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 2014  dicembre 18 Giovedì calendario

PERCHÉ ISRAELE NON VUOLE I CONFINI DEL 1967


«Non accetteremo tentativi di imporci azioni unilaterali e scadenze» ha affermato il premier israeliano Benjamin Netanyahu lunedì 15 dicembre prima di un incontro a Roma con il segretario di stato americano John Kerry. «Tali mosse porterebbero islamici radicali fin nei sobborghi di Tel Aviv e nel cuore di Gerusalemme». Il premier ha così ribadito la sua ferma opposizione alla presentazione al Consiglio di sicurezza dell’Onu di una bozza di risoluzione con cui l’Autorità nazionale palestinese (Anp) chiede che nel giro di due anni Israele si ritiri entro i confini del 1967. Nel conflitto israelo-palestinese questo è un riferimento alle linee dell’armistizio del 1949, precedenti alla guerra dei Sei giorni del ’67, con la quale Israele tolse Gaza agli egiziani, la Cisgiordania e Gerusalemme est alla Giordania. In quei territori, negli anni sono sorti insediamenti israeliani. Nel 2005, l’ex premier Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale da Gaza, oggi controllata dal gruppo islamista Hamas. Nella Cisgiordania palestinese vivono ormai circa 350 mila israeliani.
Non è la prima volta che Netanyahu definisce i confini del ’67 «indifendibili». Lo disse nel 2011, dopo che il presidente Barack Obama in un discorso dichiarò: «I confini di Israele e Palestina devono essere basati sulle linee del 1967 con scambi reciproci frutto d’accordo», sollevando non poche polemiche in Israele.
«Durante i negoziati per gli accordi di Oslo, nel 1993, i palestinesi avevano accettato di fondare il proprio stato su quelle linee e il 22 per cento della Palestina storica» spiega a Panorama Shlomo Brom, analista dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, che negli anni Novanta partecipò a colloqui di pace con palestinesi, giordani e siriani. Dall’altra parte, Israele sostiene che non può accettare quei confini così come sono tracciati: «Per motivi di sicurezza e perché in quelle aree ci sono importanti insediamenti e non è possibile evacuare migliaia di persone» aggiunge Brom.
A Oslo e nelle trattative seguenti con l’ex premier Ehud Olmert, l’Anp aveva accettato l’idea di scambi di territorio. Ora Netanyahu parrebbe voler respingere quella soluzione. In realtà, rivela Brom, durante i più recenti tentativi di negoziato, naufragati in primavera, Netanyahu l’avrebbe accettata. A condizione però che rientri in un pacchetto che includa anche trattative sulla sicurezza, su Gerusalemme, sul riconoscimento dell’identità ebraica d’Israele e sui rifugiati. «Netanyahu» sottolinea Brom «non vuole che un ritiro sia deciso unilateralmente dalla comunità internazionale». Come prevederebbe invece la risoluzione invocata dall’Anp all’Onu. (Rolla Scolari)