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 2010  febbraio 19 Venerdì calendario

La lezione di Cavour ai No Tav

Il Foglio, 19 febbraio 2010

Nuovi disordini in Val di Susa per i carotaggi sul percorso della Lione-Torino destinata a collegare la Francia, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto con i Balcani sino all’Ucraina. Un progetto di corridoio trasversale che ha lo scopo di favorire lo sviluppo di un grande mercato mitteleuropeo. E che dal punto di vista italiano ha anche l’obiettivo di trasformare il capoluogo del Piemonte da ”città-officina” della Fiat in un’area metropolitana internazionale. 

Ci si potrebbe chiedere che cosa ne penserebbe Camillo Benso Conte di Cavour, se fosse vivo e potesse intervenire sulla questione. Non è una domanda oziosa, perché Cavour, nel 1846, prima ancora di diventare il grande statista del Piemonte e dell’Italia, aveva scritto sulla Revue Nouvelle un saggio intitolato: "Les chemins de fer et l’Italie”. Sosteneva la necessità di una rete ferroviaria che, passando per la Val di Susa, collegasse la Francia con l’Italia, attraverso Torino, e proseguisse orizzontalmente nella Pianura padana. La sua tesi era che questa linea di comunicazione avrebbe esaltato i vantaggi del libero scambio all’interno di una vasta area di economia di mercato. In effetti, in seguito, quando egli divenne uomo di stato, il progetto di rete ferroviaria con la Francia attraverso il Fréjus fu realizzato. La Tav Torino-Lione non fa che ripercorrere la linea tracciata da quel progetto. 

Ma nonostante proprio quest’anno ricorrano i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, e malgrado si fosse pensato di celebrarli anche con la costruzione di grandi opere, nessuno ritiene di dover celebrare Cavour e il suo pensiero. Così nessuno ricorda nemmeno quel suo saggio, dedicato all’importanza fondamentale della rete di comunicazione per la creazione di un’area concreta di libero scambio. Ciò dipende forse dal fatto che di questo saggio, comparso su una rivista francese, l’unica pubblicazione italiana ha avuto luogo nel 1934, all’interno del volume sugli economisti italiani del Risorgimento, nella ”Collana degli economisti” diretta da Giuseppe Bottai, su cui pende il tabù di essere dell’epoca fascista.