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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

I MOTIVI DELLA SCONFITTA DI OBAMA NELLE ELEZIONI DI MIDTERM? RABBIA DEI CETI MEDI BIANCHI E DEL PROLETARIATO NERO CHE SI SENTONO ESCLUSI DAI BENEFICI DI UNA RIPRESA ECONOMICA CHE, PURE, È IN CORSO. DIFFUSO PESSIMISMO SULLE PROSPETTIVE FUTURE. DELUSIONE PER LE PROMESSE MANCATE DEL PRESIDENTE, LA SUA CARENZA DI LEADERSHIP IN AMERICA E SULLA SCENA INTERNAZIONALE. FASTIDIO PER LA SUA CEREBRALE LONTANANZA DALLA GENTE E DAL SUO STESSO PARTITO


Rabbia dei ceti medi bianchi e del proletariato nero che si sentono esclusi dai benefici di una ripresa economica che, pure, è in corso. Diffuso pessimismo sulle prospettive future. Delusione per le promesse mancate di Obama, la sua carenza di leadership in America e sulla scena internazionale. Fastidio per la sua cerebrale lontananza dalla gente e dal suo stesso partito. C’è tutto questo e anche altro nella pesantissima sconfitta democratica alle elezioni di Midterm: una campagna condotta senza bussola da un fronte politico che ha chiesto a un presidente poco popolare di uscire il meno possibile dalla Casa Bianca, ma che non aveva nulla per sostituire la sua celebre macchina elettorale. Mentre
i repubblicani, ammaestrati dalla pesante sconfitta di Romney nel 2012, hanno messo in piedi un’organizza-zione completamente nuova, usando in modo spregiudicato i generosi finanziamenti dei miliardari conservatori, scegliendo i loro candidati con cura ed evitando di finire a rimorchio degli estremisti dei Tea Party.
Obama con le mani legate e America paralizzata nei prossimi due anni? Scenario alterato in vista delle presidenziali del 2016? Per il presidente tutto diventa ora più difficile, anche far passare la nomina più banale.
Ma il Congresso già vive da due anni in uno stato di semiparalisi per il filibustering repubblicano. Ora sarà la sinistra a usare quello strumento. Come notava ieri Ian Bremmer, se gli Stati Uniti continuano a crescere al ritmo del 3,5% mentre l’Europa è in recessione e la Cina sconcerta tutti col suo repentino rallentamento, per l’America può essere tollerabile anche un altro periodo di galleggiamento. Certo, le sperequazioni nella distribuzione del reddito continueranno a crescere e con esse gli squilibri nella società, ma Obama non avrebbe potuto varare una riforma fiscale nemmeno se fosse uscito indenne o vittorioso dal confronto elettorale. I rischi ora sono soprattutto a livello internazionale: già sfidato da Putin e da altri che hanno approfittato della sua leadership incerta, Obama esce ora ancor più vulnerabile dalla tornata elettorale. Ma è anche vero che i poteri presidenziali più forti sono proprio quelli che la Casa Bianca esercita fuori dai confini americani: con o senza Congresso, Barack è ancora un commander-in-chief. Quanto al 2016, il voto di ieri fa emergere nuovi personaggi repubblicani, ma rafforza anche le chance di Jeb Bush in due modi: col ridimensionamento della destra radicale che lo considera troppo moderato e detesta i due presidenti della sua famiglia e con la sconfitta, in campo democratico, non solo dei candidati obamiani, ma anche di quelli sostenuti attivamente da Bill e Hillary Clinton. Da ieri ha contorni più concreti l’incubo segreto degli strateghi democratici: che lo slogan repubblicano per una sfida Jeb-Hillary nel 2016 possa essere «il Bush giusto contro il Clinton sbagliato».