ma lo sa che un’iniziativa per cambiare la legge elettorale in questo momento significherebbe il rinvio delle elezioni per parecchi mesi? Dottor Berlusconi, dica la verità: lei non vuole le elezioni?
«No. Io voglio le elezioni, ma con un’altra legge. Che sarebbe anche facile da introdurre e non comporterebbe nessun ritardo nel regolare svolgimento del vot basterebbe applicare alle elezioni politiche le stesse norme delle elezioni amministrative che regolano il ballottaggio».

E crede che i politici le daranno ascolto?
«Questo per me è l’imperativo categoric questa legge va cambiata. E io li avverto. Signori, questo è un sistema pericoloso. Perché con le sue regole e con il premio di maggioranza porterà una minoranza al governo e trascinerà la vera maggioranza, dimezzata, all’opposizione».

Teme che la sinistra vinca le elezioni? «So che la sinistra sa aggregarsi ed è capace di costruire alleanze. Vorrei che ne fossero capaci anche gli altri».

Perché ce l’ha con la sinistra? «Se la sinistra dimostrerà di essere cambiata il più felice sarò proprio io».

Mauro Anselmo