18 novembre 1865
Il discorso del re alle Camere a Firenze
«Signori Senatori! Signori Deputati!
Allorquando nella città generosa, che seppe custodire i
destini d’Italia nella rinascente sua fortuna, io inaugurava le sedute del
Parlamento, le mie parole furono mai sempre d’incoraggiamento e di speranza. Vi
seguirono costantemente fatti luminosi.
Coll’animo aperto alla stessa fiducia, oggi vi ho riuniti
intorno a me in questa nobile sede d’illustri memorie. Qui pure, intenti alla
piena rivendicazione della nostra autonomia, sapremo vincere qualunque
ostacolo.
Sul chiudersi dell’ultima Legislatura, per ossequio al Capo
della Chiesa, e nel desiderio di soddisfare agli interessi religiosi delle
maggioranze, il mio Governo accolse proposte di negoziati colla Sede
pontificia; ma li dovette troncare, quando nel potevano restar offeso i diritti
della mia Corona e Nazione.
La pienezza dei tempo e la forza ineluttabile degli eventi
scioglieranno le vertenze tra il Regno d’Italia e il papato. A noi frattanto
incombe di serbar fede alla Convenzione del 15 settembre, cui la Francia darà
pure, nel tempo stabilito, esecuzione completa.
La virtù dell’aspettare è oggidì, più che mai pel passato,
resa agevole all’Italia. Dal giorno che io volsi le ultime parole al
Parlamento, le condizioni sue si fecero migliori.
A progredire nell’opera nostra, ci confortano le simpatie
de’popoli civili. Per comunanza d’interessi, per legami di gratitudine, ci
manteniamo in stretti accordi colla Francia. Siamo i buone relazione colla più
parte degli altri Stati europei e coi Governi delle due Americhe. Un vasto
campo fu aperto aicommerci da
vantaggiosi trattati conchiusi coll’Inghilterra, la Russia, l’Olanda, la
Danimarca, la Svizzera, come già colla Francia, la Svezia, il Belgio, la
Turchia e la Persia. La Spagna poc’anzi riconobbe il Regno d’Italia, la Baviera
e la Sassonia anch’esse hanno testé manifestato lo stesso proposito, che in
Germani, la Prussia, il granducato di Baden e le città Anseatiche già
effettuarono.
Rimangono così rafforzati i vincoli fra i popoli della razza
latina; e colle nobili genti germaniche sarà dato agli Italiani di meglio intrecciare
interessi ed aspirazioni, onde si estingueranno vieti e pregiudizi e rancori.
In tal guisa l’Italia prendendo il posto che le compete fra
i grandi Stati d’Europa, contribuirà viepiù al trionfo della giustizia re della
libertà.
Questa, all’interno, già produsse frutti mirabili. In pochi
anni, nelle amministrazioni, ne’pubblici lavori, ne’Codici, negli ordinamenti
militari s’ottennero risultati, peri quali altrove travagliarono parecchie
generazioni, o si dovettero deplorare lotte intestine.
Tante difficoltà superate sono di lieto augurio per
l’avvenire.
I miei Ministri vi presenteranno disegni di legge per dare
compiuto assetto all’unificazione legislative del Regno, redimere
dall’ignoranza le classi men fortunate, migliorare le condizioni del credito,
spingere le opere pubbliche più urgenti. Emenderete le leggi, come esperienza o
l’opportunità consigliano.
La difficoltà maggiore è di riparare lo squilibrio della
finanza, senza togliere alla Nazione d’esser robusta d’armi in terra e o mare.
Mi è sommamente doloroso che, per necessità imprescindibile, abbiansi a
chiedere del mio popolo nuovi sacrifizi. Certo, non vi farà difetto, o Signori,
la sua virtù: me ne stanno mallevadori quelli che già sostenne con meravigliosa
costanza. Ma io vi raccomando si ripartire gli oneri nel modo il più equo e il
men gravoso possibile, pur riducendo ne’ più stretti limiti le pubbliche spese.
Il popolo italiano deve sgombrarsi da quegli avanzi del
passato, che gli tolgono di svolgere appieno la sua vita novella. Voi quindi
avrete eziando a deliberare intorno la segregazione della Chiesa dallo Stato, e
la soppressione delle Corporazioni religiose.
Procedendo in tal maniera, insidie di nemici o malvagità di
fortune non varranno a distruggere l’opera nostra.
Un mutamento profondo, inevitabile, va attuandosi ne’popoli
europei. L’avvenire è on mano di Dio. Se pel compimento delle sorti d’Italia
sorger dovessero nuovi cimenti, sono certo che intorno a me si stringerebbero
un’altra volta i prodi suoi figli. Ove prevalesse la forza morale della
civiltà, non mancherebbe di farne suo pro il maturo senno della Nazione.
Signori Senatori! Signori Deputati!
Perché ad ogni incontro il diritto e l’onore d’Italia
restino inviolati, è mestieri di francamente progredire sulla via della nazionale
politica.
Io, sicuro del vostro concorso, fidente nell’affetto del
popolo e nel valore dell’esercito, non verrò meno all’impresa nobilissima, che
dobbiamo tramandare compiuta alle generazioni future».
[Naz. 18/5/1864]