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 2010  novembre 12 Venerdì calendario

L’interrogatorio a Volponi

Alcuni stralci dell’interrogatorio a Salvatore Volponi

Ilaria Calò (pm): Quale era l’orario lavoro di Simonetta presso la sede degli Ostelli? Volponi: «Due volte a settimana dalle 15 alle 19». 

Descriva la giornata del 7 agosto, ci dica cosa ha fatto. 
«Nel pomeriggio mi sono riposato fin verso le 16.00, poi sono andato nella nostra tabaccheria di via Giolitti ed ho rilevato mio figlio. Dalle 17.30 circa sono rimasto da solo perché il nostro dipendente era in ferie. (...)

Sono rimasto nella tabaccheria sino alle 19.00 circa. Poi ho preso la metro e sono arrivato a casa verso le 19.20. Mia moglie stava preparando la cena. Io mi sono messo a guardare la televisione. Verso le 21.00 mi ha citofonato Paola Cesaroni. Mi ha detto che la sorella non era ancora arrivata. Non mi ricordo bene. Forse le ho chiesto di salire, ma lei mi ha risposto che avrebbe continuato a cercarla nel tratto di strada tra la fermata della metro e casa… Poi è tornata. Erano le 21.40. Ho fatto salire Paola. Lei mi ha chiesto dove fosse l’ufficio perché voleva sincerarsi che non fosse ancora là, che non le fosse accaduto qualcosa… Ho risposto che non lo sapevo. Forse ho risposto “È vicino l’ufficio di Caracciolo”. (...) 

Ci avviammo a via Maggi. Giungemmo nella sede della Reli e cercammo l’indirizzo nelle agende dell’ufficio. Io a quel punto mi ricordai che il mio socio era in vacanza a Bianco. Mi feci dare il numero dalla sua ex moglie… Chiamai il campeggio dove si trovava e attesi di parlarci. Finalmente riuscii a farmi dire l’indirizzo degli Ostelli. Nel frattempo anche Paola Cesaroni aveva trovato l’indirizzo. Confrontammo il numero riportato sugli elenchi con quello che avevo e corrispondeva… Andammo subito. Guidai io. Giungemmo a via Poma. Non rispondeva nessuno al citofono. Mio figlio scavalcò il cancello. Entrammo… Vedemmo una luce nel seminterrato. C’era una signora ed un ragazzo… Parlammo con la signora, le spiegammo la situazione. Notammo un atteggiamento reticente. Non ricordo le parole precise… Insistemmo. Dopo un po’ di insistenza la portiera prese le chiavi dell’ufficio e ci avviammo al terzo piano. Il mio socio mi aveva precisato che l’ufficio era al terzo piano. Io non presi l’ascensore, feci le scale… soffro di claustrofobia. Mi fermai al terzo piano… Trovai gli altri davanti alla porta e la portiera aprì. C’erano quattro mandate. Entrai subito io… C’erano due stanze davanti a me. Entrai in una di queste. Non notai nulla… Dissi: “Qui non c’è nessuno”. Poi una voce dal gruppo disse: “Cerchi meglio!”. A quel punto io girai verso destra. In fondo al corridoio c’era una porta aperta. La stanza era illuminata dalla luce della luna. Entrai e vidi Simonetta per terra… Tornai indietro e mi preoccupai di tenere Paola fuori dalla stanza. La situazione divenne confusa… urla, grida. A me e a mio figlio ci venne da piangere… Qualcuno chiamò la Polizia. Chiudemmo il portoncino dell’ufficio. La portiera diede di nuovo tutte le mandate. Mentre scendevo vidi una figura vestita di bianco… poi seppi che era Pietrino Vanacore». 

La luce della luna? Lei ne parla anche in un libro… Un libro con molti spunti di fantasia e, mi scusi se lo dico, forse addirittura delirante… Ora le chiedo. “Scusi ma da dove filtrava la luce della luna?”.
«Filtrava dalla finestra della stanza...».

Le devo far notare che la tapparella era chiusa… forse il suo ricordo è sbagliato… 
«No mi ricordo bene».


Ci dica cosa ricorda del suo ingresso nella stanza, cosa ha visto? 
«Il corpo di una persona… forse anche il volto… capii che era morta». 

Come ha fatto a capire che era morta? 
«Non ci ho pensato… ho solo immaginato. Una sensazione». 

Nella sua testimonianza il figlio del portiere ci ha riferito di averle sentito pronunciare un termine molto preciso… Lo ha detto? Perché ha detto “bastardo”? 
«Credo di averlo detto. Chi aveva fatto una cosa del genere poteva essere solo un bastardo...».

Sì ma l’ha detto al maschile… come se si riferisse ad una persona precisa… 
«L’ho detto al maschile perché si dice al maschile… è un modo di dire». (La ricostruzione della deposizione di Salvatore Volponi è stata fatta in base agli appunti presi dallo scrittore Igor Patruno durante l’udienza del 12 novembre 2010).