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 2014  novembre 06 Giovedì calendario

ARTICOLI SULLA SCONFITTA DI OBAMA NELLE ELEZIONI DI MIDTERM DAI GIORNALI DEL 6/11/2014


GUIDO OLIMPIO, CORRIERE DELLA SERA –
Rabbia dei ceti medi bianchi e del proletariato nero che si sentono esclusi dai benefici di una ripresa economica che, pure, è in corso. Diffuso pessimismo sulle prospettive future. Delusione per le promesse mancate di Obama, la sua carenza di leadership in America e sulla scena internazionale. Fastidio per la sua cerebrale lontananza dalla gente e dal suo stesso partito. C’è tutto questo e anche altro nella pesantissima sconfitta democratica alle elezioni di Midterm : una campagna condotta senza bussola da un fronte politico che ha chiesto a un presidente poco popolare di uscire il meno possibile dalla Casa Bianca, ma che non aveva nulla per sostituire la sua celebre macchina elettorale. Mentre
i repubblicani, ammaestrati dalla pesante sconfitta di Romney nel 2012, hanno messo in piedi un’organizza-zione completamente nuova, usando in modo spregiudicato i generosi finanziamenti dei miliardari conservatori , scegliendo i loro candidati con cura ed evitando di finire a rimorchio degli estremisti dei Tea Party.
Obama con le mani legate e America paralizzata nei prossimi due anni? Scenario alterato in vista delle presidenziali del 2016? Per il presidente tutto diventa ora più difficile, anche far passare la nomina più banale.
«Queste elezioni di Midterm vanno lette come un sonoro schiaffo in faccia ad Obama — spiega Jay McInerney —. Si è trattato di un referendum sul presidente e lui ha perso perché oggi è estremamente impopolare». All’indomani della riconquista di Camera e Senato da parte del partito repubblicano, l’autore di «Le Mille Luci di New York» e «L’ultimo Scapolo» si riscopre a criticare un presidente «che ho votato due volte e per cui continuo a tifare».
Cosa c’è dietro quella che i media hanno definito «un’ondata di rabbia»?
«Anche i candidati democratici sono fuggiti da lui come fosse un appestato. C’è che l’economia si è ripresa ma non quanto la classe medio-bassa sperava. E poi i repubblicani hanno sfruttato a loro vantaggio le crisi internazionali, da Ebola a Isis, incolpando Obama di non averle sapute prevenire e gestire. Spesso i presidenti vengono colpevolizzati per circostanze fuori dal loro controllo solo perché sono i politici più potenti di tutti. Il mondo sta diventando sempre più pericoloso e insicuro e quando ha paura la gente cerca un capro espiatorio. Proprio la politica estera, che tradizionalmente non entra nelle elezioni di Midterm, ha svolto un ruolo insolitamente di primo piano».
Da Dwight Eisenhower a Ronald Reagan e da Bill Clinton a George W. Bush, il partito di ogni presidente al secondo mandato prende sempre la batosta alle elezioni di Midterm .
«È una costante della politica americana perché dopo sei anni gli elettori cominciano a stancarsi del presidente, a quel punto in odore di monarca. Ma nel caso specifico credo sia intervenuto anche il fattore razza. Una percentuale non indifferente dell’elettorato è razzista e fin dall’inizio non c’è stato nulla che egli potesse dire o fare per cambiare l’innato disprezzo di questi individui. I media americani e lo stesso Obama non amano toccare questo tasto e ciò secondo me è un errore perché non risolvi nulla nascondendo il problema sotto il tappeto».
Gli errori di Obama e del Partito democratico?
«Obama non è riuscito a comunicare agli elettori i successi della sua amministrazione. La sua proverbiale freddezza l’ha penalizzato anche coi membri del Congresso perché sin dall’inizio egli si è rifiutato di adattarsi alla politica delle strette di mano e dei rapporti personali con deputati e senatori con cui è costretto a lavorare. Se possedesse doti umane e comunicative maggiori forse oggi non si troverebbe in questo pantano» .
Che cosa l’ha sorpresa di più in queste elezioni?
«Il fatto che, dopo essersi battuti per anni contro l’Obamacare, i repubblicani adesso non ne parlino più perché hanno capito che funziona ed è popolarissima tra gli elettori. La legge passerà alla storia come il suo traguardo più importante, che ha sottratto l’America all’imbarazzo di essere l’unica grande democrazia dove solo i ricchi potevano curarsi».
Per cos’altro sarà ricordato?
«Per averci portato fuori dall’Iraq e dall’Afghanistan e non aver iniziato nuove guerre. Non è stato un grande presidente ma ha ancora tempo per diventarlo».
Non crede che sia ormai anche lui un’anatra zoppa?
«Obama continuerà a usare l’arma dell’ executive action per varare nei prossimi mesi una delle più importanti riforme dell’immigrazione della nostra storia. Ora che hanno la maggioranza, i repubblicani saranno costretti a lavorare con lui perché se continueranno nell’ostruzionismo alle prossime elezioni presidenziali gli elettori li puniranno».
Se la sente di fare previsioni sul 2016?
«Quest’ultima sconfitta democratica finirà per aiutare Hillary Clinton perché ogni minimo passo falso del Congresso repubblicano aiuterà la sua causa. L’enorme popolarità della serie House of Cards testimonia del cinismo diffuso verso i palazzi del potere. Dove oggi i “cattivi” che comandano sono i repubblicani».

VIVIANA MAZZA, CORRIERE DELLA SERA
È stato un discorso conciliante quello di Barack Obama all’indomani del voto di Midterm: il presidente si è detto «ansioso di collaborare con il nuovo Congresso» per il bene dell’America e ha teso la mano ai leader repubblicani della Camera e del Senato promettendo che cercherà il compromesso. «Prevedo di trascorrere ogni momento dei prossimi due anni per fare il mio lavoro nel miglior modo possibile», ha detto il presidente democratico, chiedendo subito nuovi fondi per combattere l’Ebola e l’autorizzazione ad agire contro i terroristi dell’Isis. Ha sottolineato che è questo il desiderio espresso alle urne dagli americani. «Il messaggio che ci hanno lanciato è: fate il vostro lavoro». Allo stesso tempo, però, Obama ha segnalato, «se occorre», di essere pronto ad andare avanti da solo: ha confermato che agirà con una decisione esecutiva entro fine anno pur di ridisegnare il sistema Usa sull’immigrazione bloccato finora dall’ostruzionismo repubblicano. «Sono ansioso di ascoltare le idee ma non starò semplicemente ad aspettare».
Nel primo giorno da presidente «lame duck», cioè senza supporto parlamentare, Obama ha ammesso che i repubblicani hanno goduto di «una buona notte elettorale» l’altro ieri quando l’America ha votato per la Camera, un terzo del Senato e i governatori di 36 Stati. In realtà per i democratici è stata una notte peggiore del previsto.
Per la prima volta in otto anni, il partito rivale guida entrambi i rami del Congresso. Al Senato la destra ha strappato ai democratici almeno 7 seggi, uno in più rispetto a quelli necessari per ottenere la maggioranza. Nella notte, la loro prima vittoria è stata in West Virginia, dove un repubblicano non veniva eletto al Senato dal 1956. Poi è toccato all’Arkansas, che per la prima volta da 141 anni non manderà alcun democratico al Congresso. Più tardi la destra ha prevalso in Stati come l’Iowa, trampolino di lancio di Obama nel 2008, e il Colorado (impensierendo i democratici anche in vista delle presidenziali del 2016). Il partito del presidente non è riuscito a tenersi nemmeno la North Carolina, sede dell’ultima grande convention del partito. La marcia della destra non è finita: con i risultati dell’Alaska e della Louisiana (questi ultimi a dicembre, dopo il ballottaggio) i repubblicani potrebbero arrivare a 54 seggi, capovolgendo l’equilibrio attuale (i democratici ne avevano 55). Una sorprese è la Virginia dove il senatore democratico Mark Warner, che avrebbe dovuto vincere facilmente, si è trovato testa a testa fino alla fine; il rivale potrebbe chiedere un riconteggio.
Alla Camera, poi, i repubblicani sono sulla buona strada per conquistare 246 seggi, la loro più ampia maggioranza in oltre 60 anni (dai tempi di Truman). Poche le buone notizie per i democratici: due giungono dal New Hampshire che ha riconfermato la senatrice Jeanne Shaheen e la governatrice Maggie Hassan, appoggiate da Hillary Clinton. La (probabile) candidata alla presidenza, tuttavia, non ha trascinato con sé tanti altri Stati: le visite (sue e del marito) in Kentucky hanno fatto poco, per esempio, per intaccare la riconferma di Mitch McConnell, che dopo trent’anni al Congresso si appresta a diventare il leader della maggioranza al Senato. I repubblicani, infine, hanno insediato i propri governatori anche in Stati democratici come Illinois, Maryland e Massachusetts, e hanno prevalso in Florida e Ohio, importanti per le presidenziali.
È il punto più basso per il presidente che nel 2008 elettrizzò il mondo come primo afroamericano alla Casa Bianca. Alle elezioni di Midterm del 2010 perse la Camera, ma ora dovrà affrontare anche un Senato a guida repubblicana. Quello dell’altro ieri è stato un referendum su di lui, su cui ha pesato la disillusione per la lenta ripresa economica (centrale per il 45% dei votanti), la sanità, l’Ebola, i terroristi dell’Isis. L’economia cresce, ma solo 3 americani su 10 ritengono che la loro situazione sia migliorata negli ultimi 2 anni; e due terzi dicono che l’America è sulla strada sbagliata. Più di quattro su 10 disapprovano comunque sia l’operato di Obama che quello del Congresso. Ora entrambi dovranno tentare di trovare la strada giusta.
Viviana Mazza

ALAN FRIEDMAN, CORRIERE DELLA SERA –
Il presidente degli Stati Uniti è stato bocciato in modo clamoroso martedì nell’ Election Day americano, come succede spesso negli ultimi due anni ai presidenti al loro secondo mandato quadriennale. Ma questa per Obama è stata davvero una brutta batosta, specialmente il trionfo dei repubblicani che hanno preso il controllo del Senato.
Ora tutto il Congresso è nelle mani dei repubblicani e Obama è sostanzialmente un’«anatra zoppa». Avrà la vita dura per due anni, fino al momento in cui lascerà la Casa Bianca nel gennaio 2017. Con la conquista del Senato da parte dei repubblicani, il risultato delle mid-term elections è una autentica disfatta per Obama.
Barack è, sì, il primo presidente non bianco, e questo è un fatto storico. Ma tutta la speranza che ha sollevato è scomparsa. C’è « Obama-Fatigue », ovvero un sentimento collettivo di stanchezza e disinteresse per le iniziative del presidente, e di forte opposizione ad alcune politiche quali la sanità semi-universale nel pasticcio di ObamaCare o la delicatissima questione dell’immigrazione. La verità è che non c’e stato un argomento forte che ha deciso queste elezioni in America, ma un rigurgito contro un presidente visto come non particolarmente competente, un po’ leggero, pasticcione in politica estera, distaccato, indeciso e circondato da un gruppetto di fedelissimi ma deboli consiglieri. La maggioranza degli americani, compresi tanti democrats che hanno sperato di trovare in lui un vero leader, sono delusi. C’è un problema di personalità, una mancanza di empatia tra Obama e gli americani.
L’economia degli Stati Uniti, intanto, va piuttosto bene, con la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro negli ultimi anni, una considerevole crescita del Prodotto interno lordo e un livello di disoccupazione oggi inferiore al sei per cento. Una grande parte della ripresa è dovuta alla politica della Federal Reserve, che solo ora, dopo anni passati a stampare moneta, sta per chiudere l’esperimento di Quantitative easing (Qe).
Per gli americani conta poco la politica estera, e non si profila nei prossimi due anni una gestione più coraggiosa delle grandi questioni del Medio Oriente o dell’Ucraina. Invece, le sorti dell’accordo commerciale tra Usa e Ue, pur in una situazione generale di impasse , potrebbero migliorare grazie al fatto che una delle bandiere repubblicane è il libero commercio.
Dove si sentirà la vittoria repubblicana sarà nel tentativo di smantellare l’ ObamaCare e di bloccare il budget in un altro braccio di ferro sul tetto del debito pubblico: sarà difficile immaginare qualsiasi nuova politica economica forte.
Due anni da «anatra zoppa». E un Congresso ostile. Certo, dopo questa sconfitta, l’unica certezza è che Obama finirà il suo mandato con qualche capello grigio in più.


FEDERICO RAMPINI, LA REPUBBLICA
«Quando le cose non vanno bene, quando la politica non produce risultati, gli americani se la prendono naturalmente col presidente e col suo partito. Ho sentito la frustrazione degli elettori. Nel biennio che mi resta ho un solo obiettivo, rendervi la vita migliore ». Barack Obama incassa così una sconfitta di proporzioni storiche. Con la sua avanzata trionfale la destra ha raggiunto un’ampia maggioranza al Senato, ha rafforzato quella che aveva alla Camera, ha conquistato nuovi governatori. Obama scopre le carte, annuncia la strategia che userà da qui al 2016. «Sono pronto a lavorare con questo Congresso a maggioranza repubblicana. Ma userò il mio potere di veto se mi presentano proposte inaccettabili». Elenca i possibili compromessi bipartisan: «Nuovi investimenti pubblici nelle infrastrutture; riforma fiscale per ridurre l’elusione e abbassare le tasse sulle imprese; trattati di libero scambio con Europa e Asia». Lancia una sfida sull’immigrazione: se la destra continua a bloccare una riforma che regolarizzi i giovani senza permesso di soggiorno, «agirò in tempi rapidi con atti dell’esecutivo».
Obama non vuole apparire come un “lame duck” (anatra zoppa) ridotto all’impotenza. Ma i rapporti di forze sono cambiati in modo brutale, un aneddoto li esprime chiaramente: martedì sera quando Obama ha chiamato il nuovo leader della destra vincitrice al Senato, Mitch McConnell, questi non gli ha neppure risposto e il presidente ha dovuto lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica. Umiliante. L’euforia dei repubblicani è comprensibile, la loro vittoria è andata oltre le previsioni.
I seggi in più conquistati al Senato potrebbero salire fino a nove se vincono il ballottaggio in Louisiana.
Molti Stati dove gli elettori avevano votato per Obama nel 2012, nel Nordest progressista dal Maine al Massachusetts, hanno eletto governatori di destra. I commenti sono crudeli, per l’avanzata dei repubblicani si usano termini come tornado e tsunami, Obama viene descritto come un presidente “che lotta per rimanere rilevante” ( New York Times ).
Un sondaggio della Cnn compiuto ai seggi martedì, dà la chiave decisiva: 70% degli americani è convinto che l’economia va male e che l’America è in declino. Può sembrare sconcertante. L’America è tornata a essere la locomotiva della crescita mondiale, la sua ripresa dura da cinque anni, il tasso di disoccupazione si è dimezzato (sotto il 6%), anche il deficit pubblico è la metà. Altri dati contribuiscono alla confusione. I repubblicani non sono più popolari del presidente, vengono coinvolti nell’insoddisfazione verso la classe politica, ma il partito del presidente è quello che viene castigato. Poi c’è il risultato dei referendum sull’aumento del salario minimo: hanno vinto in tutti i cinque Stati dove si votava per questa misura. Cinque Stati repubblicani. Eppure la destra è contraria ad alzare il salario minimo per legge. I due terzi degli elettori (repubblicani inclusi) sono convinti che questa crescita economica stia andando a beneficio dei più ricchi. E tuttavia hanno dato la maggioranza a un partito che ha ricevuto colossali finanziamenti da parte dei grandi poteri capitalistici, a cominciare dai fratelli Koch che controllano un conglomerato petrolchimico.
I messaggi contraddittori dell’elettorato suggeriscono di non dare a questo voto un’interpretazione “epocale”. Troppe volte si è parlato di svolte storiche: da ultimo nel 2012 di fronte alla netta vittoria di Obama. Alla sua rielezione contribuì una coalizione di donne, giovani, minoranze etniche, che sembrava invincibile. Autorevoli esperti profetizzarono il declino “demografico” dei repubblicani. Le legislative di midterm hanno un’affluenza più bassa, elettori più bianchi e più anziani. Ma di certo l’Amministrazione Obama si è macchiata di errori a ripetizione: la sua riforma sanitaria è stata “sabotata dall’interno” con un disastroso avvio del sistema informatico; l’esecutivo ha trasmesso un’impressione di impreparazione di fronte a molte crisi interne (Ebola, ondate di immigrati- bambini in arrivo) o internazionali (Ucraina, Siria-Iraq, Datagate).
Per quanto possa fare Obama, da adesso al 2016 molto dipende dai repubblicani. Loro hanno già un’agenda. Massima libertà all’industria petrolifera, comin- ciando con il via libera al maxioleodotto inviso agli ambientalisti: il Keystone XL dal Canada al Golfo del Messico. Molte regole introdotte da Obama per ridurre le emissioni carboniche rischiano di essere cancellate dal nuovo Congresso. Ci sta anche un aumento dell’export di greggio e gas verso l’Europa. Sulle tasse la priorità è ridurre l’imposta sui profitti delle imprese dal 35% al 25% e su questo Obama potrebbe concordare se al contempo si chiudono gli spazi legali per l’elusione delle multinazionali che spostano profitti offshore. Su altri punti la destra è divisa. I rigoristi legati al Tea Party vogliono un bilancio in pareggio, ma i neocon preferiscono prima aumentare il budget del Pentagono. La liberalizzazione dei permessi di soggiorno piace al mondo del business ma non al Tea Party. Se prevale la fazione ultrà ci saranno anche diversi attacchi alla riforma sanitaria di Obama (anche parziali come l’abrogazione di una tassa sull’industria delle apparecchiature mediche).
L’America ha già conosciuto situazioni come queste: Ronald Reagan nel 1987-88, Bill Clinton nel 1999-2000, George W. Bush nel 2007-2008, finirono il secondo mandato con un Congresso in mano all’opposizione. Il precedente più inquietante per Obama è quello di Clinton: nell’ultimo biennio subì il processo per impeachment; e firmò una disastrosa deregulation finanziaria seminando i germi della crisi del 2008. Ora tutti gli occhi sono puntati sulle grandi manovre per il 2016: la prossima elezione presidenziale. Se vogliono piazzare uno dei loro, i repubblicani non possono passare il biennio a sabotare Obama: gli elettori li punirebbero. Perciò tra i papabili per la nomination hanno buone chance i moderati come Chris Christie (governatore del New Jersey) e Jeb Bush. Ma il movimento radicale del Tea Party farà di tutto per imporre dei pasdaran come Ted Cruz. In quanto a Hillary Clinton, il Washington Post teorizza il paradosso: la disfatta l’aiuta. Spostando la responsabilità di governo su un Congresso tutto repubblicano, le consente di impostare la sua prossima campagna come una battaglia di opposizione, anziché dover difendere punto per punto il bilancio di Obama.

PAOLO MASTROLILLI, LA STAMPA
La coalizione che ha portato per due volte Barack Obama alla Casa Bianca si è squagliata: secondo alcuni non è andata alle urne, secondo altri è stata demolita dagli avversari. Ora la sfida che deciderà le presidenziali nel 2016, e quindi la direzione futura degli Stati Uniti, si giocherà tutta su questo punto. Riusciranno i democratici a rimettere insieme i cocci della loro alleanza, oppure i repubblicani ne costruiranno una nuova e più competitiva?
Il giorno dopo il disastro delle elezioni Midterm, in cui l’ex opposizione ha conquistato la maggioranza alla Camera, al Senato, e i governatori di molti stati chiave, nel partito del Presidente è già scattato il regolamento di conti. Lo staff del senatore Reid, che ha perso il posto di leader della sua aula, accusa Obama di aver sbagliato tutto: la linea politica dall’Isis all’Ebola, le dichiarazioni in cui ha confermato che le elezioni erano un referendum su di lui, e la gestione della macchina elettorale, negando finanziamenti essenziali. La Casa Bianca risponde che sono stati Reid, e i suoi candidati senatoriali, a non funzionare.
La verità, guardando i flussi, è un’altra. Obama aveva vinto nel 2008, e poi nel 2012, costruendo una coalizione fondata sulle donne, gli ispanici, i neri, i giovani millennials, i bianchi liberal più istruiti, gli abitanti delle grandi aree urbane. Conquistando questi gruppi con la sua promessa di cambiamento, aveva vinto in stati repubblicani come North Carolina, Colorado, Virginia, e aveva consolidato il partito in altre regioni chiave tipo l’Iowa. Aveva cambiato la mappa elettorale degli Stati Uniti, mettendo le basi per un dominio duraturo, che poteva diventare assoluto se grazie agli ispanici fosse riuscito a riprendersi anche il Texas. Martedì notte queste pecorelle sono tornate tutte all’ovile repubblicano, o quasi, come la Virginia in bilico.
Secondo le interpretazioni più ottimistiche dei democratici, i gruppi che componevano questa «coalition of the ascendant» non hanno abbandonato il partito, ma hanno semplicemente deciso di non andare alle urne. In alcuni casi, vedi gli ispanici, perché sono rimasti delusi da Obama; in altri, vedi i neri, perché Obama non era in corsa e i compagni di partito lo hanno troppo maltrattato e ignorato. Tra due anni, quando un candidato forte tipo la Clinton sarà in campo, i democratici rimetteranno insieme i pezzi della coalizione e torneranno a vincere.
Le interpretazioni meno ottimistiche notano che il partito ha perso anche in stati liberal, tipo Massachusetts e Maryland, e quindi il malcontento è più profondo. Gli errori di Obama hanno aperto uno spazio che i repubblicani ora possono occupare, e in parte lo hanno già fato, affidandosi a candidati più moderati di quelli del Tea Party, e aprendo di più alle donne e alle minoranze.
Il problema, in realtà, è serio anche per l’ex opposizione, che secondo alcuni analisti ha vinto deprecando il fallimento di Obama, ma senza offrire una nuova agenda nazionale e senza affrontare il proprio problema demografico di fondo. Lo scontento verso il Presidente, giustificato o costruito che fosse, esisteva e i repubblicani lo hanno cavalcato bene. Ma non hanno fatto davvero qualcosa di concreto per conquistare più voti tra gli ispanici, opponendosi alla riforma dell’immigrazione. Stesso discorso per le donne, a cui hanno negato la nuova legge per la parità dei salari, o per i giovani, che quando entrano nel mondo del lavoro continuano a prendere una paga minima da miseria.
Se questa interpretazione è giusta, quando nel 2016 Obama non sarà più sulla scheda, e il risentimento verso di lui non sarà più un fattore elettorale dominante, il nuovo candidato democratico avrà davvero la possibilità di ricostruire la coalizione, perché gli interessi futuri che legano i suoi membri al partito sono troppo più forti delle delusioni contingenti che li hanno allontanati martedì. Se invece i repubblicani capiranno che devono «allargare la tenda», per esempio presentandosi con un candidato tipo Jeb Bush che parla spagnolo e insiste da anni sulla necessità di riformare l’immigrazione, la direzione degli Usa potrebbe davvero cambiare, con una nuova mappa elettorale e un’altra svolta storica.

PAOLO MASTROLILLI, LA STAMPA -
«Vi ho sentito, anche i due terzi che non sono andati a votare». Così il presidente Obama ieri si è rivolto agli americani dopo la sconfitta nelle elezioni Midterm, promettendo di «lavorare col nuovo Congresso per produrre fatti». Domani vedrà il leader del Senato Mitch McConnell e lo Speaker della Camera Boehner per cercare il terreno comune, ma all’orizzonte si profilano già due possibili scontri: sull’immigrazione, dove entro fine anno presenterà i suoi ordini esecutivi; e sulla riforma sanitaria, dove ha minacciato il veto se la nuova maggioranza cercherà di cancellarla. Però ha aggiunto: «Resto ottimista sul futuro dell’America, giocherò a pieno il mio ultimo quarto». I prossimi due anni rischiano di essere molto difficili e pericolosi, non solo per il presidente «anatra zoppa», ma per l’intero Paese paralizzato dalla spaccatura ideologica. Gli elettori hanno detto che vorrebbero risultati concreti, ma i politici già pensano al 2016 e decideranno la loro linea in base a cosa porterà più voti. Ai repubblicani converrà fare compromessi con i democratici, per presentare agli elettori alcuni risultati pratici della loro maggioranza in Congresso, oppure punteranno sul muro contro muro che ha pagato martedì? I democratici accetteranno di dare concessioni ai rivali, oppure cercheranno di dipingerli come i responsabili della paralisi? Il dilemma è serio anche perché i repubblicani si sono presentati senza un’agenda nazionale: sul tavolo non c’era un «Contratto con l’America» come quello di Gingrich nel 1994, che indicava i punti su cui agire. Quindi esiste un campo aperto su cui cercare intese, ma anche la possibilità di non fare nulla, perché nulla è stato promesso.

Commerci esteri
È il terreno su cui potrebbe nascere una buona intesa, a partire dal trattato T-TIP con l’Ue. Il leader democratico al Senato Reid finora aveva negato al presidente l’autorità per chiuderlo in fretta, per paura di urtare i sindacati. Ora che l’ostacolo Reid non c’è più, potrebbe avvenire l’accelerazione condivisa.
Paga minima
I repubblicani finora si sono opposti ad alzarla, ma visti i risultati dei referendum che l’hanno approvata martedì, potrebbero cambiare linea.
Infrastrutture
È un altro settore dove tutti condividono la necessità di intervenire, dalle strade ai ponti, per rendere l’America più moderna e ospitale verso il business.
Fisco
Anche qui si potrebbe cercare una riforma condivisa per alleggerire il peso delle tasse, a partire dalle imprese, per favorire l’occupazione e accelerare la ripresa.

Energia
Qui cominciano i contrasti. Esiste l’interesse comune a favorire l’indipendenza energetica dagli Usa, ma restano anche divergenze significative. Obama, sotto pressione da parte degli ambientalisti, non ha ancora autorizzato la costruzione della Keyston Pipeline, e vorrebbe prendere iniziative contro il riscaldamento globale, senza passare dall’approvazione del Senato ostile. Resta poi aperto il dibattito sull’autorizzazione ad esportare petrolio e gas americano.
Obamacare
McConnell ha detto che vuole eliminarne alcuni aspetti, Obama ha risposto di essere pronto ad usare il veto.
Immigrazione
È il settore più conteso. Obama deve procedere, perché altrimenti i democratici perderebbero il voto ispanico in vista del 2016. Ieri ha ribadito che entro fine anno presenterà i suoi decreti, autorizzando quella che i repubblicani definiscono una amnistia degli illegali. McConnell gli ha risposto che se procedesse su questa strada il dialogo morirebbe sul nascere, condannando gli Usa ad altri due anni di paralisi ideologica.[p. mas.]

MARIO PLATERO, IL SOLE 24 ORE –
«Back to the future». C’è molto Ronald Reagan, molto umore pro-business e anti-regole nello storico risultato elettorale del 4 novembre in America che ha punito duramente l’interventismo di Obama, la creazione di nuova burocrazia, le promesse senza risultati. Con un messaggio di fondo che vale per molte democrazie industriali: la ripresa economica senza "trickle down", senza redistribuzione, non basta a superare il malessere che pervade oggi la classe media. La riforma sanitaria? Un disastro. La riforma bancaria? Ha impedito a Ben Bernanke di ottenere il rifinanziamento del mutuo. Le tasse? Restano elevate. La leadership internazionale? In declino.
Per questo da ieri l’era Obama è finita, il sogno del "Yes We Can" è archiviato: l’elettorato americano chiede che dal riflusso giovane/idealista - dopo le guerre e le crisi economiche del decennio scorso - si torni a un sano pragmatismo soprattutto sul piano economico. E manda alla guida del nuovo Senato repubblicano Mitch McConnell, un 72enne centrista di Louisville, nel Kentucky, il volto stesso della sicurezza e dell’esperienza.
Con un rischio. Che a una promessa se ne sostituisca un’altra: «Possiamo solo accogliere con umiltà la grande responsabilità che ci ha dato il popolo americano», ha detto ieri McConnell. Forse voleva dire «paura», perché le risposte non saranno facili. La differenza con gli anni di Reagan è che i repubblicani non hanno davvero un "Grande Progetto", chiederanno e otterranno l’approvazione dell’oleodotto Keystone che porterà petrolio dal Canada al Golfo del Messico.
E otterranno una variazione del numero di ore - da 30 a 40 - per gli obblighi sanitari delle aziende secondo la riforma. Per il resto si affideranno ai trend macro già in corso: sono favorevoli a un dollaro forte (solo ieri l’aumento sull’euro è stato dello 0,5%); sanno che la Federal Reserve con la sua politica ora meno interventista rientra nei ranghi e toglie energia agli estremisti repubblicani che avrebbero voluto ridimensionarla.
Sanno che i tassi di interesse saranno al rialzo, che l’economia continuerà a crescere forse per altri due anni e che si creeranno nuovi posti di lavoro. La loro speranza è l’attesa: con altri 4 milioni di nuovi posti di lavoro, il trickledown e l’aumento della partecipazione alla forza lavoro si manifesteranno da soli. Anche perché un altro trend favorevole, la forte diminuzione dei prezzi del greggio e del carburante ai distributori di benzina, dovrebbe continuare e poi stabilizzarsi su livelli ottimali per l’economia del 2015.
Ma sul piano legislativo i repubblicani qualcosa dovranno fare. E dovranno lavorare con Obama che ieri ha offerto ampie disponibilità al dialogo. A parte Keystone e un minimo cambiamento della riforma sanitaria, ci sono quattro tematiche su cui Parlamento repubblicano e Casa Bianca democratica potrebbero avviare un dialogo. Una semplificazione della riforma bancaria, che ha creato problemi enormi al settore, all’economia e ai consumatori (Bernanke insegni); un accordo per le liberalizzazioni commerciali, sia per l’Atlantico che per il Pacifico; una riforma della legge per l’immigrazione; una possibile riforma delle tasse. Nell’ordine la prima è la più probabile. Le complicazioni burocratiche per il settore bancario sono insostenibili e l’attuale legislazione ha creato un paradosso, le banche continuano a fare operazioni rischiose, ma non danno credito serio ma facile all’economia, esattamente il contrario dell’obiettivo. La seconda, la liberalizzazione commerciale, è nell’interesse di tutti perché favorisce la crescita. Obama partirà per l’Asia domenica e la settimana prossima cercherà di far avanzare l’agenda commerciale del Pacifico. La terza, la legge per l’immigrazione, è attraente e possibile, ma non facile. I repubblicani non potranno ignorare due punti centrali: il voto latino americano sarà importante per la Casa Bianca del 2016 e i 12 milioni di immigrati illegali sono una forza lavoro chiave per il Paese. Mostrare in queto caso un minimo di flessibilità potrebbe aiutarli. Infine le tasse. L’equazione è però quasi impossibile. A fronte delle riduzioni di aliquote che vorrebbero i repubblicani, sia per aziende che per i redditi personali, si dovrà tener conto del disavanzo ed eliminare molte esenzioni. Ma a quel punto partirà la giostra dei veti incrociati. Quella che ci aspetta nei prossimi due anni è dunque un’agenda più "tecnica" che rivoluzionaria, soprattutto per un Paese come l’America. Come abbiamo visto l’elettorato è vigile e volubile: gli stessi stati che due anni fa hanno confermato il "giovane" Obama alla Casa Bianca ora l’hanno bocciato. E davanti a noi si aprono due anni che sul piano politico riporteranno l’America alla battaglia per il centro. Gli estremisti del "Tea Party" appaiono isolati. La sinistra repubblicana, da Obama a Nancy Pelosi a Harry Reaid, è appannata. La "Terza Via" dei Clinton pensa già alla Casa Bianca del 2016. Ma al di là delle tattiche, entrambi i partiti sono ancora alla ricerca di un modello economico e di leadership che risvegli l’America e il suo spirito di frontiera. E che cancelli una volta per tutte il pessimismo da un Paese che per natura è ottimista.

FUORIO COLOMBO, IL FATTO QUOTIDIANO –
La copertina del New York Post di ieri mostra a tutta pagina un povero nero nudo, con la faccia di Obama, che porta il peso di un barile sfondato. Tre giornalisti della Fox Television sventolano il New York Post perché lo veda tutto il Paese, ridendo di felicità. La “caduta di Obama” era prevedibile, ma non è naturale. Sto dicendo che non è il frutto tipico e sempre atteso della “stanchezza” di un presidente verso la fine del secondo mandato, che è stato avventuroso e difficile ma anche ricco di risultati. La stanchezza sembra essersi verificata sul versante degli elettori. A quanto pare, non gli perdonano di avere finito due guerre e di non averne cominciata nessuna. Circola la frase “Obama è debole”, e “c’è una mancanza di leadership”. Primo paradosso di una vicenda politica e di un esito elettorale che racconta e certifica ciò che non è. Un lungo e diffuso successo, in quasi tutti gli impegni e le promesse di Obama, viene presentato agli americani (e accettato alle urne) come un fallimento. Ma la voce che annunciava questo insuccesso era quella senza pause e senza soste di una feroce e immensamente finanziata opposizione repubblicana che sostituendo la famosa parola d’ordine anglosassone ( My country, right or wrong, sostengo il mio Paese anche se sbaglia) con un’altra, più antica e selvaggia: il mio partito prima di tutto . Tipicamente le presidenze americane cominciano con un gesto simbolico, se possibile clamoroso. Obama ha annunciato la riforma del sistema sanitario in modo da assicurare cure mediche a tutti gli americani (prima di lui 40 milioni di cittadini ne erano esclusi) e nel farlo ha preso posizione contro il dominio della finanza privata. Ma perché Obama, che ha governato bene, amministrato bene, rimesso in moto l’economia dopo la grave crisi del 2008, Obama, che ha chiuso o sta chiudendo guerre dal costo umano e dal costo economico immenso, e ha rifiutato di cominciare qualsiasi altra guerra per qualsiasi altra ragione, viene visto come uno che ha fallito e che, per questo, viene abbandonato dagli elettori? Forse bisogna cominciare da questo ultimo punto.
Obama ha tentato in tutti i modi di riportare politica, diplomazia e organizzazioni internazionali al posto delle armi. Aveva le sue fortissime ragioni. Però l’immagine di chi rifiuta le guerre non può più essere quella del leader macho, ben radicata nella tradizione. Si presta a essere trattata come debolezza e come mancanza di leadership. Inoltre provoca la vendetta delle grandi produzioni di armi, che si aggiunge alla poderosa vendetta del mondo delle assicurazioni, dunque della finanza.
Si installa qui la seconda grande imputazione che i Repubblicani, con grande successo, sono riusciti far trasformare in condanna dalla giuria popolare degli elettori: Obama rifiuta di guidare il mondo, ovvero di giocare da leader della grande potenza. Ha visto meglio di altri che chi guida, comanda, e chi comanda impone, creando ondate di risentimento come quelle che si sono formate nel mondo, contro l’America e che durano ancora. Soprattutto perché ritiene che il mondo sia profondamente cambiato. Obama ha capito che non c’erano strade di gloria lungo cui avviarsi con gli stendardi al vento, ha visto il paesaggio disastrato da un immenso dislivello sociale, dentro ciascun Paese e nel mondo, e ha capito che a quel disastro, la diseguaglianza ormai estrema, bisognava dedicare il principale impegno dei governi. Certo, il mondo ricco che violentemente osteggia Obama e cerca di screditarlo non è maggioritario. Il grosso, in termini di voti, deve per forza essere il popolo di Obama e della lotta alla diseguaglianza. Per questo un tempo esistevano i colpi di Stato. Bisognava forzare fisicamente i cambiamenti voluti. Ora basta cambiare le percezioni, le persuasioni, i sentimenti, le impressioni, le nozioni, e avere forza tecnica e finanziaria per mostrare scenari diversi. Ovvio che il mondo delle assicurazioni e quello delle armi si sono resi conto subito di non avere un popolo. E se lo sono procurato attraverso la religione. Hanno aperto partito e media, microfoni e giornali, scuole medie e università a un mondo molto vasto di persuasioni e pregiudizi religiosi, di superstizioni e parti separate ma forti di fondamentalismo evangelico e cattolico, un mondo che si estende dall’omicidio del medico abortista all’imposizione del creazionismo in tutte le scuole, un popolo, soprattutto di poveri, che è pronto a votare contro Obama perché sostiene il diritto delle donne a decidere.
Questo tipo di religiosità, rigida, fanatica ed estranea alla cultura, si è vista irrorare di danaro, di luoghi di comunicazione e di inserimento in prestigiose nomine politiche, specialmente locali, dove si possono cambiare curricula scolastici e sentenze. Poiché molte di queste chiese sono nere, ecco il miracolo della ricchezza: portare parte di un popolo di neri poveri a votare, a causa della propria fede religiosa, contro il primo presidente nero. È ciò che è avvenuto. Quei neri non si sono resi conto di avere lavorato accanto e per conto di un sommerso e quasi invisibile zoccolo duro del razzismo bianco.

STEFANO PISTOLINI, IL FOGLIO
I risultati delle elezioni di midterm sono eloquenti. Se ne può trarre qualche descrizione riguardo allo stato mentale dell’America d’oggi. Una prima considerazione possiamo connetterla alle nostre esperienze personali: quando una storia d’amore va in pezzi, non c’è limite alle nefandezze e alle cattiverie che a vicenda ci si fanno, perché è l’ora della resa dei conti, dello sbotto di ciò che ti sei tenuto dentro e non esiste limite o continenza. E’ il momento dello sfogo. Poi, dopo, si potrà tornare a ragionare con calma. La prima sensazione che arriva da questo voto americano è che sia il risultato d’una grande arrabbiatura collettiva, d’un enorme spavento preso tutti insieme, che è arrivato il momento di manifestare, provocando più rumore possibile, magari ricambiando della stessa moneta il primo della lista dei responsabili. La lenta, faticata risalita americana degli ultimi mesi ha tutta l’aria d’una convalescenza dopo una brutta malattia. Si sa che il malanno non sparisce da un giorno all’altro, ma lascia strascichi, e che quel senso di debolezza col quale si ricomincia spinge a credere che le cose non saranno più come prima, quando ti sentivi forte come un toro. Lo scampato pericolo della crisi economica ha lasciato tracce evidenti: la prima è una persistente sensazione di vulnerabilità e dunque un perenne senso di allarme e insicurezza. Lo vedi anche passeggiando in uno shopping mall: le cose non torneranno più come prima. Un tempo è finito e ne è arrivato un altro, che soffre d’invidie e nevrosi verso il passato. Barack Obama, la sua politica ragionata, le sue sistematiche strategie siedono esattamente lì, sullo sfondo di questo quadro instabile. In un certo senso lo racchiudono. Oggi la maggioranza ti dice che sì, lui e i suoi avranno pur fatto qualcosa per turare le falle, ma non erano le cose giuste o andavano fatte in modo diverso. E che poi “loro” sapevano tutto, ma intanto s’occupavano d’altro. E che tutte le questioni rimaste aperte sul tavolo dei progetti insoluti rafforzano la sensazione che il lavoro sia stato fatto male, confusamente, senza la grinta, la decisione, il killer instinct che ci vuole, quello che gli americani e i presidenti veri sanno dove trovare. Già: “Gli americani si sono ripresi l’America” ha twittato stanotte Erick Erickson di redstate.com. Va considerata esaurita la penitenza per le magagne razziali della storia della nazione. Si è ingoiata la polpetta-Obama, con il gusto di dire a questo punto: tanto volevasi dimostrare. Il naufragio di Obama nel midterm è un fenomeno annunciato, contrabbandato come l’ennesima “aria alle stanze”. Ma va preso con positività perché servirà ad allentare le tensioni, permetterà ai repubblicani di presentare il loro disegno di rinnovamento, a patto che ne abbiano uno, e pretenderà dai democratici qualcosa di meglio dall’isterico bisogno di prendere le distanze, ciascuno sottolineando le differenze dal presidente e sbuffando d’insofferenza. Già, l’insofferenza: è il sentimento dominante di questa elezione, più di qualsiasi tema concreto. Si è discusso di personalità, di supposta efficienza, di fallimenti, di alternative: tutti fattori umani. Idee: pochissime. Del resto così si sono convogliati alle urne i rappresentanti del più diffuso atteggiamento in circolazione: la perdita della pazienza verso la politica. Quello che un tempo si chiamava “voto di protesta” o “di sfiducia” è stato più un voto di “impazienza”. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, no? Non si è approfondito, non si è strutturato un qualsiasi discorso politico, con un minimo di organicità: si è urlato che Obama ha sbagliato, che ha creato mostri e li ha disseminati nella società americana (la nuova sanità, le tasse, i pruriti ecologisti, per non parlare della marijuana e perfino dei gay), che ha offuscato la credibilità internazionale, ha sabotato il sistema interno. Adesso è tutto da rifare. Di fronte a questi argomenti, l’opposizione democratica è stata quasi ammiccante. Se lo meritano un rovescio così, i dems americani, privi d’identità e di attributi come si sono dimostrati. Col trionfare dei soliti pagliacci da talk show (è rispuntata perfino Ann Coulter!) è passata la tesi che la narrativa d’una nazione possa essere ribaltata istantaneamente, come quella di un telefilm. Arrivano i nostri, sparacchiano agli indiani, gli mettono il sale sulla coda, salvano la pulzella, titoli di coda e popcorn. Anche qui, siamo al trionfo dell’antipolitica, o di una post politica coi ritmi intossicati da videogioco. Quando mai se ne potrà trovare una qualche utilità per fronteggiare la realtà? Raramente la politica è stata lontana dalla verità come in questa sgangherata sessione elettorale. Ma va bene così: il prossimo biennio permetterà agli americani di farsi un’idea precisa su come stiano effettivamente le cose e su quale sia il reale margine d’intervento della politica sulla vita reale. Capire, per esempio, se proprio “reale” e “politica” siano due fattori ancora intrinsecamente connessi tra loro, come lo erano in passato. O se terribili errori e manomissioni dei principi fondanti abbiano provocato un effettivo scollamento. Adesso, intanto, Obama sconta una vicenda di viscerale antipatia o di spinoso risentimento verso l’uomo dei sogni: non granché come sinossi di un’elezione. Il presidente assiste alla celebrazione della sua inefficienza e della sua irrilevanza. Un rito pagano da seguire sullo smartphone. Certamente non ne è sorpreso. A guardarlo, da un pezzo appariva rassegnato a questo destino, col distacco, la nonchalance, lo scetticismo che ha venato tante sue ultime apparizioni. Sconta e può solo chiedere al tempo d’essere il suo giudice. Nella solitudine del biennio conclusivo, cercherà residui di prestigio in qualche performance internazionale (l’accordo sul nucleare iraniano, per esempio), lancerà appelli bipartisan che cadranno nel vuoto e verranno derisi, per tempo si preparerà a chiudere casa, avviandosi al tempo dei bilanci. Non ci vorrà molto prima che indizi di nostalgia obamiana facciano capolino. Ma è un’altra storia e viene dopo capitoli tutti da scrivere, come l’effettivo rinnovamento repubblicano che questa elezione delinea, un giovanilistico “renzismo” conservatore che desta interesse, la definizione del “roster” per le presidenziali, la complicata tensione tra lo smantellare, il rifare, il “tornare a…” su cui il Partito repubblicano proverà a diventare di nuovo adulto – e forse ci riuscirà, o forse s’impantanerà. L’altro messaggio, che suoni a monito a casa Clinton, ma anche a casa Bush (dove sarebbero in atto manovre per spedire un altro rampollo alla Casa Bianca) è che anche l’America sta traversando la sua fase adolescenziale del “no” preconfezionato, della sfiducia per istinto, del sospetto dopo bruciatura. “Attento a chi voti!”, “Basta con gli esperimenti” sono slogan che resteranno in sospensione dal midterm verso il 2016 e con essi un generico disgusto verso chi ha avuto troppo le mani in pasta, fino a corrompersi o a disciogliersi nelle tentazioni. L’imbarazzante e imbarazzata campagna elettorale di Obama o di Bill Clinton e i rovesci che hanno provocato anche solo sulla base dello stato di appartenenza – in Illinois, come in quell’Arkansas che si credeva più un regno che la casa di Bill – danno segnali inequivocabili. Chi c’è già stato deve mostrare di avere le mani davvero pulite per tornare – e chi può davvero dire di averle, dopo anni d’intrighi nella capitale? Forse la strada di Hillary è meno lastricata di certezze di quanto si pensava e forse i repubblicani possono finalmente dimostrarsi capaci di superare il loro antifemminismo e la loro incapacità nello scegliere il candidato giusto e nel trovare il mix e la faccia giusta, quel lincolniano sodalizio tra ragione e forza che ipnotizza gli americani. Salvo poi ricredersi, pentirsi e ricominciare a scuotere la testa. Oggi più che mai, per la maggioranza di loro, Washington è un trogolo e le Camere sono un postribolo. Quanto al presidente: o ha la capacità d’impressionare o è destinato a diventare il Parafulmine. Ma chi può impressionare le folle per tanto tempo? Giusto un prestigiatore. E allora che l’America cerchi il suo Grande Prestigiatore.

GIANLUCA PAOLUCCI, LA STAMPA -
«È vero, vista dall’Europa l’economia degli Stati Uniti sta andando molto bene. La disoccupazione è in calo, molti posti di lavoro sono stati creati e questo dovrebbe premiare l’amministrazione Obama. - dice Bill Emmott, ex direttore dell’Economist - Ma c’è da considerare che l’aumento dei posti di lavoro non si è accompagnato ad un analogo aumento del reddito disponibile».
In altre parole, i lavori creati sono «di bassa qualità», è corretto?
«Corretto. Ovviamente c’è anche un altro elemento da tenere presente: tradizionalmente nelle elezioni di Mid-term l’elettorato premia il partito di opposizione. Guardi a quello che è successo negli Anni 90 durante l’amministrazione Clinton».
Sta di fatto che lo stato dell’economia è da sempre uno dei temi i principali per l’elettorato e le statistiche ci descrivono un’economia in salute.
«Tenga presente che con la crisi finanziaria del 2008 e con tutto ciò che ne è seguito, molte persone sono uscite dal mercato del lavoro e hanno semplicemente smesso di cercarlo. E adesso stanno rientrando sul mercato con il miglioramento dell’economia. Di fatto, oggi i senza lavoro sono ancora più di quanti non fossero prima della crisi. Credo che occorreranno almeno altri due anni di crescita prima di tornare alla situazione pre-2008. Questi due elementi, salari bassi e disoccupazione ancora elevata, si riflettono ovviamente nel giudizio degli elettori».
Cosa può fare l’amministrazione Obama per riconquistare la fiducia dell’elettorato in vista delle presidenziali del 2016?
«Obama può fare essenzialmente due cose: dal punto di vista economico, chiudere gli accordi sul commercio con l’Unione europea e con l’area del Pacifico. Si tratta di due accordi che avranno riflessi positivi per l’economia americana. L’altro nodo è ovviamente la politica estera, con le tensioni nell’area medio-orientale e l’Isis. Una nuova guerra nella regione con l’impiego di truppe americane sarebbe un problema per il candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali».
Qual è il problema principale che un Congresso controllato dai repubblicani può rappresentare per Obama?
«Se i repubblicani decidessero di fare una guerra in Congresso sull’Obamacare, questo condizionerà tutta l’attività dell’amministrazione Obama, anche in campo economico. Ma al momento non credo che questo accadrà».