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 2015  dicembre 27 Domenica calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - L’ISIS ARRETRA


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Le truppe irachene sono entrate nell’ultima zona controllata dai miliziani dell’Isis a Ramadi, nella provincia di al-Anbar e hanno ripreso il controllo della citta. L’esercito iracheno ha preso il controllo del complesso governativo e ha issato la bandiera irachena. «Controllare il complesso significa aver sconfitto Isis a Ramadi», ha spiegato Sabah al Numani, portavoce delle forze irachene che ha aggiunto: «Il prossimo passo è sconfiggere le sacche di resistenza». Si ritiene infatti che i jihadisti siano fuggiti a nordest della città. I portavoce militari sono stati concordi nel riferire che i miliziani siano scappati in massa per sottrarsi all’offensiva finale che non avrebbe lasciato loro scampo. La televisione irachena ha trasmesso immagini di festeggiamenti e il governo ha sottolineato come la città sia stata evacuata prima dell’offensiva. Si tratta di uno dei più importanti successi sul campo degli ultimi mesi nella lotta contro gli uomini di Al Baghdadi, e di una vittoria strategica per la riconquista della provincia di Anbar, la più estesa dell’Iraq, confinante con Siria, Giordania e Arabia Saudita.
Strada per strada
La battaglia va avanti da martedì, ma nella mattinata di domenica sembra essere arrivata la svolta. «Stiamo bonificando dalle bombe le strade e gli edifici attorno al complesso per preparare l’irruzione. Credo che saremo dentro tra circa un’ora», aveva affermato un portavoce dell’esercito in mattinata. Espugnata anche la casa, occupata dai jihadisti, del capo della tribù filo governativa locale degli Al Dalim, sceicco Mayed Abderaseq al Salman. I combattimenti in questo settore si sono conclusi con la morte di 16 miliziani dello Stato islamico. «Tutti i combattenti di Daesh se ne sono andati. Non c’è più resistenza», ha detto il portavoce delle forze irachene antiterrorismo Sabah al-Numan.
Gli attacchi kamikaze e i camion bomba
Dopo l’offensiva aerea della coalizione anti Isis che ha permesso martedì all’esercito iracheno di fare irruzione nella città, i militari entrati nel quartiere di Hoz, la zona amministrativa, a circa 300 metri dal compound dove un tempo c’era la sede del governo provinciale. L’avanzata negli ultimi giorni è stata ostacolata dalle mine nascoste nel terreno, dai cecchini appostati sugli edifici e dagli attacchi-kamikaze dei jihadisti. «Sono ovunque nelle strade e il percorso deve essere ripulito», aveva confermato al-Numani. «La sorveglianza aerea dall’alto ci sta aiutando a individuare autobomba e kamikaze».
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Così Isis resiste all’offensiva irachena a Ramadi: la sequenza dell’attacco col camion bomba

La strada verso Mosul

È dallo scorso mese di maggio che Ramadi, che dista un centinaio di chilometri da Baghdad, è sotto il controllo dell’Isis. Cominciata nel mese di novembre, l’offensiva ha un enorme impatto simbolico e strategico: allontana infatti la minaccia jihadista da Baghdad e spiana la strada alle forze governative verso Mosul, la “capitale” del cosiddetto “Califfato”. La città -che un tempo contava circa 300mila abitanti- è a maggioranza sunnita, ma con una significativa presenza di sciiti, in gran parte però ora fuggiti.


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Le truppe irachene sono entrate nell’ex complesso governativo di Ramadi, strappandolo all’Isis. Lo riferiscono fonti alla Bbc, aggiungendo che i militari sono entrati in un edificio e contano di avanzare nel resto del vasto complesso lentamente nel timore di ordigni esplosivi. Si ritiene che i jihadisti siano fuggiti a nordest della città.
La riconquista della città potrebbe significare la maggiore vittoria delle truppe governative dal 2014, quando hanno preso quasi un terzo del Paese. Il successo avrebbe un enorme impatto simbolico e strategico: allontanerebbe infatti la minaccia jihadista da Baghdad e spianerebbe la strada alle forze governative verso Mosul, la roccaforte irachena del Califfato.

LA BATTAGLIA FINALE
Le truppe governative hanno lanciato martedì scorso l’offensiva finale per strappare Ramadi all’Isis e nella serata di ieri erano riuscite a penetrare nel centro della città. L’avanzata dell’esercito, sostenuta dall’artiglieria irachena e da raid aerei della coalizione a guida Usa, viene però rallentata dalle mine disseminate dai miliziani dello Stato islamico e dal timore della presenza di cecchini. «La sorveglianza dall’alto tramite aviazione sta aiutando a rilevare la presenza di autobombe e kamikaze prima che raggiungano i militari», ha detto il portavoce dell’unità anti-terrorismo dell’esercito Sabah al-Numani.
Mappa: le forze in campo in Iraq e Siria contro lo Stato Islamico
CENTIMETRI
L’IMPORTANZA STRATEGICA
La città, nella provincia di Al Anbar (un centinaio di chilometri a ovest di Baghdad), era caduta nelle mani dei jihadisti lo scorso maggio. Un tempo contava circa 300mila abitanti ed è a maggioranza sunnita, ma con una significativa presenza di sciiti, in gran parte però ora fuggiti.

MOLINARI
Abu Bakr al-Baghdadi vuole trasformarla nella sede del Califfato d’Occidente ma Washington e Roma tentano di scongiurarlo puntando sul piano di pacificazione nazionale: la Libia è il Paese più in bilico del Nord Africa, teatro di una prova di forza fra gruppi jihadisti e potenze regionali dagli esiti imprevedibili. Lo Stato Islamico (Isis) è convinto di aver trovato a Sirte una piattaforma strategica di primaria importanza per l’espansione della rivoluzione jihadista in Africa ed Europa. Il rafforzamento della presenza nella regione natale dell’ex colonnello Muammar Gheddafi vede l’aumento del numero dei miliziani, il consolidamento delle istituzioni del Califfato e l’estensione dell’area controllata con il risultato di far crescere fra Tripolitania e Cirenaica il nucleo di uno Stato Islamico del Maghreb che punta ad estendersi a macchia d’olio congiungendosi con le cellule jihadiste nel triangolo meridionale della Tunisia e nel Sud dell’Algeria fino a raggiungere il Nord del Mali dove operano i «Morabitun» dell’imprendibile capo terrorista Mokhtar Belmokhtar.
È la regione musulmana dove Isis registra i maggiori successi, avvalorando il progetto di Al-Baghdadi di una guerra permanente per estendere a Maghreb, Mediterraneo e Africa sub-sahariana le ramificazioni di un Califfato d’Oriente sottoposto a forti pressioni militari nella regione Siria-Iraq per via degli attacchi portati dalle coalizioni militari guidate da Russia e Usa. Se le cellule di Isis che controllano Sirte preannunciano attacchi in ogni direzione è perché la perdurante assenza di un governo centrale costituisce la cornice ideale per il prolificare di ogni tipo di traffici illeciti: armi, droghe, sigarette, greggio ed esseri umani. Producendo un torrente di facili profitti capaci di alimentare i gruppi jihadisti locali consentendogli di avere le risorse necessarie per reclutare le tribù del deserto del Fezzan ripetendo la tattica applicata con indubbia efficacia per quattro decenni da Gheddafi.
ANALISI Il sogno di Erdogan: una naziona islamica a far ponte con l’Europa
L’unico vero ostacolo sulla strada del Califfo è il processo di pacificazione fra i governi rivali di Tripoli e Tobruk che ruota attorno alla mediazione dell’Onu sostenuta dalla comunità internazionale riunitasi a Roma a metà dicembre nella Conferenza promossa da Italia e Usa. Le intese raggiunte restano precarie e vulnerabili ma il governo legittimo di Tobruk e le milizie islamiche di Tripoli sono entrambi spinti a cooperare dal comune interesse a bloccare i progetti del Califfato, tanto da aver firmato giovedì 17 un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale. Successo o fallimento del piano Onu dipendono però dalla volontà di cooperare delle potenze regionali rivali: da un lato Turchia e Qatar, sostenitrici di Tripoli; dall’altro Egitto ed Emirati Arabi Uniti, grandi alleati di Tobruk. La recente nascita a Riad di una grande coalizione anti-terrorismo fra Paesi sunniti crea le premesse per trovare un punto di incontro fra Ankara e il Cairo. Se la prospettiva franasse, l’alternativa potrebbe essere un intervento militare sunnita, sostenuto da Usa e Ue, per eliminare le cellule jihadiste.

INTERVISTA GENTILONI
ROMA. Ministro Paolo Gentiloni, il 2015 sembra davvero essere stato segnato fino in fondo dalla sfida del Daesh. Adesso ricompare il "califfo" Al Baghdadi, dice che i raid di Usa e Russia non lo hanno indebolito.

"Il comunicato di Al Baghdadi, al di là delle verifiche necessarie che non si fanno all’impronta, vuole esibire forza in un momento che invece è di vera difficoltà militare. Dopo aver perso Sinjar, il gruppo terroristico adesso è accerchiato a Ramadi. Certamente Daesh non va sottovalutato, la sfida sarà lunga, ma l’azione della comunità internazionale è diventata più efficace".

Loro sono pronti a reagire con attacchi terroristici in Europa: la polizia austriaca ha lanciato un nuovo allarme.
"La polizia austriaca parla di persone che sono state segnalate. Non trasformerei questo in nulla di più o di meno rispetto allo scenario in cui siamo da mesi: nulla di più perché non ci sono informazioni precise su luoghi, date, dettagli particolari. Nulla di meno perché in Italia come in Europa tutti abbiamo ben chiaro quello che Daesh e i suoi accoliti hanno compiuto e possono compiere. Lavoriamo per la sicurezza, senza lasciarci fuorviare. Sappiamo bene che proveranno a colpire ancora".

Il governo italiano progressivamente si è impegnato sempre di più in Iraq. Adesso metterete 450 soldati a terra vicino Mosul.
"A Mosul non andranno a combattere, ma a proteggere il lavoro di ripristino della diga. Abbiamo fatto una scelta in un paese in cui da tempo l’Italia ha un impegno rilevante: siamo nelle 2 aree strategiche del paese. L’impegno per la diga di Mosul è molto importante, e una settimana fa al ministro degli Esteri dell’Iraq ho confermato che tutto verrà fatto in coordinamento molto stretto con il governo di Bagdad. Ma poi guidiamo l’addestramento dei "peshmerga" curdi ad Erbil e stiamo addestrando la polizia e le forze di sicurezza che entrano progressivamente nella regione dell’Anbar".

È l’area sunnita in cui il Califfato si era trincerato. Come farà la polizia a prevalenza sciita a controllare quelle zone sunnite strappate al califfato?
"All’inizio venivano inviati nelle zone liberate soprattutto poliziotti sciiti; adesso la prevalenza dei nuovi addestrati dall’Italia è sunnita, saranno loro a garantire che non vi siano rappresaglie".

Nel frattempo però in Siria la lotta al Daesh continua ad avere molti lati oscuri. Come giudicate il fatto che i bombardamenti russi hanno eliminato un capo miliziano islamista avversario di Assad?
"Quanto è accaduto non deve bloccare la stretta via del negoziato finalmente aperta. In Siria stiamo seguendo due esercizi politici molto delicati che si intrecciano con le operazioni militari. Il primo tende a mettere d’accordo i paesi del Gruppo di Vienna su quali siano i gruppi terroristici. Il secondo, coordinato dall’Onu, deve individuare i gruppi anti-Assad che in gennaio dovranno partecipare al negoziato con esponenti del regime siriano. Se effettivamente riusciremo a far partire il negoziato scatterà anche un cessate-il-fuoco".

Libia. Tutti parlano di una futura leadership italiana anche sul piano militare.
"Finalmente abbiamo due novità positive. L’accordo tra la maggior parte dei libici e il sostegno internazionale promosso dagli Stati Uniti e da noi. Ora serve un terzo passo: la nascita del nuovo governo col massimo di sostegno possibile".

Europa: non è che l’Italia di Renzi, con gli ultimi annunci a Bruxelles, con le critiche alla cancelliera Merkel, abbia semplicemente scelto di cavalcare qualcuno dei temi antieuropei così cari ai vostri avversari populisti?
"Il 19 gennaio a Roma si incontreranno i ministri degli Esteri dei 6 paesi fondatori dell’Europa unita: vogliamo capire come andare avanti meglio, con più unità, ma anche con più rapidità e prontezza della Ue. Il governo italiano lavora per rafforzare un europeismo possibile che deve rispondere ai cittadini. Le rigidità con cui a volte si affrontano le questioni di politica economica, e non solo, rischiano di compromettere l’Unione europea".

Con tutte le cautele e i distinguo, la fase che avete aperta sembra semplicemente anti-tedesca.
"Discutere dei temi che il governo italiano inizia a porre non è né antieuropeo e tantomeno anti-tedesco: con la Germania condividiamo moltissimi capitoli della politica estera europea, abbiamo la stessa visione sulla crisi ucraina e sulle conseguenze delle sanzioni, vogliamo il dialogo con la Russia, siamo uniti su questo e su molti altri aspetti...".

Ma allora cosa è cambiato? Su North Stream avete lanciato un attacco frontale.
"Semplicemente abbiamo chiesto che i criteri utilizzati per il South Stream (il gasdotto che dalla Russia doveva arrivare in Europa attraverso il Mar Nero, ndr ) vengano applicati anche per il North Stream. Non c’è un duello Italia-Germania, ma un confronto fra idee diverse della prospettiva europea. Stando fermi nel 2016 vedo arrivare una tempesta perfetta per alimentare sentimenti antieuropei. Dobbiamo uscire da questo cortocircuito".

Non crede che Bruxelles, il "porto delle nebbie" europeo, la città dei burocrati possa farvi pagare questa voglia di sfidarli?
"Ci sono burocrati a Roma come a Bruxelles e altrove. L’Italia rispetta le regole, applica i margini di flessibilità concessi dalle regole di bilancio in una legge di stabilità che riduce le tasse e promuove la crescita. Se c’è rigore
vorremmo vederlo applicato a tutti nelle stesse misure. A volte ci sono decisioni incomprensibili: come decidere procedure di infrazione sull’immigrazione, che è come fare le pulci burocratiche a un paese che da 2 anni offre esempio nel soccorso in mare, nel salvare migranti".

VIENNA
VIENNA - A diverse capitali europee è stato girato un allarme terrorismo, in merito alla possibilità di un attentato con esplosivi o armi tra Natale e capodanno. E’ quanto trapela dalla polizia di Vienna, che ha fatto sapere di aver inasprito le misure di sicurezza senza tuttavia annullare alcun evento previsto. "Sono stati segnalati diversi nomi di possibili attentatori che sono stati controllati, ma le indagini avviate finora non hanno portato a risultati concreti", ha fatto sapere in un comunicato la polizia austriaca.

L’allerta arriva sei settimane dopo le stragi di Parigi del 13 novembre che hanno portato a un innalzamento del livello di allerta terrorismo in tutte le capitali europee. In una nota, la polizia di Vienna ha fatto sapere che la soffiata da un non meglio identificato "servizio di intelligence amico" è arrivata pochi giorni prima del Natale.

E oggi in un nuovo messaggio audio pubblicato su account Twitter legati allo Stato islamico e attribuito al "califfo" dell’autoproclamato Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Is afferma che i raid aerei della Russia e della coalizione anti Is guidata dagli Stati Uniti non sono riusciti a indebolire il gruppo. "Siate fiduciosi che Dio garantirà la vittoria a coloro che lo adorano", si sente nell’audiomessaggio. "Più intensa è la guerra contro" lo Stato islamico "più puro e duro diventa", prosegue. A ottobre si era parlato di un possibile ferimento di al-Baghdadi in un bombardamento dell’aviazione irachena contro il convoglio in cui viaggiava, vicino al confine con la Siria, ma la notizia non ha mai trovato conferma. Anzi, ora l’Is minaccia Israele. "La Palestina non sarà la vostra terra nè la vostra casa ma il vostro cimitero. Allah vi ha raccolto in Palestina perché i musulmani vi uccidano" ha avvertito al-Baghdadi.

Il portavoce di polizia, Christoph Poelzl, ha dichiarato all’agenzia di stampa Austria Press che non esistono minacce concrete contro un posto specifico in una data ora. Le forze dell’ordine hanno fatto sapere di aver intensificato la sorveglianza nei posto dove è presumibile ci siano grandi concentramenti di persone, compresi i principali snodi ferroviari.

A inizio settimana, le autorità del Belgio hanno incriminato una nona persona in relazione alle stragi dello scorso mese a Parigi, che provocarono almeno 130 morti. Le stragi nella capitale francese sono state rivendicate dalle milizie jihadiste dello Stato islamico.

Intanto in Siria, dove almeno 14 civili sono morti oggi sotto bombardamenti nelle provincie di Aleppo e Idlib, una coalizione militare arabo-curda ha conquistato ai danni delle milizie jihadiste dello stato islamico una diga strategica dell’Eufrate, nel nord della Siria. Lo ha annunciato la portavoce del gruppo. L’Is aveva assunto il controllo della diga Tishreen nel 2014, dopo aver allontanato diversi gruppi ribelli, tra i quali Ahrar al-Sham, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh). La diga è strategica perché fornisce elettricità a vaste regioni della provincia di Aleppo, ha indicato l’Ong.

Le Forze democratiche siriane (Fds) "hanno liberato la diga di Tishreen", ha indicato il loro portavoce, il colonnello Talal Sello, precisando che "gli scontri proseguono nella zona in cui si trovano gli alloggi dei dipendenti, intorno alla diga". Abbiamo liberato la regione "a est della diga", ha inoltre indicato il portavoce di questa coalizione, formata principalmente dalle Unità di protezione popolare (Ypg) e da combattenti arabi.

Sospeso accordo per evacuare jihadisti. Raggiunto sotto l’egida dell’Onu, l’accordo (che tra l’altro registrava l’assoluta novità di un’intesa, seppur locale, tra Damasco e gli uomini dell’Is) per evacuare oltre duemila miliziani dell’Is e di altri gruppi ribelli integralisti siriani dalla periferia meridionale di Damasco, è saltato come conseguenza dell’uccisione di Zahran Alloush, il capo dell’Esercito dell’Islam, morto sotto le bombe di un raid aereo venerdì. Il convoglio che trasportava i miliziani in direzione di Raqqa, la capitale del cosiddetto ’califfato’, doveva attraversare il territorio controllato dall’Esercito dell’Islam; ma secondo l’emittente, i pullman arrivati per caricare i miliziani e almeno 1.500 loro familiari, una volta giunti nella zona controllata dall’Esercito dell’Islam, non sono stati lasciati passare.
Siria, il leader dei ribelli ucciso in raid aereo
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I negoziati di pace non si fermano e il mediatore delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura, come ha annunciato il Palazzo di vetro, spera di poter riunire a partire dal 25 gennaio i rappresentanti del governo e dell’opposizione. De mistura ha "intensificato gli sforzi" di mediazione e "ha l’intenzione di completarli per l’inizio di gennaio, con l’obiettivo di iniziare le discussioni inter-siriane a Ginevra il 25 gennaio", ha indicato in una nota il suo portavoce.

SARAJEVO
SARAJEVO - Attacco terroristico sventato a Sarajevo, dove un gruppo di estremisti islamici stava pianificando per la fine dell’anno un attentato nel quale avrebbero dovuto perdere la vita "cento persone". Lo ha reso noto, secondo quanto riferisce la stampa locale, il procuratore antiterrorismo Dubravko Campara, annunciando l’arresto di 11 persone.

I presunti responsabili sono stati arrestati il 22 dicembre in diverse zone della città. Si incontravano per pregare in un appartamento in affitto alla periferia di Sarajevo dove campeggiava una bandiera dell’Is. Il tribunale di Sarajevo ha disposto la carcerazione preventiva per 30 giorni per otto di loro. I presunti terroristi sono indagati per reclutamento e incitamento pubblico ad attività terroristiche,

"Stavano minacciando di portare a termine un attacco con esplosivi, in cui 100 persone sarebbero state uccise", ha detto Campara. Il legale degli arrestati ha respinto le accuse come "una farsa" e ha sostenuto che i suoi assistiti stavano semplicemente "praticando la loro religione".

L’obiettivo era quello di piazzare una bomba sotto una
macchina della polizia oppure in un luogo di ritrovo per poter colpire molte persone. Ma l’esplosivo non è stato ancora trovato. "Sono state sequestrate prove materiali di contatti con lo Stato Islamico", ha dichiarato Campara.