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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

BAMBINI POVERI DEL MONDO RICCO


Prima vengono i numeri, che non fanno la storia ma ne danno le proporzioni. E i numeri dicono questo: in Italia un bambino su tre è povero. Mangia meno e peggio di quel che dovrebbe. Non ha una casa o ce l’ha ma troppo fredda, troppo umida, troppo affollata, troppo sporca. Non può comprare i libri di scuola, o andare dal dentista, o fare sport. Un milione e mezzo di bambini italiani vivono così, inchiodati alle privazioni e alla mancanza di certezze che la crisi economica ha riversato sui genitori: un’azienda che fallisce, una malattia, un lavoro perso, un mutuo da pagare con il sussidio di disoccupazione, i piccoli impieghi part time che prima non bastavano ma c’erano, e improvvisamente non ci sono più trasformando le difficoltà in miseria. Famiglie magari anche partite bene, cellule sane nel corpo della classe media, e finite senza quasi sapere come in un baratro di mense pubbliche, collette alimentari, riscaldamenti spenti, notti passate sul sedile della macchina.
L’Unicef li chiama “figli della recessione” e alle loro storie ha appena dedicato un rapporto (titolo: Figli della recessione: l’impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei Paesi ricchi). In Europa, si legge, sono più di 11 milioni. In Italia, nel 2008 erano 500.000, nel 2012 erano più di un milione e ora quasi un milione e mezzo. Cifre che, nella classifica dei tassi di crescita della povertà infantile, relegano l’Italia al 34° posto tra i 41 Paesi più ricchi. Il tutto, spiega il portavoce dell’Unicef Andrea Iacomini, senza adeguate politiche di welfare. «L’Italia è l’unico Paese che non ha fatto passo avanti. L’errore? Vedere solo il lato economico del problema e isolarlo nelle politiche a sostegno delle famiglie. A questi bimbi, invece, non mancano solo i soldi: mancano gli spazi per fare sport e le sale per i compiti. Se non si capisce questo, tra 20 anni saranno adulti persi».
Ma che cosa vuol dire essere poveri in casa nostra?
Come spiega l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the children, il campanello d’allarme è non riuscire a far fronte a una spesa imprevista (il 40 per cento delle famiglie con minori, secondo i dati Istat del 2012). Povero, invece, è chi non accede a un’alimentazione adeguata, chi non ha un’abitazione riscaldata e dotata di servizi, chi non ha il minimo per vestirsi, arredare casa, istruirsi, fare una vacanza e mantenersi in salute. Tradotto in cifre: in una città del Nord, chi dispone di meno di 1.099 euro per un genitore solo con un bimbo; meno di 1.330 per una coppia con un figlio piccolo; meno di 1.570 se i figli sono due e meno di 1.897 se sono tre figli (al Centro, al Sud e nei paesi le cifre si abbassano un po’). Se la crisi non risparmia nessuno, le più colpite sono dunque le famiglie con bambini. Nel 2013, secondo il Rapporto Coldiretti, 428.587 bambini sotto i cinque anni hanno avuto bisogno di un aiuto esterno per bere latte e mangiare. Nello stesso periodo la richiesta di prodotti pediatrici avanzata dagli enti assistenziali al banco farmaceutico è stata di 2.250.000 unità (pannolini, omogeneizzati, disinfettanti, farmaci). E più mamma e papà sono giovani (e dunque precari o disoccupati), più i figli rischiano.
Roberta Molina, responsabile dell’Area ascolto e accoglienza della Caritas romana, il buco nero lo racconta così: «Ci sono famiglie che vivono per strada e dormono in macchina anche con bambini di sei mesi. Una volta li guardavi e pensavi: prima di arrivarci ce ne vuole. Ora è diventato un passo breve. Tanti sono italiani. Ricordo un papà che si presentò in una delle nostre mense con i suoi figli. Lui e la moglie erano infermieri, ma lei era morta e con un solo stipendio lui non ce la faceva. I bambini arrivano da noi con lo sguardo smarrito perché non capiscono che cosa sta capitando». Loro li avvicinano, danno un tetto. «Offriamo ospitalità alle mamme e ai figli in due centri (la Casa di Cristian e la Casa dell’Immacolata, ndr). Lavoriamo con i bimbi perché capiscano che la loro strada non è segnata».
L’associazione Vides lavora in una delle zone più povere di Torino. Una volontaria racconta: «Abbiamo visto crescere a dismisura il numero delle persone che chiedono. Spesso sono gli stessi che fino a qualche tempo fa ci davano una mano. Ai bambini che vengono nel nostro centro offriamo la merenda, e loro si strafogano. Credo che lo facciano perché sanno che per cena in tavola ci sarà poco. Il venerdì, quando il supermercato ci dà la carne che ha in offerta e la distribuiamo, le mamme dicono: finalmente mio figlio mangia carne».
I bambini e i ragazzi, dice l’Unicef, vivono queste catastrofi familiari in modi sia sottili, sia dolorosamente evidenti. Il più delle volte sono costretti a rinunciare alle passioni, allo sport e spesso anche alla scuola. Non è un caso che la percentuale di Neet (l’acronimo inglese di Not engaged in education, employment or training, cioè giovani dai 15 ai 25 anni che non studiano e non lavorano), in Italia sia la più alta in Europa (il 22 per cento, il 37mo peggior dato su 41 Paesi ricchi). Perché la dimensione economica non esaurisce il problema, quando si tratta di bambini: la povertà educativa ipoteca il futuro. In Italia, secondo i dati Istat, nell’ultimo anno 300.000 bambini non hanno letto un libro, usato Internet, praticato uno sport, visto un film al cinema. Spiega Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the children: «Per un bambino la povertà è peggiore che per un adulto, perché i limiti di oggi condizionano il suo futuro. La cattiva alimentazione è un problema gravissimo. Ma altrettanto grave, per un bambino, è sapere che non potrà coltivare il suo talento. A 11 anni sanno già che non potranno continuare gli studi. I bambini non sono deboli: hanno grandi risorse anche in situazioni estreme. Dobbiamo fare in modo che il loro futuro non sia per forza segnato». Per questo, Save the children ha allestito in molte città italiane dei Punti Luce, centri dove i bambini possono trovarsi, fare attività e studiare insieme. Racconta Francesco Muciacia, coordinatore di Bari: «Organizziamo attività e finanziamo borse di studio con cui acquistare libri o pagare corsi. Abbiamo iscritto due ragazzi a un corso di inglese: le loro madri non parlano neanche italiano. Una bimba sognava di giocare a calcio: l’abbiamo aiutata e ora gioca nelle giovanili dell’Hellas Verona. A un ragazzino che studia all’alberghiero abbiamo comprato il cappello e il camice da chef: lui non poteva permetterseli e per la vergogna aveva smesso di frequentare le lezioni. Ora è tra i più bravi della classe».