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 2014  dicembre 19 Venerdì calendario

ALMA TRAGICA. SOPRATTUTTO PER I SUOI MARITI


Si dice che ad alcuni moribondi negli ultimi istanti di vita scorra tutta l’esistenza davanti. Chi sa se anche Alma Mahler chiudendo gli occhi cinquant’anni fa ha rivisto la sua vita straordinaria. «La ragazza più bella di Vienna» era ormai un’ottantacinquenne con un fardello di ricordi insopportabile e forse per questo non si staccava dalla bottiglia di Bénédictine. La immagino nel suo appartamentino di due camere a New York dove si era trasferita dopo la morte del terzo marito Franz Werfel, dare un ultimo sorso pensando agli anni ruggenti della sua giovinezza, quando ancora minorenne scoprì il suo potere sugli uomini seducendo il trentaseienne Gustav Klimt. Forse avrà chiesto alla figlia Anna che l’assisteva di aprire la cassaforte per carezzare per l’ultima volta le partiture autografe del primo marito Gustav Mahler, leggere sulla Decima Sinfonia, l’incompiuta a lei dedicata, «Vivere per te! Per te morire, Almschi!» Forse i suoi occhi si sono soffermati sulla Sposa del vento, il ritratto di Oskar Kokoschka che la amò fino a diventare pazzo. Per i cinquant’anni dalla morte viene ora ripubblicata l’autobiografia Alma Mahler. La mia vita (Elliot, pp. 365 curo 14,50 con un’introduzione di Leonetta Bentivoglio), un documento interessante riscritto negli ultimi anni di vita dalla sua protagonista: un monumento al narcisismo.
Alma Schindler, nata a Vienna nel 1879, considerava l’arte il suo nutrimento. Il padre Emil era un pittore paesaggista, ma lei decide di votarsi alla musica diventando presto amante del suo professore di pianoforte Alexander Zemlinsky. Ragazza spregiudicata e di forti appetiti sessuali si era gettata sullo «gnomo orribile» per dimenticare Gustav Klimt, «il suo primo grande amore» che avrebbe sposato se la madre non glielo avesse impedito. In cuor suo la seducente ragazza sapeva di non potere amare che grandi artisti, per cui quando incontra il famoso Gustav Mahler, più vecchio di vent’anni, pur di sposarlo accetta di dedicarsi interamente a lui, abbandonando ogni velleità artistica, salvo poi scrivere nel suo diario-autobiografia: «Ho l’impressione che mi abbiano tagliato le ali».
Eppure Alma si piega. Si trasforma in copista delle partiture del marito. Diventa la sua ombra. Mahler dipende da lei, non riesce a comporre in sua assenza e nei nove anni di matrimonio crea le opere migliori. Lei copia e scrive: «Ora muoio d’amore, e un attimo dopo non sento nulla!» In realtà sta tessendo la sua vendetta. La più diretta, la più facile. Il tradimento. Sceglie il giovane e bell’architetto Walter Gropius futuro fondatore di Bauhaus che diventerà il suo secondo marito nel 1915. Non fa nulla per nascondere la sua relazione, anzi, costringe il marito a incontrare Gropius. Non stupisce perciò che Mahler si rivolga a Freud per guarire dall’impotenza. Se c’è da credere all’autobiografia di Alma il padre della psicoanalisi liquidò il maestro con la seguente sentenza: «In ogni donna lei cerca sua madre, che peraltro era una povera donna, sofferente, tormentata e sua moglie cerca il padre come principio spirituale».
Mahler per farsi perdonare proverà pateticamente a rivedere i suoi giudizi sprezzanti sulle composizioni giovanili della moglie, incitandola. «Che cosa ho fatto! Le tue cose sono buone! Ora devi riprendere a lavorare!» annota Alma, ma ormai è troppo tardi.
Si dice che Mahler abbia amato la moglie fino a morirne (1911) certo è che lei ancora in lutto si lega a un giovane pittore squattrinato, geniale e vestito come un cane. A Oskar Kokoschka basta ascoltarla al pianoforte una sera per perdere la testa. Inizia tra i due una storia violenta, appassionata e distruttiva. «Amavo questo genio e il bambino selvatico che era in lui, ma la sua gelosia rovinava il nostro legame. I tre anni con lui furono tutta una lotta amorosa selvaggia e violenta. Prima non avevo mai gustato tanti spasimi, tanto interno, tanto paradiso».
Kokoschka è geloso del marito defunto, pretende la damnazio memoriae, e quando lei dopo un’ennesima scenata abortisce il figlio che ha in grembo, lui si arruola volontario in guerra sperando di rimanere ucciso. Non morirà, ma sarà ferito gravemente e mentre è ricoverato in ospedale Alma entra nel suo studio per cancellare le tracce del suo amore e trafuga le sue lettere appassionate e anche una serie di disegni che poi regalerà agli amici. Ed è nel letto di ospedale che Kokoschka apprende, nel 1915, che Alma si è sposata col suo ex amante Walter Gropius. Alma lo cancella, rifiuta di vederlo e Kokoschka pazzo di dolore si fa costruire una bambola feticcio di dimensioni umane con i connotati di Alma che porterà nel suo letto, in giro in carrozza per tutta Vienna e persino all’Opera. Quattro anni dopo l’abbandono il pittore continua a sognare Alma e disegnarla a memoria.
Di tutto questo non c’è alcun accenno nell’autobiografia di Alma, anche se nel salotto di tutte le sue case sarà esposto il meraviglioso ritratto dell’ex amante La sposa del vento. Così come terrà in bella mostra le partiture di Mahler e gli stralci dei diari esaltati del terzo marito Franz Werfel. Uno dei tanti trofei riportati nella autobiografia. «È l’unica persona geniale che io conosca. Credo di amarla sempre di più, nella misura in cui posso amare, certi sentimenti sono persino più intensi di quanto mi credessi capace».
Sarà proprio lo scrittore austriaco la causa del divorzio con di Alma da Gropius, dopo cinque anni di matrimonio. I due si sposeranno nel ’29 e sarà l’ultimo matrimonio di Alma ma non segnerà la fine dei suoi tradimenti «Femme sans merci», «collezionista di uomini famosi», «dea infedele e arrogante», malignità su Alma Mahler se ne sono dette e scritte tante. Elias Canetti che la conobbe negli anni Trenta ha lasciato nel terzo volume della sua autobiografia un giudizio al vetriolo. «Una vecchia insaziabile sempre ubriaca», «una donna disfatta, col viso velenoso e gli occhi vitrei». Allora Alma era una cinquantenne in piena attività sessuale. A sentir Canotti «la vedova onnipotente» tradiva Werfel con il sacerdote trentottenne Johannes Hollensteiner che poi si spreterà.
Forse per l’ultima volta l’11 dicembre del 1964, nella testa di Alma morente sono fluite le immagini di questi trionfi e chi sa di quali altri ancora. «La mia vita è stata bella. Dio mi ha concesso di conoscere le opere geniali del nostro tempo prima che lasciassero le mani dei loro creatori. E se per un certo tempo ho potuto reggere la staffa di questi cavalieri della luce, ebbene, la mia esistenza è giustificata e benedetta!»