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 2015  gennaio 30 Venerdì calendario

Biografia di Sergio Mattarella. Undici articoli che precedono la sua elezione al Quirinale

gennaio 2015 -

1. SEBASTIANO MESSINA, LA REPUBBLICA -
Se Sergio Mattarella fosse eletto, ai suoi traslocatori basterebbe attraversare la strada, e portare al Quirinale i mobili con cui ha arredato la sua foresteria alla Corte Costituzionale. È lì che vive, ormai, da quando – dopo la morte della moglie Marisa – ha lasciato la casa di via della Mercede e ha scelto di fare una vita monacale, andando da casa al lavoro senza neanche uscire in strada. Del resto, un viveur lui non lo è mai stato. A cena, da sempre, va con gli amici di una vita. Come il magistrato Pietro Sirena, presidente della IV sezione penale della Cassazione. Come il ginecologo Michele Ermini, suo compagno di scuola al San Leone Magno. O come l’ex presidente del Monte dei Paschi (ed ex ministro del Tesoro) Piero Barucci, che conobbe quando suo fratello Piersanti frequentava la Svimez di Pasquale Saraceno.
Qualche volta accetta gli inviti di Giuliano Amato o di Sabino Cassese, suoi colleghi alla Corte Costituzionale. Altre volte – più raramente - va a pranzo con i vecchi compagni di partito che vengono a trovarlo, a cominciare da Pierluigi Castagnetti (al quale viene attribuita la paternità dell’idea di candidarlo al Colle), ma anche Rosy Bindi (che lo ha sempre trattato come un fratello maggiore) e Rosa Russo Jervolino (collega di governo ai tempi di Goria e compagna di battaglie nel Ppi buttiglioniano).
Non ci sono più, da tempo, i vecchi amici di una volta, come Benigno Zaccagnini che gli diede il primo posto in lista, Leopoldo Elia con cui passava intere serate a discutere di diritto costituzionale, Pietro Scoppola che condivideva con lui la passione per la storia del popolarismo sturziano, o il cardinale Achille Silvestrini con cui discettava di diritto canonico.
Poi c’è Palermo. Lui si è sempre considerato un pendolare, metà siciliano e metà romano, visto che ha vissuto in Sicilia fino alle elementari e c’è tornato solo dopo l’università, come professore di diritto parlamentare alla facoltà di Giurisprudenza, in quell’Istituto di diritto pubblico diretto da Pietro Virga – intere generazioni di avvocati hanno studiato sui suoi manuali – dove alla fine degli anni Settanta insegnavano anche Leoluca Orlando, Vito Riggio e Sergio D’Antoni. Quel gruppo di giovani giuristi – cui si aggiungevano Carlo Vizzini (diritto finanziario), Giovanni Fiandaca (diritto penale) ed Enrico La Loggia (contabilità dello Stato) – a capodanno si riuniva proprio nella casa di Mattarella in via Libertà, dove puntualmente arrivavano il fratello Piersanti e la moglie, che abitavano nel palazzo di fronte. Altre volte l’appuntamento era a casa di Guido Corso, che sarebbe diventato un maestro del diritto amministrativo e che ancora oggi è uno degli amici più stretti di Mattarella. Che non sono tanti, neanche a Palermo: i più vicini sono l’avvocato Francesco Crescimanno, nel 2001 candidato sindaco del centrosinistra contro Cammarata, e Salvatore Butera, già consigliere economico di Piersanti.
Del giro della politica – sono anni che Mattarella si tiene fuori, saggiamente, dalle contorte vicende del partito in Sicilia – sono rimasti in pochi. Uno è Vito Riggio, che negli anni Settanta lo convinse ad accettare la sua prima candidatura: presidente dell’Opera universitaria. Una volta eletto, si pentì prestissimo: «Un giorno – racconta Riggio – si ritrovò assediato da una folla di studenti urlanti, uno di loro brandiva minacciosamente un grosso mestolo, e Sergio era lì in mezzo, serafico. E più quelli urlavano e più lui abbassava la voce. A un certo punto disse al più scalmanato: “Scusi, ma perché urla? Siamo qui per discutere, no?”. E quelli si calmarono di colpo».
Un altro con cui Mattarella ama discutere di politica è il catanese Giovanni Burtone, deputato del Pd e allievo di Rino Nicolosi, uno dei tre democristiani che nella primavera del 1980 lo convinsero a fare politica raccogliendo l’eredità del fratello appena assassinato dalla mafia. Poi, tre anni dopo, De Mita gli affidò le redini del partito a Palermo, sconvolgendo tutti gli equilibri delle correnti. «Quando arrivai in Sicilia – ricorda oggi l’ex segretario – mi dissero che voleva parlarmi padre Pintacuda, il gesuita che guidava il gruppo di Città per l’Uomo. Venne la mattina presto in albergo e mi disse, preoccupatissimo: “Adesso dovete proteggerlo, dopo averlo nominato!”».
La politica, certo, è stata sempre importante in casa Mattarella. Suo padre Bernardo, che si vantava di essere stato il primo a entrare in contatto con don Luigi Sturzo, esule in America, dopo lo sbarco degli Alleati, ospitava nella sua casa i big della Dc. «Papà, chi è quel signore che cammina con il rosario in mano come un prete, ma non ha il saio?» domandò una volta la figlia maggiore, Marinella. «E’ un mio amico, si chiama Giorgio La Pira» rispose il padre. A Roma, poi, i fratelli Piersanti e Sergio – che avrebbero sposato due sorelle, Irma e Marisa Chiazzese - giocavano con i figli di De Gasperi e con quelli di Moro, e qualche volta il padre invitava a cena un monsignore che avrebbe fatto strada: Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Ma la famiglia, per Mattarella, forse viene prima della politica. Ha fatto da padre ai figli di Piersanti (Bernardo e Maria) e trova sempre il tempo per giocare con i sei nipotini che gli hanno dato i suoi tre figli (Laura, Bernardo Giorgio e Francesco). E’ per loro che torna sempre a Palermo, tutti i fine settimana, anche se appena arriva va da Franco Alfonso, il mitico barbiere di via Catania: la sua chioma bianca, Mattarella se la fa tagliare solo da lui.

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2. MARIO AJELLO, IL MESSAGGERO -
Come può vivere un democristiano doc, un moroteo, «un monaco» (copyright Berlusconi), questa fase in cui parrebbe - ma poi dipende dalle decisioni della Provvidenza oltre che dal volere del king maker e dei grandi elettori - che Sergio Mattarella, cioè lui, stia per salire al più alto onore della Repubblica? Mattarella, che ieri ha lavorato per tutta la giornata alla Consulta, leggendo carte e mantenendo quel profilo distaccato che è nel suo Dna personale e politico, vive questo magic moment, espressione che egli mai utilizzerebbe, in una maniera così: «Queste sono cose che accadono, se devono accadere. Ma se accadono, diventano un onore e un grande fardello».
Lo hanno chiamato tutti. Lui non ha chiamato quasi nessuno. Con i pochi con cui ha intimità, appartenenti soprattutto allo stretto giro familiare mentre tra gli amici politici può vantare D’Alema e Veltroni, Rosy Bindi e Bersani, Enrico Letta, Soro, Bressa e Fioroni (organizzatore della cena al ristorante «Scusate il ritardo» dove è stata lanciata la candidatura) più Franceschini (lui è stato il tramite con Renzi, e i premier e Mattarella hanno avuto l’incontro decisivo quattro giorni fa), ha parlato naturalmente poco. Mostrando quel suo atteggiamento schivo e d’antan (sembra uno in bianco e nero degli anni ’60) che fa prevedere una presidenza non all’insegna del sexy ma della camomilla da somministrare a un Paese tendente all’eccitazione: «Se mi chiamano ci sono, ma non ho fatto nulla per ottenere questo incarico». Berlusconi sostiene che Mattarella ieri abbia chiamato lui. Più probabilmente è stato l’ex Cavaliere, a riprova che vera arrabbiatura da parte berlusconiana non ci sia, che ha telefonato al presidente in pectore. Mattarella avrebbe detto a Silvio: «Considero un atto di rispetto che voi votiate scheda bianca sulla mia candidatura». E poi? Racconta Berlusconi ai suoi parlamentari: «Mattarella mi ha anche assicurato che non fu lui a bloccare il nostro ingresso nel Ppe». Anche se non sono pochi quelli che ricordano quanto Mattarella si battè per evitare questa «sciagura». Ecco una frase mattarelliana, e in puro stile mattarellico, del 19 agosto 1999: «Berlusconi? E’ l’opposto di De Gasperi».
Mentre a Montecitorio si moltiplicano le congetture e le domande - «Ministro Boschi, sarà ancora Donato Marra il segretario generale del Quirinale?». Risposta davanti alla buvette: un sorriso - e si scommette su Ugo Zampetti, segretario della Camera uscente, di scuola democristiana, come primo collaboratore del forse neo-presidente, Mattarella lavora come sempre nel palazzo della Consulta. E come sempre fa la vita di sempre. Ieri ha mangiato alla buvette della Corte Costituzionale dove, assicura chi la frequenta, si mangia malissimo, ma per lui (magro e studioso, bisognoso al massimo di un filetto) queste cose non contano. Oppure, raccontano in coro al «Bar del Quirinale», un locale piccolo ma saporito a due passi dall’abitazione dell’ex ministro che è a due passi dal Palazzo presidenziale, «viene qui verso l’ora di pranzo, si prende una pizzetta o un tramezzino, se la porta a casa e la mangia lì». Con un bel bicchiere di vino? «Macchè». Coca Cola? «Neanche». Acqua frizzante? «No, naturale».
PEDONE

Niente autoblù. Gira a piedi. Il suo striminzito appartamento nella foresteria a via Cordonata ha due stanze, angolo cottura e bagno. Mattarella è un moroteo anche nello stile di vita. Uno svago? Andare in montagna e cantare i canti di montagna, come ai tempi dell’Azione Cattolica, di cui è stato anche responsabile durante il liceo: il San Leone Magno di Roma, pur essendo lui palermitano ma poco palermitano in realtà e neanche tifa granchè per i rosaneri pur amando il calcio ma con la testa e non con le viscere. Va a messa vicino casa. Ogni tanto a Palermo, dove è sepolta l’amatissima moglie scomparsa nel 2012. Amici? Frequenta soprattutto la famiglia: tre figli e sei nipoti a Roma. Lo stretto giro delle sue affinità elettive - e alcuni di questi nell’eventuale presidenza Mattarella un ruolo lo avranno - comprende Paolo Ruffini, dinastia siciliana-democristian-ministeriale come quella di Sergio con in più uno zio cardinale; Nino Rizzo Nervo; il deputato Francesco Saverio Garofani (ieri il più ricercato in Transatlantico e il bersaniano Zoggia tra i tanti andava cercando il numero tra i divanetti ex Dc: «Qual è il telefono di Garofani?»); e il biografo di suo fratello assassinato nel 1980: Giovanni Grasso, autore dell’ottimo volume su «Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia» (edizioni San Paolo). Intanto, è in corso una lotteria che lo riguarda. Ma lui legge tomi giuridici.
Mario Ajello

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3. MARCELLO SORGI, LA STAMPA -
La passione per i meccanismi elettorali ce l’aveva fin da ragazzo, Sergio Mattarella, il candidato al Quirinale che già domani potrebbe diventare il nuovo Presidente della Repubblica, e vent’anni fa legò il suo nome alla legge che introdusse in Italia i collegi uninominali e battezzò la Seconda Repubblica.
Ironia della sorte, quel sistema studiato a tavolino da uno che a trent’anni costruiva scientificamente, insieme al fratello, strategie e candidature per le elezioni regionali siciliane, invece di garantire il traghettamento di quel po’ ch’era rimasto della classe dirigente, dall’epoca della dannazione al nuovo mondo, aprì la strada a Berlusconi e a un centrodestra imbastito in fretta e furia, arrivato assai acerbo nella stanza dei bottoni.
Mite, pacato, serio, ragionatore, alzi la mano chi lo ha mai sentito una volta alzare la voce: così chi lo conosce lo descrive da sempre. Eppure in quell’incredibile ’94 in cui il Cavaliere in soli tre mesi spiccò il balzo da Arcore a Palazzo Chigi, complice il terribile errore politico di Achille Occhetto e Mino Martinazzoli di presentarsi divisi, Sergio Mattarella una volta perse la calma. Sarà stato il 20 di giugno, in un sotterraneo dell’hotel Ergife, un albergone romano sulla via Aurelia usato per celebrare i concorsi pubblici con migliaia e migliaia di candidati. In una saletta dalla luce incerta, non distante da quella in cui qualche mese prima Craxi aveva gettato la spugna, il Partito popolare erede della vecchia Dc rifletteva sulla peggiore sconfitta della sua storia: dieci milioni di voti, raccolti e persi per la maggior parte nei collegi, dove la legge spietata del vince chi ha un voto in più aveva visto cadere decine di candidati, e alla fine solo una novantina di eletti arrivare a Camera e Senato.
Il fondatore, Martinazzoli, s’era dimesso. Tra risentimenti e divisioni interne, era arrivato inaspettatamente a succedergli il professor Rocco Buttiglione, teorico di una inevitabile svolta a destra del partito che aveva nel suo Dna il “centro che guarda a sinistra”. Tensione, proteste, inutili discussioni regolamentari, come succede spesso quando la politica non ha più argomenti, e però i numeri sono numeri e Buttiglione ce la fa. A quel punto, un pezzo di sinistra dc, che fino a quel momento aveva governato il partito, si alza e se ne va. Escono gridando, sotto gli occhi increduli di chi rimane: “Fascisti, fascisti, fascisti!”. A guidare il piccolo corteo dei resistenti ci sono Rosi Bindi e Mattarella. Oggi che sono in pochi a ricordarsi di quell’episodio, nessuno si meraviglia: neppure gli amici siciliani abbottonatissimi sugli aneddoti sul Mattarella giovane, che ripetono che Sergio è sempre stato così: moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige.
Come quel l’altra volta, che dicono gli sia costata l’ostilità berlusconiana di questi giorni, che si dimise insieme ad altri quattro ministri, manco a dirlo della sinistra democristiana, per non dover votare la fiducia posta da Andreotti sulla legge Mammì, la prima regolamentazione dell’etere televisivo rimasto fino a quel momento selvaggio e occupato in parte da Berlusconi con le sue tv. Fu Mattarella a illustrare le ragioni di quella decisione repentina, il pomeriggio del 26 luglio 1990: «La fiducia per violare una direttiva comunitaria è inaccettabile». Andreotti per tutta risposta in sole ventiquattr’ore nominò cinque nuovi ministri, scegliendoli in parte dalla stessa corrente, e la legge Mammì fu approvata.
Come capita talvolta, i due fratelli Piersanti e Sergio Mattarella, figli di Bernardo, parlamentare e ministro Dc negli anni del Dopoguerra, erano molto diversi tra loro. Si dice che in ogni famiglia siciliana ci sia un figlio arabo e uno normanno: così Piersanti, il maggiore, aveva il piglio di un guerriero saraceno ed era stato l’erede designato della tradizione politica paterna. Mentre Sergio aveva scelto gli studi e l’università, dov’era andato in cattedra presto come costituzionalista. Per molti anni i due fratelli, che avevano sposato due sorelle, Irma e Marisa (scomparsa di recente), figlie del grande romanista Lauro Chiazzese, si erano dedicati a difendere nelle aule di giustizia l’onore del padre dalle accuse, mai dimostrate, di legami con la mafia. Poi Piersanti aveva preso la statura del leader, indeciso tra la dimensione regionale e quella nazionale.
Nel 1979, benché fosse ormai maturo il suo debutto in Parlamento, Benigno Zaccagnini, il segretario della Dc che veniva dalla Resistenza e amava le feste campagnole nella sua Romagna, al canto di “Bella ciao”, lo aveva convinto a restare in Sicilia, puntare alla presidenza della Regione e fare una bella opera di pulizia nell’amministrazione infestata di legami clientelari e criminali. La risposta della mafia, il 6 gennaio del 1980, furono le raffiche di mitra che fermarono per sempre il guerriero di casa Mattarella. Piersanti era stato ammazzato davanti al portone di casa sua. In quello accanto, al pianterreno di via Libertà 135, nel centro elegante della città sventrata dalla speculazione mafiosa, c’era lo studio in cui, accanto al presidente della Regione, si riunivano il fratello Sergio, un altro giovane professore di diritto amministrativo che si chiamava Leoluca Orlando e un economista, Salvatore Butera, che guidava l’ufficio studi del Banco di Sicilia. Era il “think-tank” del giovane presidente che cominciava a sentirsi accerchiato e dedicava le sue serate a ragionare con quel gruppo di giovani professorini che condividevano la sua sfida.
La carriera politica di Sergio Mattarella (e di Leoluca Orlando, di lì a poco, con l’aiuto di Sergio, sindaco eretico di una giunta con i comunisti) cominciò quel giorno di Epifania in cui il fratello fu ammazzato. Se Piersanti non fosse morto in quel modo, forse avrebbe continuato a fare il professore. Invece il suo destino era di proseguire l’opera del fratello: in Parlamento, al governo, alla Corte costituzionale. E adesso, da domani, al Quirinale.

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4. ALBERTO MATTIOLI, LA STAMPA -
La notizia è che c’è stato un tempo in cui Sergio Mattarella sorrideva, poco ma sorrideva. Nelle foto d’archivio pubblicate in questi giorni dai giornali è sempre serissimo quando ispeziona il picchetto d’onore da ministro della Difesa o le leggi appena approvate da giudice della Consulta. «Era serio anche da ragazzo, però qualche risata se la faceva pure lui».
Parola del signor Gino, negli Anni Cinquanta compagno di scuola dei fratelli Mattarella, Piersanti presidente della Regione Sicilia assassinato dalla mafia, Sergio (forse, probabilmente o sicuramente, a seconda dell’attendibilità e delle preferenze politiche degli aruspici) prossimo Presidente della Repubblica.
La capitale è una strana città. Capita di entrare in un negozio in cerca di un umile paio di stringhe per le scarpe e, a transazione commerciale felicemente conclusa, scoprire che chi te le ha vendute era a scuola insieme al Presidente prossimo venturo. Per la precisione, al San Leone Magno, liceo privato molto cattolico e molto Roma bene, dove evidentemente la riservatezza veniva inculcata a tutti. Signor Gino compreso: «Il cognome no, per favore. E una foto nemmeno».
Però la sua descrizione dei Mattarella brothers è affettuosa, quasi tenera: «Due ragazzi diversissimi. Piersanti era vulcanico, pieno di vita, trascinatore. Sergio silenzioso, serio, composto. Due caratteri complementari. Si capiva, credo, che si volevano molto bene. In comune, avevano due caratteristiche: l’estrema educazione e la passione per lo sport». Di spezzare questo rapporto si sarebbero incaricate le pallottole mafiose nel 1980: «E pensare che giocavamo in cortile insieme e insieme siamo stati negli scout».
Ritratto di Presidente (forse) da giovane. «Era quello che a Roma chiamiamo un mollicone». Traduca per il resto del mondo, per favore. «Ma sì, uno di quei ragazzi che stanno sempre zitti, che sembrano quasi troppo educati. Metodico, riflessivo, attento, studioso. A ben pensarci, sorrideva poco anche allora. Di lui sapevamo che il padre era ministro (Bernardo, potentissimo diccì siciliano, ndr), ma poco altro. Non aveva nemmeno l’accento siciliano».
E la scuola? «Eccellente. I padri maristi erano degli ottimi educatori. Liceo classico, ma oltre al greco e al latino, tanto, c’erano anche corsi di inglese e di francese. Con ottimi insegnanti, come Francesco Grisi, che sarebbe poi diventato un celebre critico letterario. Insomma, un ambiente intellettualmente stimolante di cui credo che Sergio abbia approfittato in pieno».
Resta da capire che Presidente sarà lo studente che fu. «Le sue idee politiche non sono le mie. Ma anche se non sono d’accordo, lo stimo. È una persona perbene. E credo che, scegliendo lui, Renzi corra un rischio». Perché? «Perché Sergio Mattarella è una persona seria e non smetterà mai di esserlo per compiacere qualcuno. Non si lascerà manipolare». Renzi è avvisato.

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5. FABRIZIO RONCONE, CORRIERE DELLA SERA -
«Scherziamo?», si scandalizzano i suoi amici deputati. «Nessuno di noi rivelerebbe una cosa simile, in un momento tanto delicato».
Sono ore complesse, è vero.
Sono ore in cui il riserbo si fa più prezioso.
Ma questo, più che un segreto, sembra essere solo un capriccio del destino.
Sergio Mattarella già abita sul Colle del Quirinale. Nella foresteria che è a disposizione dei giudici della Corte costituzionale. Osservando il palazzo dove andrà a risiedere il nuovo Capo dello Stato, la foresteria è sulla destra. Se davvero l’incarico toccherà a Mattarella, egli non dovrà che attraversare la strada. Meno di cento passi. Poi, lo accoglieranno i corazzieri sull’attenti.
Il suo appartamento è spartano. Pieno di libri e faldoni, e molto caldo: un caldo simile a quello di un centro benessere, poiché Mattarella è assai freddoloso. Ha deciso di trasferirsi lì un anno fa, dopo la scomparsa della moglie Marisa (la coppia, prima, viveva in affitto).
Il candidato di Matteo Renzi alla Presidenza della Repubblica ha trascorso tutto il giorno chiuso nel suo ufficio, lavorando. La sua segretaria storica, la signora Leandra, non risponde al telefono. Lui parla solo con poche fidate persone.
Una di loro, dopo essersi fatta giurare che sarebbe rimasta nell’anonimato, riferisce di aver ricevuto questa risposta: «Io, Presidente? Non ho alcuna ansia. Se mi chiedessero di ricoprire un ruolo così, sarebbe un onore enorme. Tuttavia, ecco: il mio attuale lavoro di giudice mi piace moltissimo».
Parla con voce bassa, la grisaglia grigia d’estate e d’inverno, detesta le interviste e le telecamere, il rumore della politica e le polemiche: è nato a Palermo 73 anni fa — ancora adesso il suo soprannome è «Sergiuzzo» — ha tre figli (Laura, Francesco e Bernardo Giorgio, docente di Diritto amministrativo, responsabile dell’Ufficio legislativo del ministero della Pubblica amministrazione). Suo padre Bernardo fu ministro, deputato e potente democristiano in Sicilia.
Tutte le biografie di Mattarella cominciano descrivendo la figura, a volte discussa, del padre.
Poi vanno a capo.
Nel secondo capoverso, ti dicono che Sergio Mattarella avrebbe voluto fare il professore di Diritto pubblico.
Nel terzo capoverso, subito una data: 6 gennaio del 1980, una domenica, quando la mafia uccide suo fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, che non voleva piegarsi alle regole di Cosa nostra.
L’agguato, in via Libertà, sotto casa: palermitani fermi sul marciapiede e lui, Sergio, che scende avvertito dal nipote. Il killer è appena fuggito. Sergio apre lo sportello dell’auto e soccorre Piersanti. L’ambulanza non arriva, partono verso l’ospedale a bordo di una volante: i due agenti davanti, dietro Sergio tiene sulle gambe suo fratello; che — dopo poco — gli muore tra le braccia (per tutto il pomeriggio, Sergio continuerà a parlare con investigatori e cronisti indossando il maglione sporco di sangue).
È un uomo mite fino a quasi ad apparire fragile: ma non bisogna farsi imbrogliare dalla timidezza. In Transatlantico, molte voci sicure: «Guardate che quello, dentro, ha il fil di ferro».
Tre anni dopo la morte di Piersanti, viene eletto deputato: Ciriaco De Mita, diventato segretario della Balena Bianca (cit. Gianpaolo Pansa), gli chiede di tornare a Palermo, chirurgo della dicì infetta di Lima e Ciancimino. Sarà lui, Mattarella, a decidere l’identità del nuovo sindaco: Leoluca Orlando.
Fil di ferro.
Ripensate alla sera del 26 luglio 1990.
Quando con un atto che il Cavaliere non ha mai dimenticato, Mattarella si dimette da ministro della Pubblica istruzione dopo che Giulio Andreotti, all’epoca premier, ha posto la fiducia sulla legge Mammì, quella che sancisce, definitivamente, l’esistenza delle tre reti televisive Fininvest (con lui si dimisero Martinazzoli, Fracanzani, Misasi e Mannino).
Un gesto, di solito, avverte che sta per perdere la pazienza: quando si porta le mani agli occhialini e cerca di aggiustarseli sul naso. Ma capita di rado. Tutte le biografie concordano: coltiva le virtù della pacatezza e dell’equilibrio, della prudenza (l’altra sera ha preferito non partecipare alla festa di congedo del suo amico Francesco Maria Greco, il nostro ambasciatore presso la Santa Sede) e del dialogo. È, forse, l’ultimo moroteo.
Certo è uno dei fondatori dell’Ulivo di Romano Prodi e, prima ancora, del Partito popolare. Nel 1993 lega il suo nome alla riforma della legge elettorale in chiave maggioritaria, nota — appunto — con l’appellativo Mattarellum . Con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi è vicepresidente del Consiglio e ministro della Difesa. Dal 2011 è giudice costituzionale.
Poi, fuori dalle biografie ufficiali: non sa nuotare, una volta — quand’era direttore del Popolo — accettò di giocare con i suoi redattori a Risiko, è un buon intenditore di calcio e tifa Palermo (con una debolezza, sembra, per l’Inter).

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6. DINO PESOLE, IL SOLE 24 ORE -
Schivo, riservato, sobrio: sono gli aggettivi più ricorrenti associati a Sergio Mattarella. Che però non rendono al meglio l’idea di quanto poco al giudice costituzionale piaccia fare dichiarazioni pubbliche: l’agenzia Ansa è dovuta risalire al 2008 per ritrovare negli archivi una sua esternazione e negli ultimi dieci anni risultano solo 29 titoli con parole pronunciate dall’ex dc. Un alieno rispetto alla politica 2.0 di cui Matteo Renzi, che lo vuole al Colle, è alfiere: nel carniere del premier c’erano (a ieri sera) 4.223 tweet, scritti da gennaio 2009. Una media di due al giorno per sei anni.

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DINO PESOLE, IL SOLE 24 ORE -
Un politico di lungo corso, con una biografia istituzionale di tutto rilievo quale emerge dai suoi molteplici incarichi ministeriali, da titolare dei Rapporti con il Parlamento nel governo De Mita (1987) a quello della Pubblica istruzione nel sesto governo Andreotti (incarico da cui si dimise il 27 luglio 1990 per protesta contro l’approvazione della legge Mammì) a quello di vice presidente del Consiglio nel primo governo D’Alema (era di fatto il “garante” politico della delegazione del Ppi al governo) e poi ministro della Difesa nel secondo governo D’Alema e nel governo Amato del 2000. Per formazione politica e per una storia personale profondamente segnata dall’uccisione da parte della mafia del fratello presidente della regione Sicilia, Pier Santi (era il 6 gennaio 1980), Sergio Mattarella è da sempre attento alle istanze sociali care alla sinistra Dc. Una militanza da cattolico progressista che Mattarella declina in tutte le sue esperienze istituzionali.
Sul fronte dell’economia, la sua biografia mette in luce un solido ancoraggio agli ideali europeisti e al tempo stesso una grande attenzione alle tematiche relative all’equità sociale e al conflitto tra generazioni, al ruolo delle autonomie locali e al tempo stesso alle questioni connesse alla concorrenza e al libero mercato. Il tutto all’interno di un disegno politico che pone tra i suoi obiettivi la razionalizzazione della spesa pubblica, con un’ottica di redistribuzione delle risorse e di riduzione della pressione fiscale. Punti fermi che emergono soprattutto nell’arco della sua permanenza a Palazzo Chigi, in qualità di vice presidente del Consiglio nel primo governo D’Alema. Governo che tra i suoi obiettivi da conseguire in sede europea inserì «l’inclusione nel mercato del lavoro dei più giovani». Tematiche cui Mattarella ha riservato in più occasioni una particolare attenzione.
Da giudice costituzionale (nominato dal Parlamento nell’ottobre del 2011), oltre ad avere redatto il parere con cui la Consulta ha dichiarato lo scorso 14 gennaio inammissibili i quesiti referendari sull’abolizione dei tribunali, è nel collegio che ha altresì respinto il referendum proposto dalla Lega nord per abrogare la legge Fornero: trattandosi di un provvedimento contenuto nel decreto salva Italia varato dal governo Monti il 4 dicembre 2011, e dunque di un insieme di norme strettamente collegate alla manovra di finanza pubblica, le relative misure vanno assimilate alle leggi che «presentino effetti collegati in modo così stretto all’ambito di operatività delle leggi di bilancio, da essere sottratte a referendum».Il 4 dicembre 2013 la Consulta aveva dichiarato incostituzionale il «Porcellum» .
Un’elezione alla Consulta su filo di lana per l’ex democristiano “inventore” del sistema elettorale misto (75% collegi e 25% proporzionale) con il quale si è votato dal ’94 al 2001. Nell’aprile del 2001, da ministro della Difesa e “padre” della riforma che ha abolito il servizio obbligatorio di leva, osservò come la vocazione dell’Italia «è di fare tesoro dei cambiamenti positivi intervenuti sugli scenari europei concorrendo a rafforzare questi mutamenti».
E poi il tema della riforma delle professioni, che seguì da vicino nel 1999, quando era in discussione il cosiddetto testo Mirone. «Nessuno immagina deleghe con margini d’arbitrio. Il Governo sa bene quanto siano importanti gli Ordini e per questo ne chiede la collaborazione per affrontare la sfida dell’innovazione».
Mediatore per natura e vocazione politica, Mattarella non esita a sfoderare piglio e decisione, come quando (era l’agosto del 1999) si discuteva di come disciplinare l’accesso alla propaganda politica in Tv: «Mi auguro che si riesca a discutere, ma se il Polo insisterà nella scelta dello scontro, andremo allo scontro, senza esitazioni e senza perplessità».
Il ritratto più efficace è quello che l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato ieri ai cronisti a Montecitorio: «È persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica e alta sensibilità costituzionale».

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7. CARLO MARRONI, IL SOLE 24 ORE -
Nessuno, Oltretevere, dirà mai pubblicamente che il possibile ritorno di un cattolico al Quirinale è una cosa buona. Con Papa Francesco – ma anche con Matteo Renzi, va detto – le cose sono cambiate. Ma due sere fa, ad un ricevimento all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, i cardinali e monsignori presenti erano – sottovoce - concordi nell’esprimere vivo apprezzamento per la candidatura di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Anche se non mette mai piede dentro i Sacri Palazzi. Già perché il candidato del Pd al Quirinale ha alle spalle una storia di cattolico praticante a ventiquattro carati, ma è distante anni luce dall’archetipo del politico habituè delle gerarchie, di cui in anni recenti è sorta una nuova genìa.
Mattarella proviene dal mondo cattolico ma ha sempre tenuto distinto questo piano dall’attività politica attiva, come del resto fece il fratello Piersanti. Insomma, un credente in privato ma “laico” nel pubblico. Non si conoscono sue amicizie particolari in Segreteria di Stato o nella Curia Romana, anche se negli anni – specie quando fu ministro della Pubblica istruzione – ha incontrato alti prelati. La sua storia personale è legata soprattutto alla militanza giovanile nell’Azione cattolica, lo storico braccio laicale dei vescovi italiani. Muove i primi passi di attivismo alla scuola San Leone Magno di Roma, dove diventa responsabile dei giovani: sono anni di grandi passioni politiche, l’organizzazione è una fucina di politici futuri, come lo fu per Piersanti, il fratello ucciso dalla mafia nel 1980 e di cui Sergio raccolse l’eredità, pur essendo molto diverso di carattere. In famiglia la formazione religiosa è costante e anche “coraggiosa”: la domenica – racconta nel suo recente Piersanti Mattarella (San Paolo) il giornalista di «Avvenire» Giovanni Grasso – la famiglia andava alla messa dai padri rosminiani a San Giovanni a Porta Latina, in un periodo in cui le opere di Antonio Rosmini erano ancora all’Indice del Sant’Uffizio; d’estate partiva in vacanza sulle Dolomiti nella comunità di don Rossi, fondatore del Movimento Pro Cititate Christiana, uno dei più avanzati del cattolicesimo di sinistra.
Ma è a Palermo – dove era vissuto da bambino nella casa del padre Bernardo, frequentata dal giovane Giorgio La Pira – che inizia l’attività politica, incrociando figure che rimarranno fondamentali. In testa il cardinale Salvatore Pappalardo, simbolo della lotta alla mafia, ma anche i gesuiti del Centro Pedro Arrupe, e in particolare i padri Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda. Saranno loro i teorici della svolta palermitana, anche se successivamente i due religiosi romperanno tra di loro i rapporti per divergenze di opinione sulla nascita della Rete di Leoluca Orlando: Mattarella resterà legato a padre Sorge, ex direttore di «Civiltà cattolica», la rivista di cui Mattarella è tuttora assiduo lettore.
Sono anni delicati per la Dc, da poco guidata da Ciriaco De Mita, unificatore del mondo della sinistra dc cui Mattarella ha sempre fatto riferimento come seguace del pensiero di Aldo Moro. Sono gli anni della revisione del Concordato da parte del governo Craxi: da parte italiana uno dei protagonisti del nuovo accordo con la Santa sede fu Giuliano Amato mentre da parte vaticana l’allora monsignor Achille Silvestrini, uno dei pochi altri prelati di Curia con cui Mattarella ha un rapporto di reciproca stima. Quando diviene evidente la crisi irreversibile della Dc, è la comune matrice cattolica-democratica a mettere insieme il gruppo “Carta ‘93”, che tenta di rilanciare una base programmatica a sostegno di Martinazzoli. Mattarella resterà sempre legato a questo mondo della miglior tradizione del cattolicesimo politico, anche se stringerà legami personali con esperienze diverse, come Sant’Egidio, e in particolare con il suo fondatore Andrea Riccardi, che due anni fa andò a Palermo alla commemorazione dell’assassinio del fratello.
Carlo Marroni

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8. MASSIMILIANO SCAFI, IL GIORNALE -
Cento metri, centoventi al massimo, in leggero pendio. Sergio Mattarella quella salitina da via della Consulta, dove abita, al palazzo della Consulta, dove lavora, se la fa sempre a piedi. Stavolta no, e la pioggia non c’entra. «Mandatemi una macchina», ha chiesto alla segretaria, sorpresa dalla novità. Niente passeggiatina, anche se fa bene alla salute, meglio non rischiare di incontrare qualcuno.
Grigio, appiattito a un muro, invisibile. Insomma, Mattarella è sparito. Se già prima dell’investitura da parte di Matteo Renzi era un tipo schivo e riservato, adesso per rintracciarlo bisogna mandare la foto a «Chi l’ha visto?». La prudenza storica democristiana, atavica, aggiunta alla delicatezza del momento e al carattere dell’uomo, hanno portato il candidato presidente a scegliere la linea del silenzio assoluto.
La giornata più lunga di Sergio Mattarella trascorre così al chiuso del suo ufficio alla Corte Costituzionale, dove è stato eletto nel 2011.È lì che nel pomeriggio riceve la telefonata di Silvio Berlusconi che gli illustra il perché del suo no. «Non ho nulla contro la tua persona - dice il Cavaliere - però la candidatura doveva essere condivisa». Quindi, niente da fare. E il giudice dell’Alta Corte apprezza. «Gli ho comunicato che voteremo scheda bianca - racconterà più tardi il leader di Forza Italia - e lui ha accolto la decisione come un segno di rispetto nei suoi confronti».
Passa poco e chiama Angelino Alfano, con le stesse motivazioni e con il tono di chi condivide l’origine politica democristiana e l’origine geografica siciliana: «Sei una persona degnissima», spiega il ministro dell’Interno, però noi non possiamo partecipare «a una scelta maturata esclusivamente dentro il Pd». Si fa vivo pure Lorenzo Cesa, che dà voce all’imbarazzo dei centristi: «Sergio è un fratello, sarà un presidente di garanzia per tutti, Il problema è il metodo Renzi».
Sergiuzzu, a quanto risulta, non si scompone e nemmeno si esalta. Profilo basso, come al solito, e «grande soddisfazione» per le parole di Matteo, il premier arrivato da un altro pianeta e da un’altra era geologica e che lui conosce appena. Talmente poco da doversi far raccontare da un deputato del Pd a lui vicino, Francesco Saverio Garofani, il succo e il sottinteso del discorso di Renzi ai parlamentari riuniti, giudicato «ottimo» per il tono e i contenuti.
Per il resto tutto come il solito. Sveglia presto e «testa alle sentenze», una giornata come le altre, se non fosse per le troupe televisive appostate dall’alba sotto la foresteria della Consulta, dove Mattarella abita dopo la scomparsa della moglie, che lo costringono a rinunciare alla consueta sgambatina di salute. Alla Corte Costituzionale il lavoro del giudice è interrotto da mille telefonate. In serata una cena tranquilla e a letto presto. «Conduce una vita monacale», dicono gli amici. «Al massimo va a mangiare dalla figlia».
Gli altri amici, quelli di Montecitorio, che pure non frequenta da sette anni, rivelano qual è il trait d’union tra il premier e Mattarella. «Pierluigi Castagnetti. È stato lui a spiegare a Matteo che è Sergio».

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9. MARCO TRAVAGLIO, IL FATTO QUOTIDIANO -
Siccome è una partita tra furbi che si credono l’uno più furbo dell’altro, nessuno può dire se la carta Mattarella sia un atto di guerra di Renzi contro B. per rompere il Nazareno, o una manfrina per consolidare il Patto ma con il coltello dalla parte del manico. Stando a quel che è accaduto ieri, si sa solo che Renzi ha detto: il Nazareno è vivo, ma comando io, quindi votiamo Mattarella al primo scrutinio. E B. ha risposto: no, comando anch’io, dunque al primo scrutinio Mattarella non lo voto, si va a sabato, e intanto vediamo cosa mi offri in cambio.
I due compari erano d’accordo per un nome condiviso (da loro, s’intende) che non si chiamasse Prodi. A dicembre era Casini, a gennaio Amato. Poi, anche grazie a un giornale con un pizzico di memoria storica e alle reazioni dell’opinione pubblica, Renzi ha capito quanto sia impopolare Amato, e ha virato su Mattarella. Che, sì, lasciò il governo Andreotti contro la legge Mammì con gli altri ministri della sinistra Dc. Ma questa è preistoria. Da anni il buon Sergio s’è inabissato in un mutismo impenetrabile, ai confini dell’invisibilità, che non autorizza nessuno a considerarlo né amico né nemico del Nazareno.
Quel che si sa è che, pur essendo un ex Dc, non appartiene al giglio magico renziano, ma è molto ben visto dall’ex re Giorgio e dalla sottostante lobby di Sabino Cassese, di cui fanno parte i rispettivi rampolli Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella (capufficio legislativo della ministra Madia, ex fidanzata di Giulio). La solita parrocchietta di establishment romano.
Altro che rottamazione. Altro che il “nuovo Pertini” di “statura internazionale” promesso da Renzi. Brava persona, per carità, ma non proprio “simbolo della legalità” per comportamenti, frequentazioni e parentele. È l’ennesimo “coniglio bianco in campo bianco” (com’era chiamato anche Napolitano, prima che smentisse tutti sul Colle). Una figura talmente sbiadita che il premier sperava mettesse d’accordo tutti: renziani e antirenziani del Pd, ma anche B. che comunque allontana definitivamente lo spettro di Prodi. Diciamola tutta: se Renzi avesse voluto rompere il Patto del Nazareno, avrebbe candidato l’unico vero ammazza-Silvio del Pd, e cioè il Professore. Perciò sarebbe il caso che Imposimato – anche alla luce di quel che abbiamo scritto ieri e aggiungiamo oggi sulla sua carriera tutt’altro che lineare – venisse pregato dai 5Stelle di ritirarsi a vantaggio del secondo classificato alle Quirinarie. E che votassero Prodi anche Sel e la minoranza Pd, che ieri hanno incredibilmente abboccato all’amo di Renzi nella pia illusione che Mattarella segni la fine del Nazareno. A meno che B. non scelga spontaneamente il suicidio votandogli contro al quarto scrutinio di sabato, Mattarella non è affatto un candidato anti-B.. Non a caso Renzi, quando ha visto l’amico Silvio vacillare, ha consultato Confalonieri, che è subito sceso a Roma per convincere B. a restare in partita. Se alla fine, come in tutti questi anni, fra gli umori del partito e gli interessi dell’azienda, B. sceglierà i secondi e voterà Mattarella, potrà metterci il cappello e continuare a spadroneggiare e a fare affari. Anche perché, senza i suoi voti, Renzi può (forse) eleggere il capo dello Stato grazie all’apporto straordinario dei delegati regionali (quasi tutti pd). Ma poi non può governare né far passare le sue controriforme. Salvo follie autolesionistiche di un Caimano bollito, è probabile che i tamburi di guerra forzisti di ieri siano solo l’ultimo ricatto per alzare la posta, e siano destinati a trasformarsi nel breve volgere di 24 ore in viole del pensiero. Magari in cambio del salvacondotto fiscale del 3%, dato troppo frettolosamente per morto; o addirittura di qualche ministero tra qualche mese. Domani, comunque, tutte le carte saranno scoperte. Compresi i bluff.

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10. ENRICO FIERRO, IL FATTO QUOTIDIANO -
Bisognerebbe interpellare uno psicologo della politica, o meglio, “del” politico, per capire cosa è scattato nella testa di Matteo Renzi nel momento in cui ha proposto Sergio Mattarella come candidato alla Presidenza della Repubblica. Non sappiamo se l’operazione andrà in porto, o se lo statista di Rignano cambierà cavallo in corsa per salvare quello che rimane del Nazareno e dei suoi patti, quindi abbandoniamo rumors, indiscrezioni e dietrologie più o meno pilotate, fermiamoci al nome: Sergio Mattarella. Figlio di Bernardo e fratello di Piersanti, la saga dei Mattarella può essere assunta come la sintesi della storia tragica di mezzo secolo di vita politica italiana e del partito che, nel bene e nel male, ne condizionò il destino: la Dc.
Grandezze e miserie, raffinatissime strategie politiche e selvaggia gestione del potere. Insomma, un’altra storia e soprattutto altri personaggi, cose ben lontane da un tweet della Boschi, dalle lady-like della Moretti e dagli alati “pensieri” di un Verdini. Non vi è dubbio che il ragazzo Matteo subisca il fascino di un Aldo Moro che in un grigio pomeriggio di novembre del 1977 in Parlamento mette una pietra tombale sulla questione morale. È lo scandalo delle mazzette per l’acquisto dei C-130 Hercules dall’americana Lockeed. L’opposizione politica va alla ricerca di una “antilope ciabattina” italiana voracissima di tangenti. Aldo Moro pronuncia il suo discorso più duro: “Non ci faremo processare...”. Tutto si tiene in quegli anni tremendi, la difesa strenua di un sistema di potere che si fonda sull’occupazione dello Stato e le lettere di Moro dalla prigione brigatista. Anche con la mafia, il rapporto della Dc e dei suoi uomini è bifronte, ambiguo. Bernardo Mattarella, il capostipite della famiglia, giovane avvocato siciliano, con De Gasperi tra i fondatori della Dc, è un fiero avversario del separatismo. “Un movimento che bisogna seguire e vigilare – scrive in una lettera ad Alcide – anche per l’elemento poco buono da cui è circondato, la mafia”. Nel 1958 Mattarella padre, da deputato, si dice favorevole all’istituzione di una Commissione parlamentare antimafia.
Eppure su di lui, che fu ministro più volte e rivestì ruoli importanti nel suo partito, per anni gravarono le ombre di una vicinanza a Cosa nostra. Ne parlò Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Turi Giuliano, nel processo di Viterbo, e accusò Scelba e Mattarella di essere stati vicini ai separatisti e alla mafia. Ne scrisse il sociologo-missionario Danilo Dolci in un dossier sulla mafia della Sicilia occidentale pubblicato nel 1965. Dolci fu querelato e condannato. Una trentina di anni dopo il pentito Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, ricostruì a suo modo i rapporti tra politica e Cosa Nostra e fece di nuovo il nome di Bernardo Mattarella. “Come è potuto accadere – chiese Giorgio Bocca al generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella famosa intervista – che il figlio di Bernardo Mattarella sia stato ucciso dalla mafia?”. “...è accaduto questo – rispose il generale diventato prefetto di Palermo – che il figlio, certamente al corrente di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, ha voluto che la sua attività politica come amministratore pubblico fosse esente da qualsiasi riserva. E quando ha dato la chiara dimostrazione di mettere in pratica questo intento, ha trovato il piombo mafioso... il caso Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi... anche nella Dc aveva più di un nemico”. Miserie e tragedie della Prima Repubblica, dove la politica stava rapidamente perdendo il suo primato a favore di altri poteri. Dopo l’assassinio del fratello (6 gennaio 1980), Sergio Mattarella viene eletto deputato, da commissario della Dc in Sicilia ingaggia un lotta durissima con gli uomini di Vito Ciancimino e Salvo Lima. Intuisce che qualcosa nel ventre della democrazia italiana sta cambiando, che “i centri di decisione rischiano di trasferirsi fuori dalla politica”, avverte il pericolo che “la politica diventi una sovrastruttura che galleggia su altri centri di potere, né palesi, né responsabili”: è il 1989 e Mattarella invoca un cambio di passo, altrimenti “le istituzioni saltano e prevale chi ha più forza economica”.
Nascono da qui le dimissioni, insieme ad altri quattro ministro della sinistra democristiana, sbattute sul tavolo di Giulio Andreotti che aveva posto la fiducia sulla legge Mammì e sulla sanatoria definitiva all’impero televisivo di Silvio Berlusconi. Capitolo delle grandezze che rendono ancora più inspiegabile la miseria di aver accettato un contributo elettorale da Filippo Salamone, costruttore siciliano legato a Cosa Nostra. Questa era la Prima Repubblica, e di questa pasta erano fatti i suoi uomini. Chissà se Matteo Renzi lo ha capito davvero.

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11. MARCO LILLO, IL FATTO QUOTIDIANO -
Un fratello che chiedeva prestiti a Enrico Nicoletti: non è certo un punto a favore della candidatura di Sergio Mattarella la presenza in famiglia di un tipo come l’avvocato Antonino Mattarella, o forse sarebbe meglio dire ex avvocato perché, stando ad alcune pubblicaizoni di una decina di ani fa, sarebbe stato cancellato dall’ordine professionale per i suoi traffici.
Le colpe dei fratelli non ricadono sui presidenti in pectore però è giusto conoscere a fondo la storia delle famiglie di provenienza quando si parla di capi di Stato. Sia nella luce, come nel caso del fratello Pier-santi, nato nel 1935 e ucciso nel 1980 dalla mafia, sia nell’ombra, come nel caso di Antonino, nato nel 1937, terzo dopo Caterina (del 1934) e prima del piccolo Sergio, classe 1941. Antonino Mattarella ha fatto affari con quello che è da molti chiamato “Il cassiere della Banda della Magliana” anche se in realtà quella definizione è imprecisa e sta stretta a don Enrico Nicoletti, una realtà criminale, come dimostra la sua condanna definitiva per associazione a delinquere a 3 anni e quella per usura a sei anni, autonoma e soprattutto di livello più alto. Enrico Nicoletti era in grado di parlare con Giulio Andreotti, faceva affari enormi come la costruzione dell’università di Tor Vergata, si vantava di conoscere Aldo Moro, ha pagato parte del riscatto del sequestro dell’assessore campano dc Ciro Cirillo. Ora si scopre che ha prestato, 23 anni fa, 750 milioni di vecchie lire al fratello di un possibile presidente della Repubblica. Il Tribunale di Roma nel provvedimento con il quale applica la misura di prevenzione del sequestro del patrimonio di Nicoletti nel 1995 si occupa dei rapporti tra l’avvocato Antonino Mattarella e Nicoletti. Nell’ordinanza scritta dal giudice estensore Guglielmo Muntoni, presidente Franco Testa, si descrive la storia di un palazzo in zona Prenestina comprato da Nicoletti, tramite una società nella quale non figurava, grazie anche alla transazione firmata con il curatore di un fallimento di un costruttore, Antonio Stirpe.
L’affare puzza, secondo i giudici, perché il curatore, Antonino Mattarella era indebitato con lo stesso Nicoletti. Il palazzo si trova in via Argentina Altobelli in zona Prenestina e ora è stato confiscato definitivamente dallo Stato. “Davvero allarmanti sono le vicende attraverso le quali il Nicoletti ha acquistato l’immobile in questione – scrivono i giudici – Nicoletti infatti ha rilevato l’immobile dalla società in pre-fallimento (fallimento dichiarato il 20 luglio 1984) dello Stirpe con atto 9 gennaio 1984; è riuscito ad evitare una azione revocatoria versando una cifra modestissima, lire 150 milioni, rispetto al valore del bene, al fallimento. La transazione risulta essere stata effettuata tramite il curatore del fallimento Mattarella Antonino, legato al Nicoletti per gli enormi debiti contratti col proposto (dalla documentazione rinvenuta dalla Guardia di finanza di Velletri emerge che il Nicoletti disponeva di titoli emessi dal Mattarella, spesso per centinaia di milioni ciascuno)”.
La legge fallimentare cerca di evitare che i creditori di un imprenditore restino a bocca asciutta. Il curatore dovrebbe evitare che, prima della dichiarazione di fallimento, i beni prendano il volo a prezzo basso. Per questo esistono contro i furbi le cosiddette azioni revocatorie che riportano i beni portati via con questo trucco nel patrimonio del fallimento. Il curatore dovrebbe vigilare e invece, secondo i giudici, l’avvocato Antonino Mattarella aveva fatto un accordo con Nicoletti e il palazzo era finito nella società di don Enrico. Per questo le carte erano state spedite in Procura ma, prosegue l’ordinanza del sequestro, “una volta che gli atti furono trasmessi dal Tribunale Civile alla Procura della Repubblica per il delitto di bancarotta si rileva che le indagini vennero affidate al Maresciallo P. che risulta tra i soggetti ai quali Nicoletti inviava generosi pacchi natalizi”.
Non era l’unica operazione realizzata dalla società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, la Cofim, con Antonino Mattarella. “In data 23 aprile 1992 risulta il cambio a pronta cassa dell’assegno bancario di lire 200 milioni non trasferibile, tratto sulla Banca del Fucino all’ordine di Mario Chiappni”, che è l’uomo di fiducia di Nicoletti per l’attività di usura. “In data 28 aprile viene versato sul predetto c/c altro assegno di lire 200 milioni sulla Banca del Fucino, tratto questa volta all’odine della Cofim dallo stesso correntista del primo assegno: questo viene richiamato dalla società, a firma dell’Amministratore sig. Enrico Nico-letti. In data 30 aprile 1992 la Banca del Fucino comunica l’avvio al protesto del secondo assegno).”
L’assegno citato – concludono i giudici di Roma – risulta essere stato emesso dal Prof. Antonino Mattarella”. I giudici riportano le conclusioni del rapporto degli ispettori della Cassa di Risparmio di Rieti, Cariri. “A tal proposito – scrive il Tribunale – viene esemplificativamente indicato il richiamo di un assegno di 550 milioni emesso sempre dal Prof. Mattarella. Si riporta qui di seguito per estratto quanto esposto dall’ispettorato Cariri: ‘In data 15 maggio 1992 (mentre era in corso la presente ispezione), è stato effettuato dalla Succursale il richiamo di un assegno di Lire 550 milioni, tratto sulla Banca del Fucino da Mattarella Antonio, versato in data 4 maggio sul c/c 12554 della Cofim (società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, ndr). Il richiamo è avvenuto previo versamento sul c/c della Cofim di altro assegno di pari importo tratto dallo stesso Mattarella, essendo il primo insoluto’. La Banca del Fucino ha regolarmente informato la nostra Succursale (il giorno 21 o 22) che anche il secondo assegno, regolato nella stanza di compensazione del 18 maggio, era stato avviato al protesto. (...).
L’assegno di 550.000.000 lire è tornato protestato il 4 giugno e, al termine dell’ispezione, è ancora sospeso in cassa per mancanza della necessaria disponibilità per il riaddebito sul conto della Cofim”. I rapporti tra Nicoletti e Antonino Mattarella risalivano ad almeno 3 anni prima. I giudici riportano un episodio: il 17 luglio del 1989 Nicoletti telefona al suo uomo di fiducia Mario Chiappini mentre sta nell’ufficio di un tal Di Pietro della Cariri. Chiappini prende il telefono e dice al suo boss “che aveva prelevato e fatto il versamento e che era tutto a posto. Doveva sentire solo Mattarella con il quale aveva un appuntamento”.