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 2015  novembre 27 Venerdì calendario

FRATELLI DIVERSI


In questa storia le spiagge sono importanti. Una è a Sabaudia, luglio 1994. Insieme a quello che sarebbe diventato l’editore italiano di Allen Ginsberg sfoglio un numero della New York Review of Books. Ci soffermiamo su una pubblicità di Cosmopolitan Greetings, l’ultima raccolta del poeta americano. Dopo il successo beat, Ginsberg era un stato dimenticato. Ordiniamo il libro, che arriva, copertina ocra, per posta ordinaria (Amazon non esisteva ancora). Le poesie sono bellissime. Rileggiamo tutta l’opera di Ginsberg, scoprendo che la memoria in cui avevamo archiviato Urlo e Kaddish era in realtà una memoria del futuro, e che il travolgente, ma incompleto, racconto della beat generation non aveva reso giustizia alla poesia di Ginsberg e alle sue strutture melodiche. Altro che icona vintage! Ginsberg discendeva da Whitman. Appiattito sul momento presente e sfavorito da cattive traduzioni, da noi non era stato capito fino in fondo. Lo si continuava a definire in base al contesto, mentre andava letto sia come un grande poeta classico sia come un grande poeta innovatore. Ginsberg stesso, nell’introduzione ai Selected Poems, dichiara di voler essere ricordato «beyond Beat Generation Standard» (al di là dello strandard della beat generation).
Ginsberg nasce il 3 giugno 1926 a Newark, nel New Jersey. Figlio di una coppia della borghesia ebraica: il padre Louis, poeta, è insegnante; la madre, Naomi Levy, di origine russa, è un’attivista comunista che si ammala di schizofrenia (il poema Kaddish è un lamento funebre per la sua morte, in manicomio). Nel 1943 entra con una borsa di studio alla Columbia University dove conosce Jack Kerouac, Neal Cassidy, Lucien Carr e William Burroughs. Una sera, alla Columbia, «sente» la voce del poeta William Blake che declama i suoi versi e lo convince ad abbandonare l’idea di diventare avvocato e dedicarsi alla poesia. Diventerà membro dell’American Academy of Arts and Letters, riceverà la medaglia di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres e il National Book Award. I suoi archivi sono stati acquistati dall’università di Stanford.
Ginsberg aveva molte anime: ebraica, buddista, omosessuale, sessuale, beat, poetica, politica, ambiziosa, generosa. Pieno di contraddizioni non ha mai smesso di essere un ricercatore spirituale. Del resto il «suo» poeta, Whitman, diceva: «Mi contraddico? Sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini». Lo stesso vale per Pasolini e forse per questo, sulla parete di casa nostra, le loro foto sono vicine.
Un’altra spiaggia, il lido di Ostia. Per caso, il 2 novembre 1975, mi trovo lì. In gita con i miei nonni, mia madre e mia sorella. Il nonno ascolta il giornale radio delle 12, quello che annuncia la morte di Pasolini. Il suo corpo a pochi chilometri da noi. Una decina di anni prima, agosto 1966, Pasolini mette piede a New York per la prima volta. Ne è impressionato, al punto da pensare di girare lì un film su San Paolo. Vi torna a metà settembre per un festival dove vengono presentati Accattone e Uccellacci e uccellini. Oriana Fallaci lo intervista per l’Europeo: «Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle automobili...».
«Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù», dice Pasolini. «Una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogni qualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia». Sulla scia di questo entusiasmo arriva ad affermare che in America si può ritrovare «la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire».
Nel poema autobiografico scritto proprio nell’agosto del 1966 (titolo originale Who is me). ma pubblicato nel 1980 su Nuovi argomenti col titolo Poeta delle ceneri (lo si trova nelle edizioni Archinto, a cura di Piero Gelli), leggiamo: «Io amo Ginsberg: era tanto che non leggevo poesie di un poeta fratello – credo dai tempi, in quel paese di temporali e di primule, in cui ho letto i canti greci di Tommaseo e Machado. Nessun artista in nessun paese è libero. Egli è una vivente contestazione».
Pasolini e Ginsberg sono uniti dallo scandalo e dalla mitezza, dalla politica e dalla poesia (la politica nella poesia), dall’esposizione del loro corpo poetico. In un articolo su Paese Sera del 18 novembre 1966 Pasolini afferma enfaticamente che in America «coloro che appartengono alla Nuova Sinistra (che non esiste, è solo un’idea, un ideale) si riconoscono a prima vista, e nasce subito tra loro quella specie di amore che legava i partigiani». Ancora, in Poeta delle ceneri, dice che scrivendo Poesia in forma di rosa «qualcosa si è rotto: forse era la presenza, ancora a me non direttamente nota, della nuova sinistra americana, e l’operare lontano di Ginsberg».
Il 18 ottobre 1967 gli manda una lettera: «Caro, angelico Ginsberg, ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua è una borghesia di pazzi, la mia borghesia di idioti. Tu ti rivolti contro la pazzia con la pazzia (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’idiozia? Ecc ecc. queste sono state le nostre chiacchiere. Molto, molto più belle le tue, e te l’ho anche detto il perché... Perché tu... sei costretto a inventare di nuovo e completamente – giorno per giorno, parola per parola – il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere inventori di parole! Noi qui invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch’io, come vedi. Non riesco a mescolare la prosa con la poesia (come fai tu!)».
Provo a toccare i temi di una fratellanza che non ha avuto il tempo di crescere.
La madre. Un amore tenero e disperato che Ginsberg racconta con strazio in Sudario bianco e poi nel grande poema epico Kaddish: («Oh mamma/cosa ho lasciato fuori/Oh mamma/cosa ho dimenticato/Oh mamma/addio/con una scarpa nera lunga/addio/col Partito Comunista e una calza smagliata/addio/... coi tuoi occhi di Russia.../coi tuoi occhi pieni di fiori/coi tuoi occhi di neanche un soldo...»). Un amore di figlio che Pasolini racconta così: «Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false (...)/ Andavamo verso Roma. (...)/ Ho vissuto/ quella pagina di romanzo, l’unica della mia vita:/ per il resto – che volete – / sono vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso». E poi la Supplica: «Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia...».
L’omosessualità. Indomabile ma subito colpevole in entrambi, presto gioiosa in Ginsberg, fino all’ultimo dolente in Paso1ini. «Poeta professore anni sull’autunno» scrive Ginsberg in Personal Ad «cerca aiuto compagno protettore amico/giovane amante con aria sgombra e pietosa/spirito esuberante, schietto bel /fisico atletico e mente illimitata coraggioso/guerriero può anche amare donne e ragazze, non importa,/per condividere letto meditazione appartamento Lower East Side ...».
Così Pasolini, in una lettera del 1950 a Silvana Mauri: «Io ho sofferto il soffribile. Non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato». Entrambi con una lunga intermittente contrastata protettiva relazione amorosa, condotta tra vagabondaggio sessuale e fedeltà interiore. Peter Orlovsky e Ninetto Davoli. Due foto quasi identiche, scattate a chilometri e forse anni di distanza, ritraggono i due poeti felici con i loro amati che fanno una linguaccia. Una coincidenza sorprendente.
La politica e le generazioni. Nonostante gli entusiasmi pro new-left e «ai poliziotti si danno i fiori» (improvviso ginsberghiano sul finire di «Il PCI ai giovani!»), Pasolini non fu mai un sostenitore dell’importazione della controcultura americana. Non si entusiasma per i capelloni negli anni Sessanta, né per Re Nudo nei settanta, e tende a liquidare film come Zabriskie Point e Easy Rider. Rispetto al diffondersi dell’interesse dei giovani per il buddismo e l’induismo precisa di «non amare allargamenti culturali di carattere sottoculturale». Dal canto suo, Ginsberg inizia a parlare di «esaurita potenza degli hippies». Pochi anni dopo il punk sembra dargli ragione. Pasolini non c’è più, ma con Salò, aveva anticipato il «no future». Oggi, Patti Smith continua a rendergli omaggio.
La censura. Entrambi zittiti e indomiti, armati di sola poesia, hanno subito infiniti processi. Il primo di Ginsberg per il verso, contenuto in Urlo, «che se lo facevan dare in culo da pii motociclisti, e strillavano di gioia». Il primo di Pasolini, a parte i fatti di Casarsa, per il «contenuto osceno» di Ragazzi di Vita.
Il sentimento religioso. Ebreo buddista Ginsberg, ateo cattolico Pasolini.
L’India. Provate a leggere la poesia di Ginsberg Descrivere la pioggia su Dasaswameth Gath e datata Benares, 1963, e qualche pagina da L’odore dell’India, il diario del viaggio che, negli stessi anni, Pasolini fa con Moravia e Morante.
La morte. Poeti fratelli che muoiono in modi opposti: uno circondato dagli amici nel nuovo appartamento nel Lower East Side (l’ultima, magnifica poesia di Ginsberg si intitola Cose che non farò. Nostalgie). L’altro massacrato sullo spiazzo scalcinato del Campetto all’Idroscalo di Ostia.
Fratelli diversi, Ginsberg e Pasolini sono due eroi della poesia. Ci hanno lasciato i loro corpi di poeti nudi. Nudità diverse: un’ombra dolente quella di Pasolini nel rifugio della casa di Chia, esposta e leggera nello stupore quella di Ginsberg. Due corpi poetici nudi, uno sepolto e salutato in amichevole pace buddista; trucidato l’altro e insepolto. Wystan Auden dice che delle persone rimane ciò ci hanno dato. E la loro arte, qualunque essa sia. «Art is the way we break bread with the dead» (l’arte è lo strumento per dialogare con i morti).
Ma non trovo parole migliori di quelle di Whitman per ricordare questi due grandi poeti del secolo passato: «Questo non è un libro, chi lo tocca, tocca un uomo (È notte? Siamo soli?). È me che hai afferrato, e che afferra te, io balzo dalle pagine fra le tue braccia».
Vittorio Lingiardi