Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1865  novembre 18 calendario

Il discorso del re alle Camere a Firenze

«Signori Senatori! Signori Deputati!
Allorquando nella città generosa, che seppe custodire i destini d’Italia nella rinascente sua fortuna, io inaugurava le sedute del Parlamento, le mie parole furono mai sempre d’incoraggiamento e di speranza. Vi seguirono costantemente fatti luminosi.

Coll’animo aperto alla stessa fiducia, oggi vi ho riuniti intorno a me in questa nobile sede d’illustri memorie. Qui pure, intenti alla piena rivendicazione della nostra autonomia, sapremo vincere qualunque ostacolo.

Sul chiudersi dell’ultima Legislatura, per ossequio al Capo della Chiesa, e nel desiderio di soddisfare agli interessi religiosi delle maggioranze, il mio Governo accolse proposte di negoziati colla Sede pontificia; ma li dovette troncare, quando nel potevano restar offeso i diritti della mia Corona e Nazione.

La pienezza dei tempo e la forza ineluttabile degli eventi scioglieranno le vertenze tra il Regno d’Italia e il papato. A noi frattanto incombe di serbar fede alla Convenzione del 15 settembre, cui la Francia darà pure, nel tempo stabilito, esecuzione completa.

La virtù dell’aspettare è oggidì, più che mai pel passato, resa agevole all’Italia. Dal giorno che io volsi le ultime parole al Parlamento, le condizioni sue si fecero migliori.

A progredire nell’opera nostra, ci confortano le simpatie de’popoli civili. Per comunanza d’interessi, per legami di gratitudine, ci manteniamo in stretti accordi colla Francia. Siamo i buone relazione colla più parte degli altri Stati europei e coi Governi delle due Americhe. Un vasto campo fu aperto aicommerci da vantaggiosi trattati conchiusi coll’Inghilterra, la Russia, l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, come già colla Francia, la Svezia, il Belgio, la Turchia e la Persia. La Spagna poc’anzi riconobbe il Regno d’Italia, la Baviera e la Sassonia anch’esse hanno testé manifestato lo stesso proposito, che in Germani, la Prussia, il granducato di Baden e le città Anseatiche già effettuarono.

Rimangono così rafforzati i vincoli fra i popoli della razza latina; e colle nobili genti germaniche sarà dato agli Italiani di meglio intrecciare interessi ed aspirazioni, onde si estingueranno vieti e pregiudizi e rancori.

In tal guisa l’Italia prendendo il posto che le compete fra i grandi Stati d’Europa, contribuirà viepiù al trionfo della giustizia re della libertà.

Questa, all’interno, già produsse frutti mirabili. In pochi anni, nelle amministrazioni, ne’pubblici lavori, ne’Codici, negli ordinamenti militari s’ottennero risultati, peri quali altrove travagliarono parecchie generazioni, o si dovettero deplorare lotte intestine.

Tante difficoltà superate sono di lieto augurio per l’avvenire.

I miei Ministri vi presenteranno disegni di legge per dare compiuto assetto all’unificazione legislative del Regno, redimere dall’ignoranza le classi men fortunate, migliorare le condizioni del credito, spingere le opere pubbliche più urgenti. Emenderete le leggi, come esperienza o l’opportunità consigliano.

La difficoltà maggiore è di riparare lo squilibrio della finanza, senza togliere alla Nazione d’esser robusta d’armi in terra e o mare. Mi è sommamente doloroso che, per necessità imprescindibile, abbiansi a chiedere del mio popolo nuovi sacrifizi. Certo, non vi farà difetto, o Signori, la sua virtù: me ne stanno mallevadori quelli che già sostenne con meravigliosa costanza. Ma io vi raccomando si ripartire gli oneri nel modo il più equo e il men gravoso possibile, pur riducendo ne’ più stretti limiti le pubbliche spese.

Il popolo italiano deve sgombrarsi da quegli avanzi del passato, che gli tolgono di svolgere appieno la sua vita novella. Voi quindi avrete eziando a deliberare intorno la segregazione della Chiesa dallo Stato, e la soppressione delle Corporazioni religiose.

Procedendo in tal maniera, insidie di nemici o malvagità di fortune non varranno a distruggere l’opera nostra.

Un mutamento profondo, inevitabile, va attuandosi ne’popoli europei. L’avvenire è on mano di Dio. Se pel compimento delle sorti d’Italia sorger dovessero nuovi cimenti, sono certo che intorno a me si stringerebbero un’altra volta i prodi suoi figli. Ove prevalesse la forza morale della civiltà, non mancherebbe di farne suo pro il maturo senno della Nazione.

Signori Senatori! Signori Deputati!

Perché ad ogni incontro il diritto e l’onore d’Italia restino inviolati, è mestieri di francamente progredire sulla via della nazionale politica. Io, sicuro del vostro concorso, fidente nell’affetto del popolo e nel valore dell’esercito, non verrò meno all’impresa nobilissima, che dobbiamo tramandare compiuta alle generazioni future». [Naz. 18/5/1864]