Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  novembre 06 Giovedì calendario

DIVERSAMENTE INTERISTI


Ci sono due Inter. Quella di Thohir, quella di Moratti. Quella dei numeri che non tornano mai, quella dei ricordi che tornano sempre. Le dimissioni da presidente onorario dell’ex padrone diventato azionista di minoranza sono l’ultimo episodio di una soap opera che era nota solo agli addetti ai lavori e che adesso è diventata pubblica. Perché le due Inter ci sono sempre state, nell’ultimo anno. E proprio come nelle soap opera dentro c’è di tutto: soldi, amicizie, inimicizie, pettegolezzi, accuse, critiche, veleni a mezzo stampa e per interposta persona. Uomini e caporali, da una parte e dall’altra. Due visioni, due mondi, due aziende, due Inter appunto. Un romanzo che ha come protagonista inconsapevole o quasi la squadra più complicata del pallone italiano. Incomprensioni di ogni genere e grado cominciate subito dopo gli accordi per la vendita della maggioranza delle azioni. Perché chi pensa che siano questioni recenti sbaglia di molto.
Ciascuno rinfaccia all’altro diverse cose: Erick Thohir, che ha scandagliato per quattro mesi ogni virgola dei conti del club prima di acquisirne il pacchetto di maggioranza, sapeva che al 30 giugno 2013 l’Inter aveva debiti totali per 432 milioni e crediti per 145 milioni. Il Sole 24 ore raccontò che i debiti verso le banche erano pari a 91 milioni, quelli verso il Credito Sportivo a 15,6 milioni, i debiti per cessioni pro soluto ammontavano a 50 milioni, i debiti verso altri club nazionali a 93 milioni (compensati da crediti per 72 milioni) e quelli verso club stranieri a 23 milioni. Infine, i debiti verso i fornitori pesavano per 73 milioni. Rilevando la maggioranza dell’Inter, Thohir s’impegnò a sostituire le garanzie di Massimo Moratti e chiudere i vecchi debiti, e in più a ricapitalizzare il club per 75 milioni. Di fatto è stata l’unica somma spesa dall’imprenditore indonesiano, perché i debiti se li è accollati l’Inter medesima e non in prima persona il nuovo proprietario.
Sapeva tutto sui conti. Ciò che non s’aspettava e che adesso rinfaccia usando la scusa della situazione contabile precaria è che i 18 anni di gestione morattiana hanno lasciato un’eredità che non è soltanto economica. Uomini e cose che hanno fatto l’Inter per un ventennio sono intrecciati da rapporti umani e professionali che hanno di fatto mantenuto Moratti padrone dell’Inter senza esserlo più. Questo pensano Thohir e il suo cerchio magico. Contratti, stipendi, ruoli chiave, mansioni: l’Inter che l’imprenditore indonesiano s’è trovato, a suo dire non è una società moderna, ma una stratificazione di complicazioni che le hanno impedito di essere efficiente. C’è un aneddoto che circola nell’ambiente thohiriano e riguarda il primo giorno che mise piede nella sede del club. Entrò e disse: «Ma tutta questa gente qui che ci fa?». E calcolò che in quel momento l’Inter era il club italiano con la maggior quantità di incarichi e di ruoli. C’era una qualifica per tutto e in molte di quelle posizioni c’erano uomini o donne della famiglia Moratti o loro fedelissimi. «Un organigramma infinito per una storia infinita» dicono ambienti del club ora ironizzando sulla strofa dell’inno Pazza Inter amala.
Vero? Non vero? All’epoca nessuno gli diede peso. Sembrava la battuta di un uomo venuto da Marte e basta. Eppure col tempo s’è capito che secondo Thohir questa gestione aveva una quantificazione economica indiretta: moltiplicazione degli stipendi e inefficienza. Soprattutto: un club bloccato dove alla fine a decidere era di fatto sempre e solo il presidente. Il che nasconde la vera sceneggiatura della soap opera che sta andando in onda. La questione è molto più umana che economica, molto più caratteriale che finanziaria. Due visioni, due universi paralleli. Perché Moratti è Moratti. Dal primo giorno ha gestito l’Inter con l’idea di ottenere risultati sportivi. Ha speso per vincere. Ha vinto. Perché conosce il pallone e sa che è l’unica cosa che conta per un tifoso: godere di un successo. Manager? Meglio i giocatori. Azienda? No, squadra di calcio. Ha avuto ragione perché ciò che l’Inter ha ottenuto nel 2010 con la vittoria di campionato, coppa Italia e Champions league ha rari esempi nel pallone italiano moderno. L’Inter prima di quella data e prima di Calciopoli non vinceva, ma riempiva San Siro. Il che dice che non è necessariamente vero che gestire un club da tifoso spendendo non porti anche ricavi. I soldi in cassa entravano allora più di oggi. Certo, ne uscivano molti di più. E però questo è Moratti, amato come pochi presidenti nella storia dell’Inter. Un uomo che viveva in simbiosi con la sua società e che ancora oggi è considerato intoccabile.
Ecco, un anno fa Moratti era convinto di aver trovato un giovane e ricco straniero pronto a investire capitali nel pallone italiano. Uno che sarebbe intervenuto e che avrebbe sì portato denari e qualche manager, ma che in fondo avrebbe lasciato il mondo così com’era. Peccato che i soldi che Thohir aveva promesso non si sono visti. Perché non ci sono, non ora. Moratti aveva pensato di aver trovato il partner giusto: disposto a pagare pur di avere attraverso il pallone una visibilità che gli altri investimenti nello sport non avevano dato.
Funzionava l’idea, perché due mondi distanti e separati avevano un punto d’incontro: ciascuno otteneva qualcosa, ciascuno guadagnava qualcosa. Thohir con un investimento personale minimo rispetto al potenziale del marchio Inter entrava in un mondo nuovo ed enorme. Moratti lasciando i debiti a un signore straniero di poco appeal e guadagnando poco dalla cessione della maggioranza, restava però il simbolo dell’Inter. Perché questo è e questo resta, motivo che sta alla base della soap opera. Perché a maggio scorso Thohir disse per la prima volta una frase subdola sui conti dell’Inter: «Dobbiamo fare un’opera di risanamento». Poi spiegò: «No, non volevo criticare la gestione precedente, sono stato frainteso».
I soldi c’entrano fino a un certo punto, sono una scusa anche oggi. Più efficace dire che Moratti ha ridotto l’Inter a pezzi. Popolare in un momento di austerità e senza i denari per poter investire. Ma la parola vera è sistema: i due mondi che funzionavano idealmente si sono allontanati presto. Thohir ha piano piano scelto manager esterni che hanno silurato chi aveva lavorato con Moratti. Il quale s’è visto sfilare la sua Inter: non le azioni, ma ciò che l’Inter rappresentava. Cioè tutto, per lui. Differenze che si riassumono in un episodio apparentemente marginale. Quello delle tessere vip omaggio. Moratti le aveva incentivate: San Siro era il regno dei tifosi eccellenti, che hanno contribuito anche alla mitologia del tifoso interista. Sfigato, ma sempre presente. Ce ne erano in giro 4 mila. Thohir le ha ritirate una per una. Quei biglietti erano gratis, l’Inter non ci guadagnava nulla. Ma quei posti ora sono vuoti. Dettagli? Non proprio.