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 2014  ottobre 30 Giovedì calendario

CITARE A VANVERA


Un po’ di scienza allontana da Dio, molta riconduce a lui. Pare che l’abbia detto Louis Pasteur, ma non ci metto la mano sul fuoco perché non sono riuscito a rintracciare la fonte. E proprio questa prudenza, questa circospezione, questa pavidità filologica mi colloca infallibilmente nel vasto gregge dei Citazionisti Mediocri. Lo siamo un po’ tutti, noi che di tanto in tanto agghindiamo i nostri discorsi con qualche bella formula presa a prestito qua e là. Ma sopra le nostre teste, nell’aria purissima, volteggiano i superuomini della citazione, i Citazionisti Sublimi, quelli che hanno compreso che un po’ di citazioni allontanano dall’Arte, ma raffiche di citazioni sparate più o meno a caso riconducono trionfalmente ad essa. Anzi, costituiscono una forma estetica a sé, quella che il poeta Giovanni Raboni battezzò «la nobile arte di citare a vanvera», per la quale si dovrebbe istituire uno speciale premio annuale: le Virgolette d’Oro. Sul podio, come vedremo, finirebbero per lo più giornalisti. Ma facciamo un po’ d’ordine.
Il Citazionista Mediocre vive di complessi e di inibizioni sociali. Si nasconde dietro le frasi altrui come ai tempi delle zuffe a scuola si faceva scudo dietro ai bicipiti del compagno di classe più forzuto. Ha bisogno di fare ogni giorno un po’ di name dropping erudito, ma col contagocce, quel tanto che basta per dare a intendere a tutti che ha frequentato un buon liceo. Spende le parole degli autori famosi come fiches sul tavolo verde del salone a cui vuol essere ammesso, e lo fa con parsimonia, non sia mai dovesse perder tutto in una sola giocata. Il Citazionista Sublime, il fuoriclasse della nobile arte di citare a vanvera, non ha di queste remore servili. Ha carpito il mistero di quella che un altro poeta, Edoardo Sanguineti, chiamava la «onnipervasiva citazionalità dell’esistere», e ci si diverte come un matto. Anzi, ostenta lo stesso piglio noncurante e affabulante del Conte Mascetti con la sua supercazzola (non per caso, un aristocratico decaduto). Volete un esempio dal mondo della canzone? Citazionista Mediocre è stato il pur grande Fabrizio De André, che nelle note di copertina dei suoi ultimi dischi metteva addirittura i riferimenti bibliografici a piè di pagina, come un qualsiasi laureando. Citazionista Sublime per eccellenza è Franco Battiato, perché lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco e i gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi e le gesta erotiche di squaw Pelle-di-Luna e non credo di dover aggiungere altro. In effetti, la reazione dell’ascoltatore medio alle sciarade di Battiato può servire da metro per distinguere Citazionisti Mediocri e Citazionisti Sublimi. Propongo perciò di applicare un test molto semplice, che chiamerò «test Palombella Rossa». Ricordate la scena del film in cui Nanni Moretti, a bordo piscina, inveisce contro l’intervistatrice che lo sommerge di cliché e frasi fatte? «Come parlaaa! Come parlaaa! Le parole sono importantiii!». Ecco, se avete una reazione spazientita di questo tipo siete probabilmente in presenza di un Citazionista Mediocre, goffo e urticante. Il Citazionista Sublime suscita invece una reazione di tutt’altra natura, ben rappresentata in una seconda scena di Palombella Rossa: quella in cui Moretti, dirigente comunista ospite di una tribuna politica in tv, comincia a scandire la frase «questo sentimento popolare…» e di colpo, come posseduto sciamanicamente, si ritrova a cantare, e a stonare, tutta E ti vengo a cercare di Battiato – le meccaniche divine, il rapimento mistico e sensuale, l’Uno al di sopra del bene e del male, l’immagine divina. È la migliore definizione che so dare: il Citazionista Sublime è quello che spinge la nobile arte di citare a vanvera fino al punto in cui, oltrepassato l’invisibile muro del suono della supercazzola erudita, scatena nel lettore il desiderio selvaggio di cantare le sue parole su musica di Battiato, di roteare come un derviscio, di mettersi un candelabro in testa al suono di cavigliere del kathakali.
Si diceva che i supereroi del Citazionismo Sublime si esercitano per lo più sui giornali. Questo per esempio è Roberto Cotroneo che recensisce La grande bellezza. Sottoponiamolo al «test Palombella Rossa». A suo dire, il film di Paolo Sorrentino «è un proseguire in un discorso che inizia dal Rossellini de La presa del potere di Luigi XIV, continua con il Fellini romano, prosegue con Petri, sia con Todo Modo e sia con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Ai critici non interessa che in Toni Servillo c’è un superamento di Gian Maria Volontè. Nel senso che da Volontè prende il registro paradossale e grottesco, ma arriva là dove quei tempi ideologici non potevano consentire. Arriva a René Girard, arriva alla Roma nera, antipositivista, reazionaria. Arriva allo sberleffo della Commedia dell’Arte. Mette l’orologio della storia prima della nascita dei partiti di massa, della Psicologia delle folle di Gustave Le Bon. Guarda fino ai boschi sacri dei dintorni di Roma, fino a una religiosità pagana dove i miracoli e le apparizioni sono un chiacchierare sommesso, profondo, di una città che non si è mai dimenticata di aver stampato le opere magiche di Giordano Bruno, quelle di Girolamo Cardano, e aver dato asilo, in ogni caso, al meglio degli irrazionali, dei maghi, degli alchimisti, degli stregoni…». Ditemi, allora: in che punto esatto avete perso il centro di gravità permanente, dov’è che ha cominciato a girare tutto intorno alla stanza? Per me l’estasi citazionista è giunta dopo la mitragliata Servillo-Girard-Le Bon, un attore napoletano, uno studioso francese del sacrificio umano e un positivista ottocentesco – l’uno che non c’entra un fico secco con l’altro – ed è stato bellissimo perdersi in quest’incantesimo, tanto che quando poi sono arrivati gli alchimisti ero già rapito al terzo cielo, e cantavo il resto dell’articolo su un arrangiamento elettronico stile La voce del padrone. Capita però che il Citazionista Sublime cada dal suo rapimento mistico e sensuale e raggiunga la schiera di noialtri Citazionisti Mediocri. Qui, per esempio, Cotroneo scrive sul Pasolini di Abel Ferrara, ricordando anzitutto che l’eroe eponimo del film è «come la Sibilla di Cuma che apre il poema più importante del Novecento, quella Terra desolata del poeta Eliot scritta proprio nell’anno di nascita del poeta Pasolini». Calma, autocontrollo, respirazione yogica. Ora, non è tanto che la Sibilla dice due paroline in epigrafe («Voglio morire») e poi, coerentemente, si toglie dai piedi per il resto del poema, no: la cosa che più ha messo alla prova la mia pazienza è quest’aura di illuminazione – la scienza delle coincidenze all’epoca di Wikipedia – suggerita dalla circostanza fatale che, pensate un po’, diversi mesi prima che The Criterion pubblicasse la Terra desolata, dove appare di sfuggita la Sibilla del Satyricon, la maestra elementare Susanna Colussi in Pasolini, in una foresteria militare a Bologna, partoriva il suo profetico marmocchio. Questi sì che son Segni dei Tempi. Già mi prudevano le mani, ma il peggio doveva ancora venire: «La passione di Pasolini è tutta dentro il suo rasoio di Ockham, è la sua capacità di vedere, senza poter incidere, senza poter cambiare le cose». Ho provato invano a contattare gli eredi di Guglielmo di Ockham e i legali della Gillette, per decidere sul da farsi: intentare una causa per diffamazione postuma, piazzare nottetempo un volume della Summa logicae occamiana nel letto di Cotroneo a mo’ di avvertimento, come la testa del cavallo nel Padrino, creare una task force di medievisti armati di picche e alabarde. Alla fine ho dovuto accontentarmi di molto meno, mi sono messo in testa una cuffia da piscina e ho preso a urlare da solo, nello specchio del bagno: «Come scriveee! Come scriveee!».
Ma attenti, non è detto che Cotroneo possa aspirare alle Virgolette d’Oro, anzi non è detto neppure che salga sul podio dei primi tre. A contendergli il titolo ci sono fior di talenti, due dei quali condividono anche un’inquietante prossimità geografica con Battiato. C’è Pietrangelo Buttafuoco, che Battiato lo mette pure nelle epigrafi dei suoi libri e che ha fatto del Citazionismo Sublime una forma di dandismo: è l’unico che sia capace di schiaffare nello stesso paragrafo Jean-Jacques Rousseau e l’Attila di Diego Abatantuono. E c’è Francesco Merlo, che proprio quest’estate evocava le feste siciliane dove la banda del paese è «la stessa di Totò, del maestro Scannagatti arabizzato dai dervisci danzanti alla Battiato» (sic). Pronti per il test? Ecco qui Merlo che si dedica a una lunga esegesi del look «camicia bianca» di Matteo Renzi, a suo dire un tentativo di «rendere veloce ed elegante marketing la sinistra d’Europa. Perché bisogna pur dirlo che nella sinistra di una volta erano i libri e i film che racchiudevano l’epoca: Sulla strada e Il laureato per esempio. E in una sola frase – I have a dream – si identificavano milioni e milioni di angry young men. E invece adesso è la camicia bianca la gabbia d’acciaio che prevedeva Max Weber, un indumento con l’aria di niente che da ieri veste, per usare un linguaggio gramsciano, la nuova egemonia culturale d’Europa». Responso: la prima parte è opera di un Citazionista Mediocre, che per infiocchettare banalità – prima contava la cultura, ora l’immagine, minchia che degrado – butta lì a caso Jack Kerouac, Dustin Hoffman e Martin Luther King, come intrappolati in un ascensore guasto. Poi, però, arriva un micidiale uno-due che più a vanvera non si può da Citazionista Sublime: ecco allora la gabbia d’acciaio prevista da Max Weber, il quale però non «prevedeva» un bel nulla (anzi, parlava di onestuomini calvinisti vissuti cinquecento anni fa) e soprattutto con quell’immagine non descriveva la leggerezza del marketing ma la pesantezza della burocrazia; ed ecco l’egemonia che, non si scampa, ha da essere sempre «gramsciana», proprio come lo shivaismo tantrico ha da essere sempre dionisiaco. Ma siamo tutto sommato ancora a quote basse. Scaliamo devotamente il picco mistico in cima al quale abitano i maestri del Citazionismo Sublime. Lassù, canuto e barbuto come l’inflessibile Pai Mei, siede a gambe incrociate Eugenio Scalfari. Prendete questo brano dalla sua rubrica in coda all’Espresso, «Vetro soffiato», provate a cantarlo sullo spartito di Cuccurucucù e capirete la differenza tra un novizio e un Grande Iniziato: «Io penso che l’essere altro non sia che il caos il quale tutto contiene: materia energetica, campi elettromagnetici, il tutto privo di leggi e di forma, al di fuori di tempo e di spazio. (…) Se il “Big Bang” ipotizzato dalla scienza si è in realtà verificato, esso deve dunque partire dal caos. L’energia che esso contiene ad un certo punto esplode e il caos dopo quell’esplosione genera forme. Passano alcuni milioni di “nano-secondi” e il caos si riversa interamente nelle forme, ogni forma ha le sue leggi ma il caos resta dentro ciascuna di loro. L’essere sta (Parmenide) e al tempo stesso diviene (Eraclito). Tutto ciò si può esprimere con una formula matematica? Einstein l’ha fatto. Si può esprimere con la fisica-chimica delle particelle elementari? La teoria dei “quanti” l’ha fatto. (…) Si può chiamare Dio energia? Certo si può con l’avvertenza che l’energia è immanente sta dentro tutte le forme e anima la vita e il caos che sta dentro di loro. “Deus sive natura” diceva Spinoza. Appunto». Appunto. Ma il Tao della fisica di Scalfari impallidisce davanti alla sua supercazzola musicale. Titolo: Se la musica annuncia il futuro. Svolgimento: nel Novecento arriva la modernità, ossia un dream team che comprende, guardando da sinistra, «Picasso, Matisse, Kandinskij, Wagner, Pessoa, Kafka, Nietzsche, Hofmannsthal, Adorno, Thomas Mann, Anna Achmatova, Tolstoj, Dostoevskij, Djagilev» (i primi in piedi, gli altri accosciati). Però dice Scalfari che l’avanguardia moderna ha esaurito la sua spinta vitale e ci resta solo la religione, specie l’islam e il cattolicesimo, quest’ultimo così rappresentato (qui lo stile è da Litanie dei Santi, e a ogni invocazione si risponde: ora pro nobis): «Cimabue, Giotto, Dante, Scoto, Bernardo, Agostino e infiniti altri nomi». Ma non solo la religione, pure la musica è importante, e le composizioni di Schönberg e Stravinskij sono rivoluzionarie al pari di, nell’ordine, «Klimt, Kandinskij, Matisse, Picasso, il Rilke delle Duinesi e il Kafka del Processo, per non dire del Ravel del Bolero e del Tempo dell’inquietudine di Fernando Pessoa» (alla fine di questo giro di presentazioni ero già completamente ubriaco, tanto da non accorgermi che il libro di Pessoa non si chiama così). Schönberg e Stravinskij però non spuntano mica dal nulla. Dice Scalfari che hanno alle spalle la «Grande fuga di Bach», peccato solo che sia di Beethoven, e poi «Chopin soprattutto nei quartetti», peccato solo che non esistano. Ma l’inesistenza dei quartetti di Chopin è un problema minore, dopo che il mantra dei nomi illustri ci ha portato vicini a quel grande fuoco mistico a cospetto del quale i bignami dei mortali non sono che paglia.
Vestale di quel fuoco mistico è Barbara Spinelli. A lei spetta il podio della Citazionista Sublime, a lei le Virgolette d’Oro per i secoli a venire, anzi si farebbe prima a intitolarle direttamente il riconoscimento: il Premio Barbara Spinelli. Lei sola, infatti, sa esser sublime anche quando cita da mediocre. Quando, per esempio, rimanda il lettore a Simone Weil, La pesanteur et la grâce, ma gli suggerisce anche, per approfondire, Simone Weil, L’ombra e la grazia, salvo che si tratta dello stesso identico libro. O quando, per commentare i fantomatici misteri del «patto del Nazareno», tira in ballo il saggio sulla fiaba della povera Cristina Campo; la quale Campo, che in vita fu cristianissima, a sentir parlare di patto del Nazareno avrà pensato senz’altro alla «nuova ed eterna alleanza» di Gesù di Nazareth; ma dopo aver capito di essere stata trascinata col raggiro postumo in un editorialino su Berlusconi avrà tirato in cielo tante di quelle bestemmie da beccarsi mezzo secolo in più di Purgatorio per cattiva condotta. Ma qualunque antologia del Citazionismo Sublime non può che avere al centro l’articolo che Barbara Spinelli dedicò anni fa proprio a Eugenio Scalfari. Uscì sulla Stampa con il titolo «Scalfari e il folletto scettico», e nella nobile arte di citare a vanvera corrisponde grosso modo al Finnegans Wake di Joyce. Io lo conservo nello scaffale tra l’Ulysses e i Cantos di Pound. Impossibile capirlo, figuriamoci sintetizzarlo o tradurlo in uno degli idiomi finora conosciuti; basterà dire che nel giro di poche righe, per arrivare a concludere che Eugenio è un Lachphilosoph, ossia un «filosofo ridente», Spinelli riusciva a evocare Hannah Arendt, il Größenwahnsinn o folie de grandeur, le Erinni, Socrate, Hölderlin («Nel blu adorabile...»), il «sorriso dell’acrobata» di Rilke nella Quinta Elegia, il Gargantua di Rabelais, le favole di Grimm, El Desdichado di Gérard de Nerval, Proust, la litote secentesca, il malin génie, Descartes, Meister Eckhart (sermone In hoc apparuit caritas Dei), la pietà di Enea, Nietzsche, Montaigne, Pascal, Thomas Bernhard. Correte a cercarlo in rete, ma attenti: se siete novizi, è prudente leggerlo a piccoli brani e sotto la rigida supervisione di un maestro spirituale. Tre righe bastano a farvi sentire un beato stordimento da droga leggera. Dopo qualche altra frase, diciamo all’altezza di Rabelais e dei Grimm, potrebbe apparirvi il vostro spirito guida in forma di iguana parlante. Arrivati a Eckhart, attraverserete stati di beatitudine che neppure Eckhart avrebbe saputo descrivere. Ed è a quel punto che avrete la visione beatifica: Manlio Sgalambro sulla traversa della porta, che agita le chiavi del Paradiso. Perché un po’ di citazionismo allontana da Dio, ma molto e a vanvera riconduce a lui.