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 2014  ottobre 30 Giovedì calendario

LA R4 DI MORO NEL GARAGE DELL’OBLIO


Aspettare, in silenzio, che la ruggine faccia il suo corso può essere una scorciatoia per dimenticare quel che invece andrebbe ricordato e raccontato. Basta attendere che lentamente divori e confonda l’immaginario disegno che collega i fori di proiettile sulla carrozzeria, “carta geografica” tratteggiata col piombo, ben impressa nella memoria di chi ha vissuto quei giorni tragici e simbolo di una vicenda che lo Stato fa fatica a spiegare: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, da parte delle Brigate rosse.
Già, per qualcuno forse sarebbe meglio aspettare che la ruggine l’avesse vinta davvero, la sua battaglia. Anziché pulire, restaurare e infine permettere a qualsiasi cittadino di vedere da vicino le vetture simbolo del sequestro e dell’assassinio dello statista. Consentendo così a tanti di ricordare, a chiunque di commuoversi e soprattutto di porsi – o porre – domande che ancora disturbano e sollevano dubbi enormi, ma che devono ottenere risposte, prima o poi. Questo, purtroppo, è ciò che sta accadendo nell’ufficio della motorizzazione della questura di Roma.
In questa rimessa fra via Magnasco e via Alvari giace, da più di vent’anni e sempre più arrugginita, l’Alfetta su cui viaggiava la scorta di Moro il giorno in cui lo statista della Dc venne rapito dalle Brigate Rosse e in cui i cinque uomini che lo stavano proteggendo (i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) vennero uccisi: accadde in via Fani, a Roma, il 16 marzo del 1978.
E nello stesso garage c’è anche, avvolta dalla polvere, la Fiat 128 che quella mattina di 36 anni fa era guidata da Mario Moretti, capo della colonna romana delle Br: con quella macchina vennero bloccate la vettura di Moro e quella della sua scorta. Entrambi i veicoli sono dimenticati, affidati esclusivamente alla buona volontà di qualche addetto. Ma il tempo lascia segni sulle scocche e sugli interni, giorno dopo giorno. E le foto, scattate nei giorni scorsi all’interno della struttura romana e delle quali Il Secolo XIX e venuto in possesso, lo testimoniano.
A poche centinaia di metri da quella rimessa poi c’è l’Autocentro della polizia stradale, in cui si trova la Renault 4 sulla quale, il 9 maggio del ’78, venne trovato il corpo senza vita di Moro, in via Caetani, a Roma. La R4 era stata rubata a un imprenditore, Filippo Bartoli, che non poco delle sue energie impiegò per convincere tutti di essere estraneo a quella tragedia. Lo Stato gli restituì la macchina dopo il dissequestro e lui la tenne, come avevano scoperto Giorgio Guidelli e Guido Picchio, giornalista e fotografo del Resto del Carlino.
La conservò nonostante i segni lasciati dagli artificieri e dalle indagini tecniche sul veicolo. Prima di morire nel dicembre dello scorso anno, Bartoli aveva donato l’auto al ministero dell’Interno, chiedendo però che venisse esposta al pubblico.
Da quasi un anno è nell’Autocentro, è stata sottoposta a un primo restauro conservativo ed è destinata al Museo delle auto della polizia, ma nel frattempo è sempre bloccata in quel garage. In attesa che si avverino la richiesta del suo proprietario e le speranze del vicepresidente dei deputati del Pd e componente della nuova Commissione d’inchiesta sul caso Moro, Gero Grassi, che da anni dedica i suoi forzi perché si faccia luce sull’omicidio di Aldo Moro e perché testimonianze come la R4 non vengano abbandonate.
L’Alfetta è, da sempre, proprietà dello Stato, perché in dote al raggruppamento del ministero dell’Interno che all’epoca si occupava delle scorte. Il sedile del passeggero è sfondato, la struttura sta cedendo. Le macchie di ruggine attorno ai fori prodotti dai colpi sparati dal commando si stanno allargando.
E in cattivo stato è anche la Fiat 128 guidata da Moretti. Basterebbe toglierle da quel “cimitero”, dove la polizia fa il possibile, informalmente, per evitare che vadano perdute, ed esporle. Così da far toccare con mano a intere nuove generazioni che la storia dell’Italia è passata anche da lì.
E dalle decine di vetture che si trovano in quelle rimesse romane. E lì che sarebbe custodita la macchina sulla quale, nel 2005, venne ucciso Nicola Calipari, il funzionario del Sismi morto subito dopo la liberazione della giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena. Lì è la Rolls Royce blindata-utilizzata per una visita romana della regina Elisabetta II. Lì sarebbe pure la volante della polizia che scortava il furgone portavalori assaltato dalle Br in via Prati di Papa, a Roma, nel 1987, e sulla quale morirono due agenti. Tutte lì, e non davanti agli occhi della memoria collettiva.
Marco Fagandini
fagandini@ilsecoloxix.it