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 2014  ottobre 30 Giovedì calendario

FUORI DALL’EURO C’È UN FUTURO?

Più di metà degli abitanti dell’eurozona – e precisamente il 57 per cento – pensa che l’euro sia una buona cosa per il proprio paese; più dei due terzi (il 69 per cento) pensa che sia una buona cosa per l’Europa; solo un po’ meno di un quarto (il 24 per cento), però, si sente più europeo grazie all’euro. Lo rivela un’indagine speciale, resa nota ieri e realizzata appena tre settimane fa dall’Eurobarometro, un ente della Commissione europea che da oltre quarant’anni esplora con grande accuratezza le opinioni degli europei su una serie molto ampia di argomenti. E queste tre percentuali racchiudono una buona sintesi della forza e della debolezza dell’Europa nell’attuale situazione di subbuglio economico-monetario mondiale.
Gli europei i cui paesi hanno adottato la nuova moneta sembrano voler dire che l’euro è uno strumento abbastanza efficace ma non eccezionale, da accettare per il bene dell’Europa assai più che per il bene del proprio paese. E soprattutto che, così come l’euro non si identifica con l’Europa, dal momento che ne sono fuori paesi molto importanti, a cominciare da Gran Bretagna, Polonia e Svezia, l’Europa di certo non coincide con l’euro. Euro e identità (anche solo economica) europea sembrano al massimo due facce di una stessa medaglia, al minimo due percorsi tra loro separati che il continente sta seguendo.
Se questo è vero, ridurre di fatto l’Europa all’euro e al trattato di Maastricht del 1992, con cui la nuova moneta ha iniziato il suo cammino, significa fare violenza all’economia e alla società; sono necessarie una politica economica e una politica sociale europea, senza le quali l’euro è un pilastro solitario a guardia di un continente che non cresce, o non cresce abbastanza.
La debolezza della condivisione economica è resa evidente dall’esistenza di un «Alto Rappresentante» europeo per gli affari esteri (ruolo che a giorni sarà ricoperto da Federica Mogherini, ministro degli Esteri italiano) mentre non esiste un ruolo analogo per il coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri. E’ sempre più difficile giustificare l’esistenza dell’euro se non si emettono eurobonds, strumenti creditizi dell’Unione Europea, destinati a finanziare politiche di investimenti strutturali sul territorio dell’Unione stessa; o se non si dà vita a un’effettiva politica industriale comune e condivisa, a un ordinamento fiscale con principi e meccanismi validi in tutti i paesi membri; senza politiche del lavoro, dell’istruzione, della salute che coinvolgano e armonizzino, sia pure con gradualità, i paesi che hanno unito i loro destini politici ed economici.
Dal suo bel grattacielo di Francoforte, la Banca Centrale Europea, che «gestisce» l’euro, dà l’impressione della voce di chi predica nel deserto, con qualche fievole risposta da Bruxelles e da Strasburgo ma senza alcuna azione veramente incisiva e veramente coordinata da parte dei 28 governi dell’Unione o anche solo dei 18 dell’eurozona. Ed è chiaro che così non si può continuare. Le alternative sono sostanzialmente due.
La prima è quello di un «allineamento» (eufemismo per indicare subalternità) dell’euro rispetto al dollaro, una soluzione che naturalmente incontrerebbe il favore degli Stati Uniti, i quali stanno premendo con tutte le forze della loro diplomazia per una maggiore unione tra le due rive dell’Atlantico Settentrionale, e che lascia invece freddissimi gli europei. La seconda è quella di una frantumazione della zona euro tra paesi forti, ovviamente con la Germania alla testa, e paesi deboli, ovviamente con l’Italia quale elemento più rappresentativo. I paesi forti giocherebbero la loro partita mondiale tra Stati Uniti, Russia, Cina e quant’altri; i paesi deboli rischierebbero fortemente di fare la fine dell’Argentina: molta confusione, molto «rumore» politico e poca politica effettiva, pochissima crescita, per di più disordinata, discontinua e diseguale.
E qui il discorso si sposta sull’Italia, un paese un tempo fervente sostenitore dell’Europa, perché, secondo l’indagine sopraccitata dell’Eurobarometro, proprio l’Italia è il penultimo paese in termini di consenso alla moneta unica, seguita da soltanto da Cipro. A ritenere l’euro «una cosa buona» sono soltanto il 43 per cento degli intervistati italiani, mentre il 47 per cento lo ritiene «una cosa cattiva». Se si esclude il solito Cipro, in nessun altro paese i contrari superano i favorevoli. In Germania la differenza tra favorevoli e contrari è 41 punti percentuali, nella scettica Francia i favorevoli superano i contrari di 16 punti percentuali. Persino Grecia, Spagna e Portogallo che hanno sofferto la crisi più dell’Italia presentano solidi valori positivi.
Il confronto con l’analoga indagine di un anno fa mostra una caduta di 9 punti percentuali da un livello di consensi allora pari al 52 per cento. Il ritratto è quindi quello di un’Italia anomala, di un paese confuso, una confusione avvalorata dal fatto che neppure il fronte dello scontento, organizzato da politici di bassa lega, arriva alla maggioranza assoluta. Nella ricerca di un «provvedimento semplice», quasi una formula magica, che tiri il paese fuori da una delle crisi più lunghe e complesse della sua storia, l’Italia – che ha platealmente sciupato gli anni dell’euro, a differenza della maggioranza degli altri paesi, rinunciando a necessari mutamenti strutturali – sembra dire all’euro, come i bambini piccoli, «non ti faccio più amico!». Scordandosi che fuori dall’euro (e fuori dall’Europa) per un paese di queste dimensioni ci sono solo la confusione, l’irrilevanza, l’arretramento. E di amici proprio nessuno.
Mario Deaglio, La Stampa 30/10/2014