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 2014  novembre 05 Mercoledì calendario

MAL COMUNE NESSUN GAUDIO, QUI È TUTTA L’EUROPA A RISCHIARE L’OSSO DEL COLLO

Lento ritorno a una debole crescita economica, con un quadro generale in cui i rischi di contrazione continuano a prevalere per via delle tensioni geopolitiche sottostanti, la possibilità di tensioni finanziarie ed il rischio di una incompleta attuazione delle riforme strutturali. Questo è il 2015 delineato ieri dalla Commissione Europea appena insediatasi sotto la presidenza di Jean Claude Junker. Crescita debole, dunque, con un livello molto basso di inflazione, per tutta l’Eurozona: il quadro macroeconomico è in ulteriore rallentamento rispetto a quanto ipotizzato nella scorsa primavera, con una previsione di crescita ridotta dall’1,7 all’1,1%. C’è stato un dimezzamento pressoché omogeneo che ha riguardato anche la Francia che passa dal +1,7 al +0,7%, nonostante il generoso sforamento del deficit deciso dal governo di Parigi, e la stessa Germania che scende infatti dal +2 al +1,1%.
L’Italia, a sua volta, vede contrarsi le previsioni di crescita del pil dal +1,2% al +0,6%. In particolare, il rapporto deficit/pil dovrebbe attestarsi al 2,7% mentre il debito dovrebbe arrivare al massimo storico con il 133,8% per scendere al 132,7% nel 2016. Niente di nuovo, quindi, rispetto ai dati forniti dal nostro governo con la Nota di aggiornamento al Def varata a fine settembre.
Anche uno storico falco del rigore per i conti pubblici come il finlandese Jyrki Katainen, vicepresidente con delega al lavoro, crescita, investimenti e competitività, si è detto preoccupato per il fatto che l’economia e l’occupazione non stanno crescendo abbastanza velocemente, confermando che la Commissione andrà avanti con un pacchetto di 300 miliardi di investimenti.
Gli investimenti, ha concluso Katainen, sono la chiave di volta della ripresa. La domanda interna, a sua volta, beneficerà di una politica monetaria molto accomodante, dei progressi effettuati nel ridurre il peso del debito privato e della politica fiscale ormai ampiamente neutrale. Un altro fattore positivo è rappresentato dalla avvenuta conclusione dell’esercizio straordinario di vigilanza precauzionale da parte della Bce sulle banche di rilievo sistemico, che ha ridotto le incertezze in ordine alla solidità del sistema bancario europeo.
Si sta delineando un contesto europeo consapevole del fatto che l’economia reale non ha una vitalità capace di riprendere automaticamente vigore e che le politiche pubbliche di sostegno alla crescita, monetarie e di investimento, sono indispensabili. C’è una generale incertezza strategica sul da farsi, analoga a quella che colpì l’America negli anni della stagflazione: dopo la prima crisi energetica, le politiche espansive con la spesa finanziata in disavanzo non riuscivano a promuove la crescita, risolvendosi in un elevato aumento dei prezzi. La svolta che avvenne solo quando Paul Volker divenne governatore della Fed: il violento incremento dei tassi di interesse fece fallire le vecchie produzioni manufatturiere che vennero delocalizzate, mentre affluivano capitali da tutto il mondo. Ronald Reagan sposò una politica di bilancio espansiva, basata sulla teoria dell’offerta: riduzione delle tasse ed investimenti finalizzati alla innovazione tecnologica, Scudo spaziale e Internet.
In Europa siamo ancora nella terra di mezzo. Ancor più in Italia: con una stretta fiscale feroce abbiamo distrutto le imprese marginali, con una desertificazione sistemica del tessuto produttivo. Ci avvinghiamo al passato, immaginando che basti rendere flessibili il mercato del lavoro ed i salari. Ancor meno appare risolutiva la sola politica di sostegno alla domanda aggregata, con gli 80 euro di credito d’imposta e il tfr in busta paga, disgiunta da investimenti strategici in innovazione e per il riposizionamento delle nostre imprese.
Non basta fare autocritica sul rigore, tanto meno in Europa. La crisi ha fatto chiudere centinaia di migliaia di imprese, mettendo per la strada milioni di lavoratori e lasciando a spasso altrettanti giovani. Sono risorse preziose, già formate, da impiegare in un nuovo processo di sviluppo. Non basta avviare i motori, politica monetaria accomodante, nuovo credito bancario, riforma del mercato lavoro, 300 miliardi di investimenti promessi dalla Unione, se non si sa dove andare.
Guido Salerno Aletta, MilanoFinanza 5/11/2014