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 2014  novembre 05 Mercoledì calendario

COSÌ HO CONQUISTATO SILVIO B


[Francesca Pascale]

Arcare (Mania e Brianza), novembre
«In privato lo chiamo Amore o B., a lui B. non piace, quindi da un po’ lo chiamo solo Amore. In pubblico, presidente».
Comincia così, con questa prima confessione intima, il capitolo del nuovo libro di Bruno Vespa (Italiani volta gabbana, Rai-Eri e Mondadori, nelle librerie dal 6 novembre) dedicato a Francesco Pascale, la compagna di Silvio Berlusconi. Un lungo racconto di come questa ragazza napoletana ha conquistato il cuore dell’uomo che per vent’anni ha segnato la politica italiana. Eccone, in anteprima esclusiva, alcuni brani.

Mio padre era dipendente della Kodak, ma per arrotondare lo stipendio faceva il fotografo ai matrimoni, che a Napoli rendono molto. Foto dopo foto, ci siamo comperati due casette. Mia madre era l’angelo della casa. Quando se ne è andata lei, nel 2007, la famiglia ha ceduto. Io ho sempre avuto un rapporto difficile con mio padre. Ho due sorelle, io sono l’ultima, nata 11 anni dopo la prima. Ho studiato al liceo artistico, poi ho frequentato un anno di scienze politiche alla Federico II, piena di comunisti. Ho cambiato università e mi sono laureata in Scienze della comunicazione al Suor Orsola Benincasa. Ho guadagnato i primi soldi reggendo il flash a mio padre e arrotolando lo scotch che serviva per incollare le foto grandi sugli album matrimoniali, poi facendo la cameriera in pizzeria, poi la soubrette televisiva perché sono sempre stata vanitosa. Telecafone era una specie di Zelig alla napoletana: prendendo in giro i napoletani che mangiavano il gelato Calippo in piazza, ci conquistammo una grande popolarità. Mio padre è stato sempre fascista e maschilista, mia madre era craxiana ed è stata la prima berlusconiana della famiglia. Nel ’94 mio padre ha votato per la destra, mia madre per Berlusconi: «Ha fatto Milano 2, ha fatto la televisione privata, diceva, farà anche il bene dell’Italia». Io avevo nove anni e sono cresciuta a pane e Canale 5: guardavo i Puffi, Mike e i Vianello. Ma non sono stata mai milanista e non lo sarò mai. Il Napoli, per sempre, anche se questo mi costa un sacco di litigate con B.
Ero ancora una ragazzina quando mi sono messa in testa di conoscerlo. Ho iniziato ad amarlo in maniera ossessiva. Mio padre lo criticava da destra, mia madre lo ammirava. Io dicevo: è proprio un bel figo. E lei: ma che dici, è sposato e potrebbe essere tuo padre.
Piano piano cominciai ad avvicinarmi a Forza Italia. Facevo attivismo politico a scuola contro le occupazioni. Ma quello era anche il mio periodo dark, mi vestivo da punk bestia, da rockettara hard (mi cambiavo fuori casa perché mio padre mi avrebbe linciato). Adoravo Piero Pelù: mia madre scrisse a Raffaella Carrà perché me lo facesse incontrare a Carramba. Pelù ci andò, ma al posto mio incontrò una ragazza di Firenze. Era già cominciata l’egemonia fiorentina che dura tuttora...
A 17 anni incontrai Antonio Martusciello, coordinatore di Forza Italia a Napoli, a 21, nel 2006, fondai con altri ragazzi il club “Silvio ci manchi”. Seguivamo il presidente dappertutto. Eravamo un centinaio, ma noi scatenati soltanto una decina. Dovunque lui facesse un comizio, noi c’eravamo con le magliette, i cappellini e le bandiere. Io scavalcavo ogni transenna per dargli la mano. Fino a quando, il 5 ottobre 2006 alle 13.50, arrivò la grande occasione. Con altre quattro pazze di “Silvio ci manchi” eravamo a Roma per un documentario di Al Jazeera su giovani e politica quando ci dissero che lui aveva una riunione al Duke Hotel dei Parioli. Ci precipitammo lì e arrivò lui: era davvero affascinante.

«TI SENTI BENE?»
Lo guardai come una deficiente: «Presidente», gli dissi «lei è bellissimo». Lui sorrise: «Ti senti bene?». Ci invitò a pranzare in una sala diversa dalla sua (lui era a tavola con tutti gli eurodeputati azzurri) insieme con la scorta, che naturalmente cercai di farmi amica. Alla fine mi avvicinai di nuovo e con sfrontatezza gli chiesi: «Da azzurra ad azzurro possiamo darci del tu?». «Sì, certamente», rispose lui. «Questo è il mio numero», gli dissi allungandogli un pezzetto di carta: «Aspetto una tua telefonata, così mi annoto il numero». E lui: «Vai di fretta...».
Qualche giorno dopo, a mezzanotte, squilla il mio cellulare. «Pronto, chi sono?». E io: «Dai Lello, non prendermi in giro...». «Davvero non mi riconosci?». Restammo al telefono per due ore filate. Parlammo di politica, di televisione, di calcio. E poi mi raccontò di sua madre e dei suoi figli. Mi recitò una poesia. Ero affascinata. Alla fine della telefonata, mi provocò: «Ancora non credi che sono io. Richiamami tra un minuto su questo numero». Mi accorsi in quel momento che non avevo più credito. Mi stava chiamando il sogno della mia vita e io avevo il cellulare senza credito. Allora impostai la formula Sos Ricarica e parlai di nuovo con lui. «Ti chiamo domani a mezzogiorno per invitare voi di “Silvio ci manchi’ a villa Certosa».
A mezzogiorno e un minuto dell’indomani mi chiamò Marinella, la sua segretaria, per organizzare il volo privato Napoli-Olbia con scalo a Roma. I miei genitori vollero accompagnarci all’aeroporto perché credevano si trattasse di uno scherzo. E invece il comandante del G5 era già lì in attesa. A Roma salì B. In tuta e scarpe Hogan: bellissimo. In volo ci parlò di capi di Stato, di Stati Uniti e di Europa, di Villa Certosa, dei suoi figli, di Marina.
Ci diede appuntamento per l’aperitivo vicino al lago delle ninfee. Io, sfacciata, gli dissi: «Quando un giorno staremo insieme, verremo qui e tu mi dedicherai una canzone». Sei anni dopo siamo stati di nuovo lì e lui mi ha dedicato una canzone che aveva composto per me: A Francesca. Invece di ringraziarlo, gli dissi che quella canzone andava bene per qualsiasi donna, bastava cambiare il nome. Lui se la prese: «Non scriverò mai più un’altra canzone per te. Sei diffidente ed ingrata!». Ripartimmo da villa Certosa la sera dell’indomani. Tra noi non ci fu niente. Tornando a casa facevo come Marzullo: domande e risposte. Guarda Francesca, tu sei presa dal fascino di quest’uomo e dal potere carismatico che emana, ma non è amore, smettila, potrebbe essere tuo padre...
Ogni tanto mi telefonava. Avevo impostato nella suoneria del cellulare il suo numero alla canzone di Gianna Nannini Sei nell’anima. Non l’avevo detto a nessuno. Solo mia madre aveva capito che dietro quella suoneria c’era Berlusconi. Nell’autunno del 2006 ci incontrammo a Vicenza per una grande manifestazione. Alla fine, ci invitò a pranzo ad Arcore. Era la mia prima volta lì: appena arrivata sentii un profumo che ritrovo sempre quando ci ritorno. Continuammo a sentirci, anche se non c’era ancora niente tra me e lui.
Poco dopo la nostra conoscenza si approfondì, nei limiti consentiti a un uomo ancora sposato. B. mi dimostrava un’attenzione speciale, anche con regali pensati per farmi felice. Io investivo nel mio sentimento testa e cuore e lui molta pazienza. Entrambi i sentimenti si sarebbero rafforzati quando in seguito lui sarebbe tornato un uomo libero.

«È PIÙ GRANDE DI TE...»
L’anno seguente, il 2007, fu, da subito, un anno terribile. Mamma si ammalò di tumore. Il presidente la fece ricoverare e assistere al San Raffaele di Milano, ma non ci fu niente da fare. Non le avevo raccontato niente di noi, ma l’ultima cosa che mi disse prima di morire fu: «Francesca, mi raccomando... È più grande di te... Salutalo per me...». A pochi mesi di distanza anche il presidente perse sua madre, alla quale era straordinariamente legato, e qualche tempo dopo sua sorella Etta, e la nipotina figlia di Etta. Le telefonate si fecero più frequenti. Nel 2009 io diventai consigliere provinciale a Napoli. Con i suoi voti, naturalmente.
Il 13 dicembre del 2009 dopo una manifestazione in piazza del Duomo a Milano il presidente subì un grave attentato. Girò la testa in tempo e si salvò la vita. Ero presente: svenni. Mi soccorse Maria Tripodi, del giovanile di Forza Italia: «Franci, è vivo!». Poi lo vidi fare un gesto di saluto dall’auto con la faccia insanguinata. Mi precipitai in ospedale ma non volevano farmi entrare. Chi ero? Finalmente entrai e conobbi Marina. Ha le qualità e la grinta del padre. Ma è anche tenera, delicata, dolce perché è donna e madre. Sognavo che scendesse in campo, ma B. le vuole troppo bene per esporla a subire quel che ha dovuto subire lui. La vista di padre e figlia così vicini e così innamorati l’uno dell’altra mi commosse. Io mi sentii imbarazzata nel presentarmi. Ma lei fu aperta e gentilissima. Così non ci fu una notte in cui non sia rimasta al San Raffaele al fianco del presidente. Gli dicevo: «Tra noi ci sono quasi cinquant’anni di differenza, è vero, potrei esserti figlia e perfino nipote. Lo so che hai tantissime aspiranti fidanzate. Ma io sono innamorata di te e, prima o poi, tu ti innamorerai di me». Lui resisteva: «Devi ragionare. Io ti stimo e ti voglio bene ma non posso darti un futuro...».

DIFFERENZA INSUPERABILE
Questa storia del futuro continuò a ripetermela per molto tempo ed io ci soffrivo moltissimo. «Io ti voglio molto bene», mi diceva «ma mezzo secolo di differenza tra noi è insuperabile». Io continuavo a tenere a distanza le tante signore e signorine che stravedevano per lui e gli facevano la corte. Ma lui era come il miele per le mosche: leader politico, capo del governo, presidente del Milan, numero uno della televisione e del cinema, simpatico, ironico, affascinante e con una fama indiscussa di grande amatore. Ce n’era abbastanza per disperarmi. Ma io tenni ugualmente duro: «Si accorgerà che nessun’altra può arrivare ad amarlo come lo amo io».
Furono anni molto difficili. Partecipai anch’io a qualcuna delle famose “cene eleganti”, che in effetti tali erano. Ho conosciuto quasi tutte le donne che assediavano il presidente e sono stata gelosissima di tutte. Come lo sono ancora, anche di una commessa che vuole farsi una foto con lui. In questo sono peggio di una siciliana.
Noemi Letizia? È vero che siamo amiche. Alla festa dei suoi 18 anni c’ero anch’io. Dopo la serata il presidente mi disse: «Vedrai che riusciranno a dire qualcosa di negativo sulla mia partecipazione al compleanno di questa Noemi. Avevo promesso di esserci e come al solito ho mantenuto la parola. Hai visto anche tu quanta gente c’era e quante foto ho fatto. Ma mi sa che ci monteranno sopra una storia...».
Finalmente, il 16 dicembre 2012, nella trasmissione di Barbara D’Urso, lui, rispondendo a una inaspettata domanda di Barbara, si lasciò andare e dichiarò: ‘Francesca è la mia fidanzata, con lei mi sento bene...». Finalmente. Era ora. Da allora sono sempre al suo fianco, lo inseguo, lo assedio, lo controllo, non lo lascio mai. Adesso stiamo cercando una casa a Roma. Perché Palazzo Grazioli è di una tristezza unica, con la finestra del suo studio che guarda su un vicolo e lo costringe a tenere la luce sempre accesa. Ma lui da dov’è non si vuole muovere perché Grazioli funziona: è casa, è ufficio, è partito, è tutto. Comunque io non dispero. Vorrei per noi una casa normale, luminosa, moderna e soprattutto separata dall’ufficio.
Com’è lui in privato? È tenerissimo, divertente, ironico, instancabile. I film che amo io, quelli romantici, i supereroi, i cartoni non gli piacciono. Non ricordo un film visto con lui. Legge, scrive, studia, pensa, telefona continuamente. Liti? Spesso e su ogni argomento: anche su come collocare un soprammobile su una mensola. Mi dà sempre torto. Ma pochi minuti dopo...
Bruno Vespa