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Il Memoriale di Alvaro Trinca

L’Espresso, aprile 1980

«Io, Alvaro Trinca, 44 anni, moglie e due figli, ex padrone di ristorante, grande accusatore del calcio italiano, non mi riconosco più. Una volta ero un uomo felice. Cosa sono oggi? Uno braccato dai creditori, dai bookmaker, gente che non scherza quella; un uomo che non dorme più di notte ed è costretto a cambiare d’appartamento ogni due o tre giorni. Un tempo ero pieno di amici, oggi frequento solo avvocati e aule di tribunale...

La mia storia disgraziata comincia sei anni fa, nel 1974, quando in una stessa settimana venni avvicinato a più riprese da alcuni scommettitori clandestini: una volta vennero al mio ristorante “La Lampara”, un’altra mi diedero appuntamento in un bar sotto casa, una terza c’incontrammo a via Veneto. lo sapevo già da allora che intorno al calcio si muoveva un vorticoso giro di miliardi legato alle scommesse clandestine. Loro sapevano che ero amico di tanti calciatori, che Antognoni della Fiorentina, Giordano e Manfredonia della Lazio, Capello del Milan e altri ancora mi avevano invitato al loro matrimonio. Sapevano molte cose su di me e così non mi stupii quando questi signori, mostrandomi la loro schedina e le loro quote, mi invitarono a scommettere su una partita del campionato di calcio.

Per i primi tre anni scommisi poco. Intanto però cominciavo a conoscere i piccoli grandi segreti di questo mondo. Seppi così che i bookmaker erano persone che controllavano il gioco soprattutto da Genova, Milano e Torino. Mi accorsi che il maggior numero di scommesse, almeno in quel periodo, si svolgeva più sulle partite per le Coppe internazionali che sul Campionato italiano. Venni a sapere che fra gli scommettitori più accaniti c’erano e ci sono noti professionisti, che puntavano cifre da capogiro: addirittura c’era un famoso costruttore emiliano che gestisce ancora oggi in prima persona il gioco clandestino in una parte del nord d’Italia. Mi confidarono, infine, che le scommesse più forti venivano dirottate e “scaricate” oltre confine, in Svizzera, Austria e Inghilterra, poiché è lì che ci sono le centrali operative di questo gioco.

Arriviamo al 1977, e anche se le mie giocate restano modeste le perdite raggiungono già i 7 milioni... Fui io a convincere Massimo Cruciani (un amico che era il fornitore di frutta del mio ristorante, con lui dividevo molte delle mie conoscenze sportive) a percorrere la mia stessa strada: qualche tempo dopo anche lui cominciò a scommettere. A volte si vinceva, a volte si perdeva. I rapporti con i bookmaker, comunque, erano ottimi e l’appuntamento per riscuotere le vincite o pagare le perdite era rispettato da tutti: il giovedì dopo la domenica della partita. Il giro delle scommesse grosse, almeno per noi, comincia nel ’79. Eravamo in perdita, così quando sapemmo che saremmo potuti rientrare coi soldi truccando il risultato di qualche partita, ci mettemmo all’opera. Per cominciare ci dividemmo i compiti: io facevo le scommesse, Massimo teneva i rapporti con i calciatori. La prima occasione favorevole ci giunse per telefono. Tramite il capitano della Lazio, Pino Wilson, mi misi in contatto con il giocatore del Palermo Guido Magherini, che io conoscevo dal ’70, epoca in cui giocava nella Lazio. Un martedì dell’ottobre scorso, il giorno prima della partita amichevole Palermo-Lazio, Magherini – che fin da ora posso indicare come il cervello di tutta questa storia, un personaggio che deve aver incassato centinaia e centinaia di milioni – ci disse che molte partite di serie A e B potevano essere truccate, e che si sarebbe potuto “combinare” anche il risultato di quell’amichevole puntando una forte cifra sul pareggio in quanto il risultato era assicurato. Questo ce lo confermò anche Wilson: “Tanto è una partita di cui non ci frega niente”. Così scommisi sul pareggio tre milioni per noi, e un milione a testa per Wilson e Magherini; purtroppo, siccome l’arbitro non arrivò in tempo e la partita venne diretta dall’allenatore del Palermo, i bookmaker la considerarono non regolare e non convalidarono il pareggio. “Peccato, ce la faremo un’altra volta”, mi disse, salutandomi, Magherini.

E l’occasione si presentò domenica 9 dicembre per la partita Taranto-Palermo. Anche allora si fece avanti Magherini assicurando che si sarebbe potuto organizzare un pareggio in quanto il Palermo era d’accordo; era sufficiente poi telefonare al giocatore del Taranto Massimelli per quanto riguardava la sua squadra. Riuscimmo ad accordarci. Io, Cruciani e un terzo socio di cui non posso fare il nome, puntammo 87 milioni. Poi, visto che ce lo chiedeva Magherini, anticipai sulla parola due puntate di 50 milioni, una per il Taranto e una per il Palermo. La domenica mattina, poche ore prima della partita, arrivai insieme a Cruciani a Bari, con l’aereo. Ci venne a prendere Massimelli. Saliti su una Bmw 2000 ci dirigemmo verso l’albergo dove il Taranto era in ritiro. Fu qui che pagammo 10 milioni ai giocatori Quadri, Rossi, Petrovich e a un altro di cui non ricordo il nome. Prima di andare via i calciatori ci domandarono: “Non è che il Palermo ci darà un bidone?”. Li rassicurammo. Non l’avessimo mai fatto! Il Palermo, non rispettando i patti, vinse la partita, noi perdemmo la scommessa e nessuno, né i giocatori del Taranto né quelli del Palermo, ci restituirono i 100 milioni anticipati.

Infuriati, appena finito l’incontro ci precipitammo negli spogliatoi del Palermo e chiedemmo di parlare prima col presidente della squadra siciliana e poi con Magherini, l’organizzatore di quel bello scherzo. Il suo collega Ammoniaci ci disse: “Aspettate, è sotto la doccia che piange”. Dopo venti minuti finalmente Magherini venne fuori: “lo vado a Brindisi, a prendere l’aereo per Roma”, ci disse, “voi andate a Bari, Ci vediamo stasera a Fiumicino e lì vi spiego tutto”. Alle 20.30 di quella domenica ci ritrovammo a Fiumicino con Magherini. lo gli faccio: “Chi ci rimborsa i soldi persi?”. E lui: “Non vi preoccupate, coi premi partita di tutta la squadra vi faccio rientrare io”, Ci imbrogliò ancora: quei soldi non li abbiamo mai visti. Grazie a quella partita, ma soprattutto grazie a Massimelli, entrammo in contatto con i giocatori del Bologna. Un contatto che più avanti potemmo sfruttare.

A questo punto il nostro bilancio era positivo per le amicizie sempre più ramificate coi calciatori e i rapporti sempre più stretti con i bookmaker ai quali avevamo sempre pagato le nostre sfortunate puntate; era negativo invece per i soldi che avevamo perso e che non riuscivamo più a recuperare. Dovevamo dunque rischiare ancora.

Domenica 30 dicembre puntammo 100 milioni sulla vittoria della Juventus contro l’Ascoli, 100 sulla vittoria dell’lnter sulla Fiorentina, e poi feci un’altra giocata sul pareggio tra Avellino e Perugia. Le prime due puntate le persi: l’Ascoli infatti sconfisse la Juve, e Inter e Fiorentina pareggiarono. Mi andò bene invece con il terzo incontro, e non poteva essere che così visto che avevamo pagato alcuni giocatori. In particolare demmo otto milioni 4 io e 4 Massimo – al difensore del Perugia Mauro Della Martira che li avrebbe poi dovuti dividere con Zecchini, Rossi e Casarsa, suoi compagni del Perugia. Rossi, a quanto mi risulta, ha intascato due milioni.

Ci provammo ancora domenica 6 gennaio, questa volta con l’accoppiata Vicenza-Lecce e Milan-Lazio. Per quest’ultima partita i contatti cominciarono in settimana. Il martedì precedente alla partita andai a Tor di Quinto, dove si allena la Lazio, e parlai con Giordano, Manfredonia e Wilson. Gli spiegai che se erano d’accordo a perdere la partita col Milan gli avremmo fatto incassare 60 milioni. Dopo esserci rivisti nel bar Vanni, per poter parlare con più calma prendemmo un appuntamento per il giovedì seguente, alle ore 19, a piazza Mazzini, nell’agenzia di assicurazioni di Wilson. Parlammo delle condizioni su come truccare la partita. Dopo mezz’ora Manfredonia disse: “lo non ci sto”, e lo stesso rispose Giordano. “Allora non ci sto neanch’io”, aggiunse Wilson, “altrimenti dopo come farei a guardarvi in faccia?”. Però, dopo un’ora di mie insistenze, a furia di “Ma che razza di uomini siete!”, li convinsi a vendersi la partita. Il sabato mattina andai dai bookmaker e giocai con Cruciani 270 milioni sulla “martingala” (cioè una giocata combinata che lega più partite: la somma vinta nella prima partita vale come puntata per la partita successiva e così via) Milan-Lazio e Vicenza-Lecce: nelle spese, infatti, dovevamo considerare sia i 60 milioni da consegnare ai giocatori della Lazio, sia i 40 milioni da consegnare al giocatore del Lecce Claudio Merlo, che per la partita Vicenza-Lecce aveva garantito a Cruciani la sconfitta della sua squadra.

Stavamo già pregustando la grossa vincita quando, sabato pomeriggio alle ore 15, telefonò da Milano al mio ristorante Giordano dicendomi: “Annulla tutto, perché io e Manfredonia non ci stiamo”. E io: “Ma come faccio, ho scommesso una cifra su di voi”. “Fai come ti pare, ma noi non ci stiamo più. Comunque richiamami stasera all’hotel Jolly 2”. Con Cruciani ci precipitammo all’aeroporto di Fiumicino da dove telefonammo a Giordano. Bruno ci disse: “Noi non stiamo al gioco, ma se volete provate con Wilson e Cacciatori”. Cruciani (andò subito a Milano), mi chiamò a mezzanotte e con voce allegra mi disse: “Ce n’è voluto per organizzare la partita, ma alla fine ho convinto Cacciatori e Wilson”. Sei sicuro?, gli ho fatto io, e lui: “Gli ho dato un assegno di 15 milioni”. Facciamo un piccolo passo indietro. Durante la stessa settimana, avevamo contattato naturalmente anche il Milan. Il martedì Cruciani telefonò a Milanello, nel ritiro del Milan, e chiese del suo amico Enrico Albertosi, portiere dei rossoneri. L’offerta che gli fece era chiarissima: il Milan doveva pagare 80 milioni in cambio della sconfitta della Lazio. “Ne parlerò con i dirigenti e con il presidente Colombo, sentiamoci dopodomani”. Il giovedì Cruciani richiamò Milanello e questa volta a rispondere insieme ad Albertosi c’era anche il suo compagno di squadra Giorgio Morini. Entrambi dissero: “Più di 20 milioni non vi diamo”. Non ci restò che accettare.

Milan-Lazio terminò secondo il copione con la vittoria dei rossoneri. Il bidone lo prendemmo invece su Vicenza-Lecce: la partita, anziché con la vittoria del Vicenza, si concluse in pareggio. La martingala saltò, e noi perdemmo 270 milioni.

Quella domenica sera, al termine delle partite, mi telefonò Cruciani da Vicenza: “Vieni a prendermi a Fiumicino alle 20.30, mi imbarco a Venezia”. Mi recai all’aeroporto distrutto per il risultato della partita di Vicenza, già meditavo di telefonare al presidente del Milan, Colombo, per chiedergli un altro contributo. A Fiumicino mi venne incontro un Cruciani sconsolato, mi disse di avere viaggiato con Simona Marchini e una volta atterrati di avere scambiato quattro chiacchiere con suo marito, il calciatore dell’Avellino Ciccio Cordova, nostro amico, che stava all’aeroporto in attesa della moglie. Cruciani racconta a Ciccio la nostra disavventura vicentina e Cordova all’improvviso gli fa: “Non ti preoccupare, vi faccio rientrare io”. “E in che modo?”, ribatte Cruciani. “Con la partita Lazio-Avellino”, fa Ciccio, e quindi suggerisce a Cruciani: “Vai ad Avellino e mettiti d’accordo con Stefano Pellegrini”. Andiamo ad Avellino e ci presentiamo a Pellegrini, che però nega la possibilità di truccare la partita. Allora risaliamo in macchina e torniamo a Roma, dirigendoci verso l’Eur. Arriviamo sotto casa di Cordova e gli facciamo citofonare dal portiere. “Ci sono Massimo e Alvaro, possono salire?”, chiede. “No, falli aspettare giù”, è la risposta di Ciccio. Dopo pochi minuti si fa vivo e noi gli raccontiamo l’incontro con Pellegrini... Lui: “Va bene, domani ci provo io, non vi preoccupate. Vado all’hotel Fleming dove l’Avellino alloggerà, ci penso io. Anzi, già che ci sei, Alvaro, scommetti 50 milioni per me sulla vittoria della Lazio”. Dammi almeno un po’ di soldi, gli faccio io. E Ciccio: “È venerdì sera, dove li vado a trovare?”. Decisi di fidarmi di Ciccio Cordova, vecchio amico e genero del costruttore miliardario Alvaro Marchini, e il giorno dopo scommisi 50 milioni per lui.

Quella domenica del 13 gennaio doveva essere il giorno del nostro riscatto. Con Cruciani infatti avevamo deciso di giocare una martingala su quattro partite, tre delle quali sapevamo combinate: la vittoria della Lazio sull’Avellino e i pareggi della Juventus col Bologna e del Genoa col Palermo; la quarta partita, Pescara-Inter, era l’unica pulita, e noi puntammo sulla vittoria dell’Inter. Per Bologna-Juve, Massimo mi aveva riferito che il risultato era stato già pattuito dal presidente della Juve Boniperti e da quello del Bologna Fabretti; era una partita talmente sicura che a Cruciani telefonarono Carlo Petrini e Giuseppe Savoldi del Bologna chiedendogli di puntare a loro nome e di altri compagni 50 milioni sul pareggio. Io e Cruciani scommettemmo sulle quattro partite 177 milioni. E facemmo altre puntate a nome di altri giocatori di cui per ora non faccio il nome. Se tutto filava liscio avremmo vinto un miliardo e 350 milioni e pagato tutti i debiti che avevamo con i bookmaker. Purtroppo ci fregò la Lazio, che invece di vincere come d’accordo la partita con l’Avellino la pareggiò, cosi saltò la nostra martingala sulle quattro partite. Quanto ai 50 milioni che avevo sborsato per conto di Cordova, costui non me li ha più restituiti. Sono convinto che, nonostante mi avesse promesso la vittoria della Lazio, abbia fatto invece di tutto per il pareggio. Non so, probabilmente avrà giocato centinaia di milioni su questo risultato...

L’ultima partita su cui scommettemmo fu Bologna-Avellino. Durante la settimana prendemmo contatti con Stefano Pellegrini e altri giocatori dell’Avellino. Loro dissero: “Non c’è bisogno di accordi né di soldi: pareggiare a Bologna ci sta bene”. Per il Bologna ci accordammo con Petrini, Savoldi, Paris, Zinetti, Dossena e Colomba... La partita non rispettò le promesse: il Bologna vinse 1 a 0, noi perdemmo tutti i soldi, e a quel punto eravamo completamente rovinati. Avevamo un debito con gli allibratori clandestini di ben 950 milioni. Soldi che, in gran parte, ci erano stati truffati dai calciatori. Non ci restava che una cosa da fare: l’esposto alla magistratura».

Alvaro Trinca