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 2014  ottobre 30 Giovedì calendario

VUOI FARE DEL BENE? FAI LA COSA GIUSTA: FAI TANTI SOLDI


Fare volontariato. Adottare un orfano. Finanziare un museo o una riserva naturale. Consumare di meno. Diffondere un messaggio salvifico. Impegnarsi per una causa politica o sociale. Non sappiamo esattamente cosa significhi condurre una vita etica, «fare la cosa giusta», ma intuitivamente considereremmo che la strada potrebbe essere una di queste; e che la scelta dipenderà dai valori e dagli interessi di chi la compie. Certi trovano questa vaghezza insoddisfacente. Negli ultimi tempi, nel mondo anglosassone si è diffuso un movimento chiamato effective altruism (EA), basato sull’idea che ci sia un modo solo di fare il bene: fare i soldi. Il più noto sostenitore dell’EA è Peter Singer, un filosofo che ha esposto le sue idee sul New York Times e in un TED Talk, e che insegna etica a Princeton. Il ragionamento di Singer, in soldoni (letteralmente!), è questo: certi interventi medici nei paesi più poveri mostrano un rapporto chiarissimo fra costi e benefici. Ad esempio, cento euro bastano a curare un bambino malato di tracoma che altrimenti perderebbe la vista nel giro di qualche anno. Secondo i sostenitori dell’EA, questo dà la possibilità di quantificare il bene che si può fare: scegliere la “cosa giusta” diventa quindi semplicemente una decisione razionale, un calcolo. Per esempio: insegnando l’italiano ai senzatetto si migliora la vita di qualche decina di persone. Facendo un anno di volontariato in un ospedale africano se ne salvano alcune centinaia. Donando un milione di euro si previene la cecità di diecimila bambini. Per chi vuole fare del bene, da questo punto di vista, la scelta migliore sarebbe lavorare per un hedge fund: le altre (ong, musei, medici senza frontiere) sarebbero in realtà capricci ipocriti, nati dal desiderio egoista di stare bene con se stessi più che dall’intento reale di alleviare la sofferenza nel mondo.
L’argomentazione quantitativa (e l’attribuzione di una superiorità morale) ha molta presa su banchieri e imprenditori, e questo è un bene, perché sono quelli che hanno più soldi da donare in beneficienza. Le posizioni di Singer hanno ispirato svariati milioni di dollari in donazioni già effettuate e centinaia di milioni in promesse di donazioni future.
L’etica dell’EA somiglia molto a quella dell’utilitarismo classico; allo stesso modo, conduce a conseguenze che paiono controintuitive e antietiche, quando non paradossali. Per esempio: aiutare i musei e le scuole sarebbe un errore di priorità, un po’ come giocare a pallone con un bambino al parco mentre suo fratello annega. Chi fa volontariato in realtà mirerebbe solo alla soddisfazione personale: la scelta altruista sarebbe fare l’avvocato e pagare più volontari full-time a sostituirlo. Fare figli (o adottarne) sarebbe un investimento sbagliato, perché i soldi spesi per mantenere una vita ne salverebbero migliaia di più. Al contrario dell’utilitarismo, però, l’EA riesce a fornire un metodo apparentemente funzionante di misurare l’impatto etico di un’azione e questo lo rende più credibile. Come ogni argomentazione implacabilmente razionale, è difficile contestarne la logica – anche perché chi lo fa rischia di sentirsi rispondere «e tu, quante migliaia di bambini hai salvato oggi?». Eppure in molti hanno sollevato obiezioni. Per esempio, non è chiaro se il suo ragionamento si possa estendere al di là dei pochissimi casi in cui a una cifra specifica corrisponde un intervento preciso e misurabile: e la ricostruzione dopo i terremoti? E la prevenzione di malattie potenzialmente letali? Salvare dieci vite ipotetiche è meglio o peggio che una reale? Inoltre, come ha fatto notare Forbes, il metodo dell’EA incoraggia un’ottica miope della beneficienza. Forse agli inizi del secolo trecentomila americani poverissimi sarebbero stati felici di avere cento dollari a testa; ma usandone trentaquattro milioni per fondare l’Università di Chicago Rockefeller ha fatto una scelta che a posteriori ci pare molto più efficace.
Più in generale, in molti trovano perturbante, quando non immorale, questo conteggiare le vite umane, soppesandole come i pro e i contro di un investimento. L’idea di vita che trapela dall’effective altruism sembra in effetti piuttosto povera. Verrebbe da dire che l’arte, l’istruzione, la natura contribuiscono a rendere la vita ricca e soddisfacente, e per questo meritevole di essere vissuta.
Queste, ai sostenitori dell’EA, sembrano nel migliore dei casi fandonie pseudo-mistiche, sogni a occhi aperti di anime belle. Il mondo che propugnano è un mondo in cui l’altruismo nasce dall’unione di “cuore e testa”, e i gesti di beneficienza nascono da un’analisi costi-benefici. Tutti vorrebbero carriere ben pagate per poter contribuire di più; i governi sospenderebbero i programmi culturali e sportivi per salvare vite in altri continenti; i vezzi, i lussi, i passatempi sarebbero rifiutati come segno di egoismo, tempo improduttivo che potrebbe essere dedicato a fare i soldi – cioè, il bene. Non è difficile immaginare come sarebbe quel mondo: lo ha già immaginato Orwell. Sarebbe un mondo in cui tutti hanno un’idea univoca e cogente di quale sia la cosa giusta.